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Come gestire il lato più romantico dello sport?

Ecco ci risiamo. Il calcio sempre più aziendalista di oggi ha dato prova, ancora una volta, di come non sia in grado quasi mai di gestire situazioni che fanno parte del lato più romantico dello sport più popolare al mondo. Il caso De Rossi non è il primo e, presumibilmente, non sarà nemmeno l’ultimo di un calcio che ha abbandonato da tempo ogni forma di sentimentalismo, di sensibilità e di rispetto per uomini, prima ancora che giocatori, in grado di trainare un intero popolo unito da una sola fede come accade ormai in pochissimi altri ambiti della nostra vita.

Non sono bastati gli errori di leggerezza commessi nel recente passato quando, nel momento dei saluti verso un giocatore che ha dedicato tutta la sua carriera in favore di un unico club, i presidenti o i dirigenti di turno non hanno avuto il benché minimo riguardo nel dare il benservito a uomini che hanno scritto una storia indelebile nella società di cui sono stati tifosi prima ancora che calciatori.

Gli esempi di incapacità nel dare il giusto commiato a leggende dal punto di vista umano, ancor prima che sportivo, ci sono stati e sono anche numerosi. I ricordi più freschi, anche per via degli attori in gioco coinvolti, riguardano certamente un capitano di nome Alex Del Piero, un esempio di stile accompagnato alla porta in modo brusco e quasi distaccato nel 2012 da parte della dirigenza juventina. Lo stesso Andrea Agnelli celebrato da tutta o quasi la tifoseria bianconera per gli otto scudetti consecutivi appena conquistati, non ha avuto molte remore quando sette anni fa ha messo forzatamente da parte un giocatore che più di tutti ha rappresentato il sentimento di “juventinità” a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila. Del Piero è stato accantonato dalle alte sfere bianconere tramite una scarna conferenza stampa del presidente della Juventus che ha anticipato, in maniera fredda e sbrigativa, il mancato rinnovo a un giocatore gentleman sia dentro che fuori dal campo, una razza ormai in via d’estinzione. Solo i tifosi che lo hanno acclamato per ben diciannove anni, passando dallo Stadio Delle Alpi allo Juventus Stadium, sono stati in grado di dedicare un saluto degno di nota ad un calciatore che ha messo a segno più di duecento gol con la divisa della Vecchia Signora (compresi quelli realizzati in Serie B) chiedendo a Del Piero un doppio giro di campo durante la sua ultima partita in casa, coincisa con l’indimenticabile ritorno allo scudetto della prima Juventus targata Antonio Conte.

Anche se si tratta di un allenatore, il congedo da Massimiliano Allegri è stato, senza dubbio, diverso per non dire di segno completamente opposto rispetto alla quasi messa in secondo piano del fuoriclasse di Conegliano Veneto, un simbolo per i milioni di tifosi bianconeri in giro per l’Italia e nel mondo. Nella conferenza stampa di qualche giorno fa, il presidente Agnelli e il tecnico livornese si sono salutati quasi alla stregua di due amici che hanno compreso come fosse arrivato il momento giusto per lasciarsi dopo cinque anni costellati da numerosi successi, fatta eccezione per una certa coppa europea ormai sempre più ossessione del pianeta juventino. Ma, in questo caso, per usare un’espressione ricorrente nel mondo del calcio, gli allenatori vanno e vengono, mentre i giocatori restano impressi nell’identità di un club. E, forse, ricordando proprio una sorta di mancanza di rispetto verso ciò che ha rappresentato la storia di Alessandro Del Piero per la Juventus, Andrea Agnelli si è comportato diversamente nei confronti di Gigi Buffon, il portierone che per 17 anni ha costruito un muro bianconero tra sé e gli avversari. Così come accaduto con Allegri pochi giorni or sono, anche con SuperGigi, nel saluto alla stampa tenutosi alla fine della stagione passata, è sembrato di assistere al saluto sincero e sentito tra due amici che si sono stimati per anni. Basti ricordare le innumerevoli parole di elogio che Agnelli ha riservato al campione Buffon, accompagnate da un elenco di record che non hanno fatto altro che evidenziare in quale percentuale il portiere nativo di Carrara avesse inciso il suo nome a caratteri cubitali nella storia imperitura della Juventus.

