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I club inglesi hanno dato un calcio alla Brexit

Quando i dati dicono che l’ormai famosa e celeberrima Brexit sia stata caldeggiata soprattutto dalla popolazione britannica residente al di fuori dei grandi centri urbani, l’indagine trova una conferma, seppur indiretta, anche in ambiti diversi da quello strettamente politico.

In particolare Londra con il suo sindaco anglo-pakistano Sadiq Khan si è fatta fiera propugnatrice della campagna per restare a tutti i costi nell’Unione Europea anche per non venir meno all’immagine di metropoli cosmopolita che la capitale londinese si è costruita da ormai diversi anni a questa parte.

E pensare che fino al 2016 era Boris Johnson a governare “The Big Smoke”, così come viene non molto carinamente riconosciuta la città più importante del Regno Unito per via degli alti tassi di inquinamento registrati. Lui, conservatore fino al midollo, ex primo cittadino di Londra ed anche ex Segretario di Stato britannico per gli Affari Esteri dopo le sue dimissioni nel luglio 2018 per via di alcune frizioni con il Primo Ministro Theresa May, è da sempre uno dei più convinti portatori dell’euroscetticismo verso i palazzi di Bruxelles.

Non abbiamo certamente la presunzione né la superficialità di accostare la momentanea messa in secondo piano di un personaggio dalle idee così fortemente nazionaliste e protezioniste come Boris Johnson con la rinascita del calcio inglese sul palcoscenico europeo, ma desta certamente curiosità come un politico così restio ad aprire i suoi orizzonti verso l’Unione Europea sia un po’ uscito di scena proprio ora che Londra, e non solo, sta vivendo una nuova “Rivoluzione industriale”, almeno per quel che concerne la sfera sportiva.

Se vogliamo rimanere ancora per un’istante sul discorso che accosta le imprese calcistiche dei club inglesi con la situazione politica infuocata che tutto il Regno Unito sta vivendo dal punto di vista dei suoi rapporti altalenanti con l’Unione Europea, non si può fare a meno di parlare dei Reds di Klopp. La squadra di Salah e compagni rappresenta la città di Liverpool, ennesima dimostrazione di un importante centro urbano dal fiero passato industriale che, non meno di Londra, non ha nessuna intenzione di isolarsi dall’Europa. Basti pensare al 60% dei residenti della città fondata sulle rive del fiume Mersey che, solo tre anni fa, ha votato fermamente per restare nei quadri di Bruxelles. Sul piano calcistico, il Liverpool del mago tedesco Klopp è, per il secondo anno consecutivo, in finale di Champions League, pronto a vendicarsi sui londinesi del Tottenham per la sconfitta patita appena un anno fa contro il Real Madrid di Zidane.

Abbandonando ora gradualmente paragoni che potrebbero risultare fuori luogo o forse troppo arditi tra la sfera politica e quella calcistica, bisogna ricordare come il primo sentore di una nuova possibile supremazia del calcio di Sua Maestà la Regina (Elisabetta II, ndr) si è potuto scorgere già nella vittoria dell’Europa League ottenuta dal Manchester United nel 2017.

Nell’atto finale giocato alla Friends Arena di Stoccolma, il “Re di coppe” José Mourinho ha avuto la meglio sugli olandesi dell’Ajax, altra squadra che, con quel bel traguardo, ha avviato la crescita di un organico arrivato all’apice dell’autostima e della sua forza con la semifinale di Champions League raggiunta proprio quest’anno facendo fuori colossi come Real Madrid e Juventus. I ragazzi terribili della nuova generazione Oranje, plasmati sapientemente da un allenatore emergente come Ten Hag, si sono arresi solo di fronte alla legge del maggior numero di gol segnati fuori casa dal Tottenham di Pochettino.

Tornando sulle squadre rappresentanti la Terra d’Albione, è indubbio come dal Manchester United del 2017 a oggi ci sia stata una parabola sempre più proiettata verso l’alto che ha visto coinvolte le squadre inglesi e le ha portate a giocarsi quest’anno, per la prima volta nella loro storia, una doppia finale di Europa League e di Champions League.

Basti considerare la scorsa edizione della Champions League in cui tutti e cinque i club britannici ai nastri di partenza hanno concluso il loro girone di qualificazione iniziale al primo posto (tranne, se vogliamo, il Chelsea secondo nel gruppo di quella fantastica Roma solo per scontri diretti, ma, a pari merito con la squadra di Di Francesco). È pur vero che, se andiamo a vedere chi tra le medesime Fab Five inglesi (Chelsea, Manchester City, Manchester United, Tottenham e Liverpool) è stata in grado di arrivare fino ai quarti di finale, figurano solo Liverpool e Manchester City come uniche superstiti ad aver rappresentato la Union Jack tra le migliori otto d’Europa. E, se osserviamo l’Europa League, sempre edizione 2017-2018, anche lì, escluso l’Arsenal spintosi fino alla semifinale persa contro l’Atlético poi campione di Diego Simeone, c’è da registrare il fallimento dell’Everton, uscito da un girone dominato da una favola chiamata Atalanta. Ma, in quella che è ormai l’ex Coppa Uefa, il discorso su un possibile ridimensionamento inglese non regge più di tanto dato che Arsenal ed Everton, per l’appunto, erano le sole squadre britanniche partecipanti fin dall’inizio. Infatti, come detto qualche riga più su, dai gironi di Champions League 2017-2018 nessuna inglese è stata “retrocessa” al piano di sotto visti i grandi risultati registrati da Tottenham, Chelsea, Liverpool e dalle due squadre di Manchester, tutte proiettate agli ottavi di finale di Coppa dei Campioni con relativa scioltezza.

