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Un noir sportivo. La favola, la conferma e il condannato.

Anche questo campionato calcistico di Serie A è terminato. I verdetti sono stati emessi. Abbiamo i campioni d’Italia, ormai già da cinque giornate, coloro che si sono qualificati per le competizioni europee, e i bocciati, costretti a retrocedere in Serie Cadetta. Il rush finale che tutti si aspettavano non ha affatto tradito le aspettative dei tifosi e degli sportivi, che tra una preghiera e uno scongiuro, hanno assistito a una girandola di fuochi d’artificio esplodere nella notte del 26 maggio.

La Juventus si è cucita sul petto l’ottavo scudetto consecutivo, confermando il suo status di leader indiscussa anche per la stagione 2018/2019, ma altresì evidenziando la tendenza a fallire, abbastanza clamorosamente, la corsa alla conquista della coppa dalle grandi orecchie. Mister Allegri, in comune accordo con la società, ha lasciato la panchina bianconera, chiudendo il suo ciclo di vittorie e sconfitte in netto bilancio positivo. Sarà adesso compito della società individuare l’allenatore in grado di consentire alla Juventus il definitivo cambio di mentalità dalla dimensione nazionale a quella internazionale. Un dna che si plasma nel tempo e che si consolida solo con trionfi europei.

Il Napoli ha concluso il suo campionato confermandosi la seconda forza della Serie A. L’arrivo di Carlo Ancelotti sulla panchina azzurra ha probabilmente evitato che il gruppo si sfaldasse dopo la partenza del tanto amato Maurizio Sarri, il quale aveva fatto innamorare un’intera città grazie al suo gioco rapido, geometrico e preciso. I dieci punti di vantaggio sulla terza testimoniano comunque la bontà del lavoro espresso dal tecnico di Reggiolo e dai suoi ragazzi. Tuttavia, anche le speranze di gloria europea, nutrite in primis dal presidente Aurelio De Laurentis, e con lui da tutto il popolo partenopeo, con l’ingaggio ad agosto scorso di Don Carlo, il Re di Coppe, si sono dovute schiantare contro un muro di sfortuna, concludendo terzi a pari punti nel girone con l’attuale finalista di Champions. Se non è fatalità questa!

Adesso è bagarre. Una favola, una conferma, un condannato. Potrebbe sembrare il titolo di un film noir anni ‘70, e la trama non si discosterebbe troppo dalla realtà visto quanto accaduto nella notte del 26 maggio, tra il minuto 51 e il minuto 53 dei novanta regolamentari più recupero.

Il destino beffardo ha voluto contrapporre due delle tre contendenti per il terzo e quarto posto in classifica, con squadre che, in teoria, avrebbero potuto già tranquillamente pensare alle spiagge bianche e al mare cristallino, un po’come la Juventus delle ultime due settimane. Così non è stato, hanno dato battaglia eccome! Questo ci piace ed è quello che vogliamo vedere, senza regalare nulla e facendo valere l’orgoglio dei colori che indossi. Onore quindi a Spal e Sassuolo, che nonostante non avessero più niente da raccontare in classifica, hanno venduto cara la pelle, opponendosi con gagliardia rispettivamente a Milan e Atalanta.

Il Diavolo, il condannato appunto, costretto, pur vincendo a Ferrara, a rimandare di almeno una stagione il ritorno tra i grandi, e la Dea, la favola, incarnazione di un sogno divenuto realtà dopo 112 anni di storia, volando così dopo un percorso intrapreso già da tre anni verso un’isola che non c’è, o meglio non c’era fino al minuto 53 del 26 maggio. Infine il dramma che si sarebbe potuto abbattere su San Siro per il popolo nerazzurro, si è tramutato in dolce miele dorato, facendo sì calare la mannaia sul collo di un indomabile Empoli, in uno di quei finali che resteranno per molto tempo nella memoria di entrambe le tifoserie, in un modo o nell’altro. Mentre al nord si stava scatenando il furore sui campi da gioco, a Firenze la Viola e il Grifo hanno meditato bene di non graffiarsi troppo a fondo, e di concludere la loro stagione fallimentare con una salvezza che è giunta soltanto all’ultima giornata con un rotondo zero a zero.

La pistola fumante è stata rinvenuta tra Milano e Bergamo tra il minuto 51 e il minuto 53. Il popolo rossonero dopo aver gioito per il vantaggio ottenuto dal Milan a Ferrara, grazie a un diagonale rasoterra di Calhanoglu dal limite dell’area che va a spegnersi nell’angolo basso alla destra di Viviano, ha potuto esaltarsi ancor più alla notizia giunta un solo minuto dopo del vantaggio del Sassuolo a Bergamo, in virtù della rete messa a segno da Berardi.