Prima di tornare al casus belli Daniele De Rossi, come non ricordare l’addio al veleno tra Paolo Maldini e l’universo Milan. Nel 2009, dopo un quarto di secolo dedicato esclusivamente ai colori rossoneri, Maldini dice basta al calcio giocato dopo aver vinto praticamente tutto nella sua carriera sempre al fianco del Diavolo. Nel consueto giro di campo all’ultima giornata del campionato 2008/2009, Paolo ha ricevuto inaspettatamente i fischi da parte di una frangia degli ultras rossoneri, poi spiegata con vecchie ruggini risalenti in particolare alla clamorosa débâcle subita dal Milan contro il Liverpool nella maledetta notte del 25 maggio 2005. Invece di esaltare il capitano di mille battaglie che non ha mai pensato di sposare una causa che non avesse il rosso e il nero come colori di maglia, alcuni “pseudo-tifosi” della Curva Sud rossonera, a distanza di quattro anni dalla Champions fatalmente persa, hanno pensato bene di addossare tutte le responsabilità di quel disastro calcistico sulle spalle del leggendario numero 3. Come se non bastasse, nel giorno del suo ultimo saluto alla sua seconda casa di San Siro, Maldini si è sentito intonare cori inneggianti a Franco Baresi, ritenuto un capitano più degno di essere ricordato negli anni a venire. A differenza di situazioni precedentemente illustrate, stavolta la dirigenza del club, con a capo Silvio Berlusconi, non ha avuto responsabilità dirette sull’addio di un calciatore che doveva provocare come reazione unanime le lacrime di tristezza per il saluto a una vera bandiera e, invece, si è tramutato in un momento per far riemergere vecchi conflitti mai realmente sopiti tra Maldini e una parte della tifoseria rossonera. Berlusconi e Leonardo hanno dovuto rinunciare alla cerimonia in campo organizzata ad hoc per il simbolo di almeno tre generazioni di tifosi milanisti. Ci sono voluti ben nove lunghi anni per vedere Maldini rientrare meritatamente nei quadri milanisti, stavolta in giacca e cravatta e non più a guidare la difesa in campo. Da agosto scorso, infatti, è stato nominato direttore sviluppo strategico dell’area sport del Milan, una piccola soddisfazione per un campione di integrità e di lealtà sia in campo che fuori, ingiustamente ostracizzato e messo in un angolo prima dai suoi stessi tifosi e poi dalle confusionarie dirigenze che si sono susseguite una volta giunta al capolinea l’era dorata di Berlusconi.

Ancora diverso si può definire il momento dell’addio di Marek Hamsik, cuore partenopeo, napoletano di adozione prima ancora che slovacco di nascita. I suoi 12 anni al Napoli lo hanno eletto leader costantemente silenzioso di uno spogliatoio che ha visto passare gente come Lavezzi, Cavani e Higuain, tanto per citare tre nomi a caso. Anche qui, come nella tribolata vicenda con protagonista Maldini, i vertici azzurri guidati da Aurelio De Laurentiis sembrano esenti da colpe su una possibile irriconoscenza nei confronti del recordman assoluto in termini di presenze e di gol ammirato per tanto tempo sotto le pendici del Vesuvio. La decisione di lasciare un pezzo importante della propria vita calcistica e non solo all’età di 31 anni è stata esclusivamente del giocatore. Marekiaro, come è soprannominato affettuosamente da sempre dai tifosi partenopei, ha rincorso per 12 anni la possibilità di riportare lo scudetto a Napoli ma, sul più bello, il trofeo è spesso sfuggito per una questione di dettagli. Dopo aver superato tutti i record possibili in maglia azzurra togliendo lo scettro, almeno dal punto di vista statistico, dalle mani di Maradona sul piano delle reti, Marek Hamsik ha ritenuto conclusa a metà della stagione in corso la sua pluriennale avventura napoletana. C’è voluto un tira e molla durato per giorni prima di convincere De Laurentiis (anche per via di una questione legata alle modalità di pagamento) a cedere quello che è stato il suo pupillo fin dal ritorno del Napoli nel calcio che conta. Le sirene cinesi del Dalian hanno persuaso Hamsik ad accettare un contratto di gran lunga più remunerativo di quello percepito nel capoluogo campano, spinto anche dall’idea di aver dato tutto ormai con la maglia partenopea cucita addosso. Per una strana coincidenza, però, o forse no, da quando Hamsik ha lasciato nel febbraio scorso il centrocampo del Napoli, la squadra allenata da Carlo Ancelotti, orfana da un giorno all’altro dello slovacco, ha subìto, almeno in parte, il contraccolpo psicologico e tecnico legato alla mancanza del suo amato capitano. Infatti, il periodo necessario al tecnico emiliano per rimettere in sesto gli equilibri in mezzo al campo dei partenopei è stato determinante per l’allungo decisivo della Juventus su quella che ha rappresentato l’unica antagonista degna di nota anche negli anni di Maurizio Sarri. L’episodio di Hamsik, e non solo, dimostra come giocatori diventati portatori a volte inconsapevoli dell’anima e dell’identità di un club, quando decidono che è tempo di salutare il luogo dove sono diventati uomini, lasciano dietro di sé un’eredità pesantissima difficile da raccogliere per chiunque.