Ora, se si considerano club come il Manchester City di Guardiola e il Liverpool di Klopp in Champions League, o l’Arsenal passato frattanto dal santone francese Wenger al basco Emery in Europa League, il primo elemento che risalta agli occhi è certamente la continuità di rendimento o di progetto tecnico registrato almeno nell’ultimo biennio dalle tre società sopraccitate. Infatti, l’Arsenal, nonostante abbia cambiato la guida al comando dello spogliatoio dopo più di un ventennio, non sembra averne risentito più di tanto sul piano dei risultati, viste le semifinali di Europa League disputate l’anno scorso e la finale della medesima coppa raggiunta quest’anno, in cui l’ultimo ostacolo per i Gunners sarà rappresentato dai concittadini del Chelsea di Maurizio Sarri. Sul discorso Manchester City e Liverpool si può parlare senza dubbio di un progetto tecnico a lunga scadenza, in cui le dirigenze di entrambe le squadre credono fortemente nei loro manager e, forse, non potrebbe essere altrimenti dato il salario percepito da Klopp e Guardiola, tra i pochi allenatori al mondo in grado di cambiare completamente il volto di squadre piene di campioni spesso di difficile gestione.

Solo il Tottenham e il Chelsea rappresentano forse le vere mosche bianche nella trionfale campagna europea del calcio inglese di quest’anno. Per valutare appieno l’impresa degli Spurs, è sufficiente considerare che il club di Pochettino ha avuto il mercato praticamente bloccato tutto l’anno per via degli ingenti costi legati alla costruzione del nuovo stadio in cui la squadra gioca da appena un mese. Per quanto riguarda il Chelsea, non era per nulla scontato che Sarri riuscisse nell’impresa di portare da subito i Blues a disputare una finale europea, anche perché i fedeli scudieri da lui voluti come Jorginho e Higuain non hanno inciso più di tanto nel corso della stagione. Anzi, si deve al vecchio nucleo di calciatori capeggiati dalla verve di Hazard il merito di giocare un derby tutto londinese contro i rivali dell’Arsenal che avrà luogo il prossimo 29 maggio nella spettacolare cornice dello stadio di Baku.

Oltre poi al ragionamento sulla progettualità a lunga gittata del calcio inglese, ci sono da ricordare sempre le solite motivazioni alla base del ritorno prepotente dei club britannici nell’élite dello sport più popolare al mondo. Le abilità nel merchandising in possesso persino delle società più deboli della Premier League fanno del massimo campionato inglese il più remunerato su scala globale da parte degli sponsor che, insieme agli stadi tutti o quasi di proprietà dei club e tutti sempre pieni fino all’ultimo posto, garantiscono un alto tasso di spettacolarità e una diffusione capillare del brand sull’intera superficie terrestre. Poi c’è il discorso diritti tv, i cui proventi vengono ripartiti in maniera molto più equa in Premier League rispetto a quanto avviene nella nostra Serie A.  Di conseguenza, gli alti stipendi che possono permettersi squadre anche di media e bassa classifica garantiscono l’ingaggio dei migliori calciatori in circolazione. Se si escludono Messi e Ronaldo, dominatori del Pallone d’Oro per dieci edizioni consecutive come mai successo in passato nella storia del calcio (diarchia interrotta dal solo Modric per ora), praticamente tutto il gotha del calcio mondiale si può ammirare solo osservando lo spettacolo che assicura la Premier League.

Non ci sarebbe quindi da meravigliarsi se, considerato che Messi e Ronaldo giocano ormai gli ultimi anni della loro sfavillante e forse impareggiabile carriera, tra qualche anno il premio al miglior calciatore dell’anno verrà stabilmente assegnato a uno dei tanti campioni militanti in club d’Oltremanica. Basta scorrere la classifica dei migliori cannonieri della massima serie inglese appena conclusa: quest’ultima non fa altro che riaffermare l’alto tasso qualitativo del campionato dei Tre Leoni con il Kun Agüero, Salah, Aubameyang e Mané a farla da padroni.