Intanto a Milano l’Inter continuava a tirare pallonate contro Dragowski, che in serata di grazia rispediva al mittente. Il copione pareva aver preso una piega decisamente favorevole al Diavolo, e a testimonianza di ciò, il raddoppio di Kessie, sembrava potesse avvalorare le speranze di quei sogni di gloria, che, nicchiando, stavano iniziando a ridestarsi nei sopiti cuori rossoneri. Pareva, appunto. Il gol di Vicari per la Spal ad accorciare le distanze e far tornare alla mente terribili spettri di immaturità, e il pareggio di Zapata, anch’egli in anno di grazia, contro il Sassuolo al minuto 35 (curioso, 53 al contrario) hanno ridonato slancio tanto agli uomini del Gasp, quanto a quelli di Semplici, riaccendendo il fuoco e il calore di entrambe le tifoserie, riportando a Ferrara gli animi milanisti ad un più cauto realismo. Al termine dei primi 45 minuti di gioco Milan e Atalanta sono qualificate per la prossima Champions League, l’Inter in Europa League.

Una partita però conta novanta minuti più recupero, e lo svolgimento per una buona trama non svela mai il colpevole prima del secondo atto. Non solo, le premesse sono state poste da uno degli attori principali prima ancora di calcare il campo nella seconda frazione di gioco, quando l’autore del momentaneo vantaggio di Bergamo, Domenico Berardi, è stato espulso al rientro negli spogliatoi, in seguito a un gran parapiglia scatenatosi in campo, scaturito dalle vibranti proteste degli ospiti per un presunto fallo subito dallo stesso attaccante calabrese.

Quando si fischia l’inizio del secondo tempo su tutti i campi, si intuisce rapidamente che i ragazzi di De Zerbi avrebbero dovuto fare l’impresa per strappare punti a Bergamo, così come a San Siro Dragowski non avrebbe potuto reggere a lungo l’urto delle ondate nerazzurre che si sarebbero continuate ad abbattere nella sua area di competenza.

E puntualmente, il colpo viene caricato in canna al minuto 51 da Keita Balde, entrato nella ripresa, il quale, dopo un dribbling secco, con un gran destro da fuori area, sblocca la partita contro l’Empoli, riportando momentaneamente l’Inter al terzo posto in classifica. Esplode la tensione della tifoseria neroazzurra in un boato di gioia. Solo due minuti più tardi avrebbe urlato ancora più fragorosamente, ma questo ancora non poteva saperlo.

Minuto 53, il grilletto viene premuto, uno schianto, la pistola spara. Quasi nella contemporaneità più assoluta, tanto a Bergamo quanto a Ferrara il mondo si ritrova sottosopra. Il Milan subisce il pareggio ad opera di Fares, l’Atalanta passa in vantaggio grazie al raddoppio del capitano, e simbolo, della squadra delle meraviglie allestita da Gian Piero Gasperini, Alejandro “papu” Gomez. La pistola è fumante e la classifica cambia ancora. Atalanta terza, Inter quarta, Milan quinto. Tutte le combinazioni possibili si sono avvicendate durante i novanta minuti.

A nulla è valso il nuovo vantaggio del Milan, doppietta di Kessie su rigore, poiché solo un minuto prima, proprio l’ex di turno, Mario Pasalic consolida il risultato di Bergamo con la rete del 3 a 1 definitivo. La favola della Dea stava lentamente con il trascorrere dei minuti divenendo realtà.
Lo scenario: uno stadio incredulo per la felicità, quasi in trance. Le lacrime dei tifosi più anziani stavano iniziando a rigare loro le guance, poiché mai avrebbero creduto di potersi vedere un giorno lì, seduti tra i grandi. I bambini si riscopriranno giganti all’indomani, tra i loro compagni di fede calcistica, vantandosi dei loro idoli e imitandone le gesta. La favola ha iniziato a vivere in quel momento, al minuto 53.

Si sa che lo sport è metafora di vita, cultura e società, così come l’irrazionalità ne fa parte, così come il miracolo fa parte del sogno collettivo. Tuttavia, proprio perché metafora di vita, laddove vi sia qualcuno a trionfare gloriosamente, qualcuno deve perdere clamorosamente. E il condannato ha assunto le sembianze del Diavolo, a meno che non fosse accaduto proprio l’irrazionale, l’imponderabile a San Siro.
Ed effettivamente, la pazza Inter non smentisce il proprio soprannome, facendosi raggiungere dall’Empoli, a quindici minuti dal novantesimo, grazie ad un appoggio sotto porta, sul secondo palo di Traorè. La squadra di Andreazzoli, spinta da ogni grammo di forza che gli undici in campo sono riusciti a racimolare, sudando le proverbiali sette camice, non solamente avevano ottenuto il pareggio, ma coraggiosamente hanno continuato a giocare a viso aperto, circondati dal mormorio generale di San Siro. Infatti, solamente cinque minuti più tardi, la compagine toscana subisce un rapido contropiede ad opera di Vecino, che giunto ai venti metri ha lasciato partire un rasoterra fulminante schiantatosi sulla base del palo alla destra di Dragowski. Il destino beffardo ha voluto che la carambola dal legno finisse proprio sul destro di Nainggolan, che di prima, all’altezza del dischetto, ha insaccato facilmente. La tifoseria nerazzurra erutta come un vulcano dormiente, il colore che unisce la Dea e il Biscione si fanno un solo vessillo, e le caselle disponibili per la qualificazione in Champions League vengono colorate di azzurro e di nero.