Un passo alla volta siamo giunti nuovamente al caos legato alle separazioni più o meno consenzienti che hanno falcidiato la società della Roma nell’ultimo biennio. Prima di discutere sulla conferenza che ha visto protagonista inevitabile Daniele De Rossi, è bene tornare indietro al maggio del 2017, periodo in cui si è ritirato uno degli attaccanti che hanno fatto la fortuna dei giallorossi e, in misura minore, ma non per questo trascurabile, della Nazionale italiana. Stiamo parlando di Francesco Totti, core de Roma, simbolo universalmente riconosciuto di romanità e di romanismo fino al midollo.

In tanti ricordano come se fosse ieri, ed io per primo avendolo vissuto in prima persona, lo straziante saluto del numero 10 più importante della storia della Roma. Di Totti forse ce ne sarà solo uno ancora per tanti anni a venire e lo ha dimostrato lo spettacolo dei circa 70.000 accorsi allo Stadio Olimpico nell’atto finale di quel Roma-Genoa di due anni fa che ha garantito ai padroni di casa l’accesso diretto ai gironi di Champions League grazie al sorpasso sul Napoli. Ma al pubblico romanista, e non, presente nell’impianto della Capitale poco importava forse il traguardo comunque importante appena raggiunto in termini di classifica. Quel che più contava era assistere alle ultime magie, agli ultimi movimenti in campo e agli ultimi consigli alla squadra provenienti da Francesco Totti. Il giocatore che per 25 anni ha ricoperto la sua vita di giallorosso, rifiutando anche fiumi di denaro provenienti soprattutto dal Real Madrid, è stato costretto a mettere un punto alla sua straordinaria e forse inimitabile carriera fatta di colpi di genio e pregevoli gesta tecniche in campo e di un infinito carisma e leadership nello spogliatoio. Totti è stata l’ennesima dimostrazione di come si può inculcare l’appartenenza ai colori giallorossi al resto della squadra anche solo con uno sguardo, un comportamento in campo senza, per forza di cose, alzare la voce o ostentare un modo di agire che può rivelarsi talvolta grottesco e quasi mai sinonimo di personalità e carattere.

Eppure, dopo aver dato tanto alla Roma ed aver ricevuto altrettanto dal popolo della Capitale oltre a innumerevoli attestati di stima provenienti da grandi campioni stranieri o da un pubblico non proprio qualsiasi come quello del Santiago Bernabéu di Madrid (stesso trattamento peraltro riservato ad Alex Del Piero a riprova della grande sportività regnante nello stadio del Real), il numero 10 romanista si è visto recapitare, in cambio, un trattamento a dir poco antipatico da parte della dirigenza americana della Lupa capitolina.