Altra considerazione non meno importante delle precedenti riguarda la nazionalità degli allenatori delle Top 5 d’Inghilterra: lo spagnolo Guardiola è saldamente alla guida del Manchester City, il Tottenham è nelle mani del caratteriale argentino Pochettino, il Chelsea si è affidato solo l’anno scorso all’italiano Sarri così come l’Arsenal ha voluto iniziare un nuovo ciclo con il basco Emery dopo quasi un quarto di secolo con il francese Wenger al timone della squadra mentre, infine, il Liverpool è a immagine e somiglianza del sempre sorridente tedesco Klopp. È, quindi, un dato di fatto che, se i club inglesi hanno ricominciato a dettar legge in Europa almeno nell’ultimo biennio, buona parte del merito va ai manager stranieri che hanno arricchito ancor di più il bagaglio tecnico-tattico della Premier League, diffondendo ognuno di loro idee di gioco diverse e, talvolta, diametralmente opposte gli uni rispetto agli altri.

Sembrano lontani anni luce i tempi in cui l’Italia poteva vantarsi di una finale di Champions League tutta tricolore come accaduto nel 2003 tra Juventus e Milan e, prima ancora, di semifinali nello stesso anno con la presenza di tre squadre su quattro che parlavano italiano se si considera anche quell’Inter.

Visti i grandi risultati ottenuti con costante regolarità dai club inglesi e spagnoli sui palcoscenici europei, si dovrà pazientare chissà quanti anni prima di vedere l’Italia riavvicinarsi al primo posto nel ranking UEFA.

In questo senso, a esplicita domanda da parte di alcuni giornalisti sugli ingredienti possibili per un nuovo Rinascimento calcistico italiano, Carletto Ancelotti, l’allenatore nostrano forse più amato all’estero, si è soffermato, come impone il suo ruolo, sugli aspetti tecnico-tattici un po’ persi per strada da parte dei club della Penisola. In sintesi, non sono i ritmi alti e l’intensità per tutti i 90 minuti a fare del calcio inglese il migliore sia in Europa League che in Champions in questa annata, ma la differenza sta nella qualità dei singoli giocatori schierati da corazzate come Tottenham, Liverpool, Arsenal, Chelsea e anche dall’eliminato Manchester City di Guardiola. Non dimentichiamoci che un attacco formato da Agüero, Sané e Sterling per non parlare di Gabriel Jesus è difficilmente eguagliabile a livello internazionale e il buon Pep si è parzialmente rifatto della delusione Champions vincendo la più entusiasmante Premier League degli ultimi anni con un testa a testa serrato con il Liverpool di Klopp fino all’ultimo respiro che ha portato le due squadre a sfiorare quota 100 punti.

Secondo Ancelotti, bisogna quindi ritrovare quegli ingredienti che hanno fatto grande il nostro calcio come l’abilità dei nostri allenatori nell’organizzare la fase difensiva e il successivo contrattacco, aiutati, però, anche dal livello di grandi interpreti in ogni ruolo ormai appartenenti al passato, mentre i nuovi non rientrano, per adesso, nelle possibilità economiche dei nostri club. Simeone, in questo senso, è il miglior esempio possibile di un allenatore che, anche forse in modo troppo estremizzato, ha appreso e messo in pratica i dettami tattici del calcio italiano che lui ha vissuto in prima persona nei suoi anni da calciatore. Il suo Atlético di questi ultimi anni tiene testa costantemente a Barcellona e Real Madrid in patria, fregiandosi anche di aver scippato alle due grandi di Spagna lo scudetto del 2014, mentre in campo europeo i colchoneros sono ormai una realtà solida e temuta come dimostra la vittoria dell’Europa League nel 2018 e la doppia finale di Champions League raggiunta e poi persa in entrambi i casi contro il Real Madrid nel 2014 e nel 2016.

Dopo questa breve chiosa sulla debolezza attuale del calcio di casa nostra, per concludere, l’ambito calcistico ha dimostrato sul campo come il sentimento dominante in Gran Bretagna sia il partito della “Brex-in” e non della Brexit. Inoltre, sarà sicuramente entusiasmante per gli inglesi, forse per noi un po’ meno, assistere al tifo incrociato tra i supporter del Tottenham che vorranno la vittoria del Chelsea in Europa League piuttosto che vedere gli odiati rivali dei Gunners trionfare, mentre, dall’altro lato, i fan dell’Arsenal desiderano a tutti i costi vedere il Liverpool alzare sul cielo di Madrid la “Coppa dalle grandi orecchie” e assistere alla contemporanea disperazione del popolo Spurs con a capo la sua guida argentina Mauricio Pochettino.

Sperando di non risultare blasfemi, penso sia giusto utilizzare qui l’espressione “Dio salvi il calcio inglese” dalla Brexit e, soprattutto, dai rischi che questo processo può portare ai club britannici in termini di competitività, isolamento e di maggiore difficoltà nell’ingaggiare giocatori stranieri se in presenza di leggi ancor più restrittive di quelle già vigenti sul piano del permesso di lavoro.

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