Non è ancora terminata la partita però. Gli ultimi dieci minuti della trama di questo noir calcistico sono un dramma sventato per i supporters interisti. L’Empoli dopo essere tornata in svantaggio, e senza più nulla da perdere, si è riversata nella metacampo avversaria, aggredendo con il coltello tra i denti, e impiegando il massimo sforzo possibile nell’assalto finale. Dicono che a Milano, durante la notte, abbiano mosso voci su una sorta di beatificazione per il miglior portiere della Serie A, Samir Handanivic. Ha letteralmente salvato tutto il popolo nerazzurro, quando al minuto 93, Ucan, subentrato nella ripresa per Acquah, dopo aver saltato l’uomo in area di rigore, si è ritrovato a tu per tu col portierone sloveno. L’uscita provvidenziale dell’estremo difensore interista gli ha consentito però di ribattere col corpo la conclusione del turco, e con essa tutte le speranze rimaste strozzate in gola dei tifosi empolesi. È finita, non accadrà altro, si pensa. In realtà in quattro minuti abbiamo altri due momenti thriller. Su un angolo battuto dall’Empoli durante il forcing finale, in cui lo stesso Dragowski è salito per saltare, e magari pescare il jolly, Brozovic recupera palla dal limite della propria area, e dopo aver dribblato un avversario, calcia da centrocampo un tiro radente ma preciso che andrebbe a blindare la vittoria, e quindi la qualificazione al quarto posto ai danni dei cugini milanisti, se non fosse per una trattenuta di Keita Balde rilevata dal Var ai danni del portiere polacco, intento a correre verso la propria porta. Ancora 2 a 1. Infine, a trenta secondi dal triplice fischio, dopo un triangolo stretto, voluto e ottenuto da “Ciccio” Caputo, quest’ultimo si ritrova ancora una volta solo davanti a Samir Handanovic, e, probabilmente memore di quanto avvenuto solo pochi minuti prima con Ucan, un attaccante come lui è, anziché tirare verso lo specchio, ha deciso di metterla in mezzo per la deviazione sul secondo palo. E deviazione c’è stata, ma di D’Ambrosio ad anticipare due giocatori dell’Empoli, e suddetto intervento, impennandosi, è andato a finire sulla traversa, facendo trasalire dai brividi l’intero stadio, ma decretando, questa volta in maniera certa, la vittoria sui toscani mai arrendevoli, e guadagnandosi l’ultimo posto disponibile per la prossima Champions League.

È stato davvero un noir emozionante questo ultimo turno di campionato di Serie A 2018/2019, una sceneggiatura scritta durante le 37 giornate precedenti e conclusasi come meglio non avremmo potuto sperare di vedere, al di là del tifo, dei colori, del business. Il 26 maggio è stato un giorno di vero sport.

L’Atalanta ha dimostrato di meritare il terzo posizionamento, in virtù del miglior gioco espresso nel nostro campionato, a dimostrazione che idee e gioco portano senza dubbio più lontano se paragonate al credo dei pratici comuni. L’Inter ha confermato il quarto posto dell’anno precedente, conquistato anch’esso all’ultima giornata a spese della Lazio. Adesso, con il potenziale arrivo di Antonio Conte sulla panchina neroazzurra, sarà necessario capire quali saranno le ambizioni della società per il prossimo anno, e che mercato avranno preventivato di fare. Dulcis in fundo, il Milan. Ha lottato, ha sudato, esattamente come avrebbe fatto il proprio allenatore Rino Gattuso, anche lui ai titoli di coda sulla panchina rossonera per far spazio a qualcun altro con maggiore esperienza, o con un’idea di gioco che rispecchi più chiaramente il volere dei tifosi e della società.

La favola, la conferma, il condannato, questo autunno direttamente sui vostri schermi, impegnati a dar il massimo in Europa. Alcuni in Champions, altri in Europa League, con la speranza che si possa udire nuovamente uno sparo e la pistola fumi ancora una volta.

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