I tifosi giallorossi, dal canto loro, ancora oggi attribuiscono paradossalmente le maggiori responsabilità all’allenatore simbolo di quell’addio lacerante ed insopportabile che risponde al nome di Luciano Spalletti. Ancor più del presidente Pallotta, il tecnico di Certaldo è stato ritenuto il maggior imputato per il doloroso, ultimo saluto di Totti alla sua gente. Le colpe dell’allenatore toscano riguarderebbero il risibile minutaggio concesso durante tutto l’arco della stagione calcistica 2016-2017 all’uomo che ha reso riconoscibile il marchio della Roma in tutto il mondo ancor più di qualsiasi piano di merchandising architettato dal James Pallotta di turno, tanto per intenderci. Se si vuole mantenere una certa dose di onestà intellettuale, c’è, però, da considerare il modo in cui il calcio di oggi mette al centro di tutto l’atletismo più che la tecnica sopraffina e il gioco da fermo, queste ultime qualità imprescindibili se si pensa al medesimo sport visto fino alle soglie del Terzo Millennio. All’età di 41 anni, sul piano dell’incisività il fisico di Francesco Totti dava garanzie per meno di un tempo di gioco, rafforzando, almeno in parte, la posizione di Spalletti che preferiva, anche forse in maniera sensata, giocatori che gli garantissero un maggior dinamismo a discapito della classe individuale. Non dimentichiamoci che il tecnico ex Zenit San Pietroburgo è stato lo stesso che ha permesso all’eterno capitano giallorosso di vincere la Scarpa d’Oro come miglior bomber europeo nel 2007. In quegli anni, la Roma giocava un calcio-champagne fatto di tocchi di prima e inserimenti offensivi rapidi da parte dei centrocampisti dalle retrovie, il tutto sfruttando un falso nueve atipico come Totti, a suo agio sia nelle vesti di rifinitore per i compagni che come bomber di riferimento per la squadra. Il calciatore di Porta Metronia non ha mai più raggiunto quelle vette realizzative in seguito.

Si può quindi affermare, senza il rischio di essere smentiti, che le ragioni della rinuncia a un idolo di nome Totti sono da ricercare nel Francesco giocatore un po’ in là con gli anni e nella decisione, più o meno discutibile, da parte di James Pallotta che ha preferito vederlo nei panni di ambasciatore della Roma nel mondo invece di assistere all’ingresso in campo del 10 romanista per i pochi scampoli di partita puntualmente concessi da un qui colpevole Spalletti. Le commoventi parole pronunciate da Totti, con la fatica del momento, nella lettera finale ai suoi tifosi sanno di un bambino al quale hanno tolto la gioia di giocare a pallone dalla mattina alla sera che, però, allo stesso tempo, si rende conto dell’ineluttabilità del tempo e della necessità di progettare una nuova, seconda parte della propria vita il più possibile decisiva come quando illuminava le partite con la sua classe cristallina.

È proprio questa la paura che attanaglia Daniele De Rossi, con il timbro di “Capitan futuro” addosso fin dall’inizio della sua carriera. Il soprannome affibbiato al numero 16 giallorosso non sembra avergli portato particolarmente bene considerato che, a distanza di soli due anni dal ritiro di Totti, De Rossi ha avuto relativamente poco tempo per indossare la fascia al braccio. Ma si sa, è molto più importante avere la leadership dentro lo spogliatoio piuttosto che apparire nelle vesti di capitano sul campo senza essere realmente in possesso delle potenzialità e del carattere adatti a un ruolo così delicato e soggetto a critiche spesso gratuite.

Nel giro di due anni, la seconda bandiera della Roma si appresta a salutare la compagnia giallorossa in una situazione ben diversa rispetto al predecessore e fratello acquisito Francesco Totti. De Rossi, e sarebbe sbagliato, a mio giudizio, affermare il contrario, a 36 anni avrebbe ancora molto da dare alla squadra e alla città dalla quale non si è mai sognato di allontanarsi per tutta la sua carriera. Oltre ad essere un trascinatore riconosciuto nello spogliatoio, Daniele ha dimostrato anche quest’anno quanto il suo apporto possa essere ancora determinante nel cuore del gioco per dare le giuste geometrie ai compagni e la legittima cattiveria agonistica che lo ha sempre contraddistinto.

