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#TakeAKnee, lo sport ha ancora un senso

#TakeAKnee, lo sport ha ancora un senso
 


 
#TakeAKnee, lo sport ha ancora un senso

Un’immenso “oltraggio” alla nazione è ciò che è andato in scena, secondo “the Donald”, circa un anno fa, quando centinaia di atleti, delicatamente etichettati “Sons of bitches da licenziare” dallo stesso Trump in Alabama, hanno scelto di ribellarsi inginocchiandosi, restando in piedi e tenendosi per mano sotto le note di “The Star-Splanged Banner”, rifiutando l’esortazione implicita del tycoon newyorkese all’inattività politica e ideologica.

Il primo dei “sons”, in principio, fu Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers, che nel settembre del 2016 osò inginocchiarsi al cospetto dell’inno nazionale americano, abbracciando la causa dei “black people” che protestavano in strada contro i metodi violenti usati dalla polizia.

Dodici mesi dopo è stato praticamente quasi tutto il mondo dello sport americano (Nba, Nfl, Mlb) e i suoi più grandi rappresentanti (da Lebron James a Steph Curry, da Tom Brady ad Araron Rodgers) a genuflettersi e, meglio, a schierarsi. Come se si fosse in guerra, una guerra culturale dove il proprio nemico diventa il proprio Presidente in carica. 

Un presidente vessillo di coloro i quali ritengono temerari i grandi campioni “neri” per la loro semplice credenza nel primo emendamento, garante, sulla carta, della libertà d’espressione.

A nostro parere c’è stato poco di oltraggioso e molto di storico in quell’atto, chiara una reazione: nessuno avrebbe rischiato il posto per essersi opposto alla violenza e alla discriminazione, anzi da Wembley, dove domenica 24 settembre 2018 si teneva la sfida “europea” tra Jacksonville Jaguars e Baltimore Ravens, arrivò la conferma che sul lastrico dovessero finire proprio quelle.

L’impressione è che lo sport, nel particolare quello a stelle strisce, abbia riscoperto in quell’occasione la propria identità, all’apparenza smarrita in gran parte del mondo, ritrovandosi in quei valori di compattezza che segnano la condizione d’esistenza dello sport stesso. 

Una rinascita nel segno dello spettacolo dell’unità, che rende lo sport buon esempio, punto di riferimento per i diritti civili, democrazia nella sua pratica effettiva e specchio della società, la quale non rintracciando altrove il proprio riflesso confonde cos’è e cosa vuole.

Uno sport, che sappia non essere solo passione selvaggia e patriottismo particolare, può annoverarsi come ultimo tra i baluardi alla difesa degli altri e del confronto con essi, dell’integrazione sociale, ciò che non può essere manipolato per dividere, essendo, per definizione e non più solo per quest’ultima, strumento che unisce persone di etnie, razze, culture e identità differenti.

Uno sport che sappia usare la propria immensa visibilità, mostrando di avere ancora un senso al di là del mero intrattenimento.

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