Nonostante gli infortuni al polpaccio e altri acciacchi fisici lo abbiano limitato più degli altri anni, De Rossi ha dato prova con i fatti del peso che hanno ancora le sue decisioni in campo e la sua esperienza nel trainare con sé il resto della squadra in momenti della partita che sembravano portare la Roma verso un’inevitabile sconfitta. Il carisma di De Rossi è incontestabile, così come non si può mettere in dubbio la sua bravura nel non esternare mai una parola fuori posto nemmeno quando c’erano le condizioni per partire titolare ma Di Francesco gli ha preferito Cristante o chi per lui.

Mantenere il basso profilo nonostante si abbia coscienza del grande contributo che ancora si può dare sul rettangolo verde è sintomo dell’amore senza limiti di De Rossi verso la Roma e della sua ferrea volontà di non destabilizzare l’ambiente per tutto l’arco della stagione pur di raggiungere l’obiettivo quarto posto e, quindi, Champions League. Il fisico del numero 16 giallorosso non sarà più quello di quando ha vinto il Mondiale del 2006 appena ventitreenne o del primo Spalletti allenatore della Lupa capitolina, ma è ancora pienamente in grado di fare la differenza rispetto agli altri interpreti acquistati dall’ex direttore sportivo Monchi ad inizio stagione.

Quella di De Rossi è stata una conferenza stampa di addio un po’ considerata come un fulmine a ciel sereno dal popolo romanista che, invece, era molto più preparato sul congedo di Totti dai campi di calcio. Leggendo neanche troppo tra le righe le frasi pronunciate da De Rossi con la solita schiettezza che lo hanno sempre contraddistinto e di cui i media ringraziano in un mondo dominato dall’ipocrisia e dalle frasi fatte, si comprendono i ringraziamenti sentiti del centrocampista della Roma diretti esclusivamente a Frederic Massara, direttore sportivo ad interim della società giallorossa causa l’addio di Monchi a metà stagione, e anche a Guido Fienga, nuovo CEO del club. A malapena nominati, invece, il presidente James Pallotta e il suo braccio destro Mauro Baldissoni, i due uomini che forse hanno spinto maggiormente per mettere da parte De Rossi alla fine di questa stagione. In base alle parole uscite dalla bocca di Claudio Ranieri, allenatore-traghettatore della seconda parte della caotica e fallimentare annata giallorossa, anche Franco Baldini avrebbe avuto un suo peso nella decisione di scrivere la parola fine al binomio De Rossi-giocatore/Roma. L’abile dirigente sportivo a più riprese, in passato, nell’organigramma romanista, ricoprirebbe il ruolo di consulente esterno di Pallotta sempre restando apparentemente dietro le quinte.

La proposta della società di dare un importante incarico dirigenziale da subito nelle mani di De Rossi è sembrato un gesto alquanto sterile per ripulirsi la coscienza dopo che il giocatore ha aspettato tutto l’anno una chiamata dei vertici societari per discutere faccia a faccia tra uomini veri la possibilità di prolungare almeno un altro anno l’esperienza di un simbolo come il numero 16. Come affermato sempre da Claudio Ranieri senza peli sulla lingua, il mancato rinnovo di De Rossi e il susseguente trattamento alla stregua di un giocatore qualunque in organico sono stati errori che la Roma rischierà di pagare caro già dall’anno prossimo quando ci sarà, presumibilmente, l’ennesimo anno zero di un club che non riesce a darsi pace in termini di progettualità a lungo raggio. Un uomo, prima ancora che un calciatore, come De Rossi avrebbe fatto comodo per insegnare a tutti i prossimi arrivi estivi in casa Roma quali siano i valori su cui si fonda uno spogliatoio, luogo in cui si deve creare quello spirito di squadra, quel prevalere del noi sull’io e quell’alchimia tutti fattori fondamentali per creare, di riflesso, un’armonia di gioco e di intenti anche sul campo. De Rossi e Totti, in questo senso, sono due fulgidi esempi di cosa voglia dire sacrificarsi in nome dell’amore per la propria squadra, rinunciando al facile fuggi-fuggi generale che ormai pervade il mondo del calcio fatto di porte girevoli e di calciatori ormai ostaggi, spesso consapevoli, dei procuratori. Ecco, i due grandi esempi della Roma, così come Maldini e Del Piero, sono stati professionisti sempre in grado di tenere a bada i propri agenti dalle lusinghe e dagli ammiccamenti di grandi club esteri, nonostante proposte di contratto più remunerative rispetto alle cifre percepite fino a quel momento.

Ora, come da lui stesso dischiarato, per Daniele De Rossi si prospetta un futuro ancora da calciatore a tempo pieno almeno per un anno o due con buona pace dei tifosi della Roma che, a questo punto, sperano di non vederlo in un club europeo di fascia medio-alta con il rischio di trovarsi l’uno contro l’altro in una competizione continentale così come accaduto, tanto per fare un esempio, a Gigi Buffon passato dalla Juventus al PSG. Più plausibile, per adesso, una soluzione che porterà Daniele a calcare i campi della MLS a stelle e strisce, suo desiderio di fine carriera neanche tanto celato o, forse, meno realisticamente, la Bombonera di Buenos Aires in risposta alla chiamata del suo amico ed ex compagno Nicolás Burdisso. Lo spigoloso difensore argentino, ammirato per anni in Italia tra Genoa, Inter, Torino e, appunto, Roma, è da poco diventato direttore sportivo del Boca Juniors. Come ammesso, poi, sempre dal numero 16 romanista durante la lunga conferenza stampa di qualche giorno fa, toccherà ad Alessandro Florenzi e Lorenzo Pellegrini il non facile compito di inculcare il senso di appartenenza e l’amore per i colori della Roma a qualunque volto nuovo calcherà l’erba dello Stadio Olimpico.

Ad ogni modo, mettendo in secondo piano il programma riguardante la cerimonia e le onorificenze organizzate in onore di un degno adepto del romanismo ereditato da Francesco Totti, un momento che sarà sicuramente terribile e difficilmente sostenibile per il popolo giallorosso e non solo, nel calcio c’è un assoluto bisogno di ritrovare rapporti umani più schietti e meno mediati da procuratori o altre figure spesso fuori luogo nei discorsi tra giocatore e società. Non abbiamo qui la presunzione di dire che c’è un modo di procedere più giusto di altri nel momento in cui le alte sfere del club decidono di concludere un rapporto di lavoro con una bandiera riconosciuta e riconoscibile da tutta l’opinione pubblica appassionata di calcio, anche perché, in qualunque direzione la dirigenza agisca le critiche sono sempre dietro l’angolo. Ma una cosa è certa, bisogna evitare che un Guido Fienga qualsiasi, e non me ne voglia il nuovo CEO della Roma, debba affrontare una conferenza stampa tanto storica quanto difficoltosa per lui accanto a Daniele De Rossi, se si considera che solo da gennaio è entrato nell’universo giallorosso. C’era bisogno di maggior coraggio da parte di James Pallotta nell’esporsi in prima persona davanti le telecamere senza nominare in sua vece personalità che poco o nulla conoscono sulle questioni interne al club. E, ancora, c’era anche bisogno che il presidente della Roma instaurasse un dialogo continuo, rispettoso e trasparente con un idolo dei tifosi come Daniele De Rossi lungo tutto l’arco della stagione, invece di mettere ingiustamente da parte la sua vicenda e nascondersi dietro scusanti riguardanti la caotica rivoluzione romanista di metà stagione con la cacciata di Monchi e Di Francesco.

Tutti noi dipendenti cronici di calcio e di sport in generale crediamo ancora nel possibile ritorno a un rapporto genuino tra gli atleti e gli organi societari, anche perché se esiste il tifo è solo ed esclusivamente grazie agli sportivi che creano un connubio inscindibile tra sé e i colori che rappresentano e questo le dirigenze di tutto il mondo devono sempre tenerlo bene a mente.

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