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Tottenham-Liverpool: il passato dice Reds

Ognuno ricorda gli eventi per un dettaglio, spesso quello che ha suscitato più emozioni. Se imbastissimo un sondaggio, siamo sicuri che la Champions League 2018/19 sarebbe richiamata alla memoria, quasi oggettivamente, per le rimonte. Le rimonte incredibili che hanno segnato il passaggio dagli ottavi all’ultimo atto e che hanno marchiato il cammino delle due finaliste: Liverpool e Tottenham.

Se i Reds hanno, infatti, capovolto il Barcelona di Messi, “quelli del nord di Londra”, in pochi minuti, hanno ribaltato l’ennesima generazione d’oro dei lancieri.

A questo punto, non possiamo che pronosticare una finale appassionante e incerta quasi quanto, e più, delle semifinali. Ma vogliamo avvicinarci a ciò che sarà e lo facciamo attraverso una frase che ci piace ricordare di Confucio, “studia il passato se vuoi prevedere il futuro”.

Partiamo dal palmares, la bacheca, l’immagine migliore del dna di un club.
La genetica, in questo caso, rende il Liverpool più grosso degli avversari, i prossimi e molti altri in giro per l’Europa.

I Reds sono la seconda squadra più titolata d’oltremanica con 41 trofei, dietro solo al Manchester United (42), la quarta in Europa se contiamo i trofei continentali (11) e l’ottava al mondo per competizioni confederali e/o FiFA.

Se vi dovesse capitare di assistere ad un Liverpool Museum Tour vi assicuriamo che potreste rimanere abbagliati dal luccichio delle coppe: 4 Coppe Campioni, 1 Champions League, 3 Coppe Uefa, 3 Supercoppe Uefa, 18 First Division, 7 FA-Cup, 8 League Cup, 15 Supercoppe d’Inghilterra.

Provate a fare meglio potrebbero dirvi.

Meglio il Tottenham ha fatto solo in materia di FA-Cup (8 quelle degli Spurs), poi due volte campione d’Inghilterra (60/61 – 50/51), 2 volte vincitore della Coppa Uefa, 1 Coppa delle Coppe, 7 Supercoppe d’Inghilterra, 4 League Cup.

Eppure entrambe, nonostante siano acclamate da gran parte della critica, nel mezzo dell’era dell’estetica calcistica, non vincono da un po’ e hanno in comune come ultimo trofeo una Coppa di Lega (misera, se consideriamo la FA-Cup coppa Regina), alzata al cielo 20 anni fa dagli Spurs e sette dai Reds.

Passiamo ai precedenti. Liverpool-Tottenham è un inedito. Se crediate ci sia tra i due club una particolare faziosità vi sbagliate. I Reds amano (odiano!) sfidare i cugini e gli altri rossi d’Inghilterra (il Manchester United), gli Spurs hanno i nemici in casa: Arsenal e Chelsea.

Il corso della storia, poi, ha fatto il suo, non mettendo quasi mai seriamente i due club a giocarsi qualcosa di concreto in piena contrapposizione.

Per vederli davvero “contro”, per la prima volta, dobbiamo andare indietro di cent’anni.

First Division (così si chiamava la Premier League) 1921-1922. Era il Liverpool di Harry Beadles e il Tottenham di Tommy Clay. Le due squadre si affrontano durante la stagione due volte nel giro di una settimana (non c’era un girone d’andata e uno di ritorno, affrontavi ogni avversario in casa e fuoricasa di seguito).
Il 22 ottobre 1921, i Reds con un gol di scarto lasciano il White Hart Lane da vincitori. Il 29 ottobre, questa volta all’Anfield, finisce in parità: 1 a 1.
La lotta per il titolo è agguerrita fino alla fine, ma nelle ultime quattro gli Spurs collezionano solo tre punti e chiudono da secondi. 

Liverpool primo a 57, Tottenham 51.

Passano sessant’anni, il destino s’incrocia ancora, due volte nello stesso anno, il 1982. Due finali, in palio ci sono Coppa di Lega e la FA Charity Shield (la Supercoppa di Lega).

La League Cup, in quel del vecchio Wembley sotto gli occhi di 100mila spettatori, se l’aggiudica il Liverpool di Sir Bob Paisley al termine di un match equilibrato deciso solo ai supplementari dai gol di Ronnie Whelan (al centoundicesimo) e di “The Ghost” Ian Rush (al minuto 119’).

Passano cinque mesi e la storia si ripete. I Reds, freschi vincitori della tredicesima First Division, si ritrovano a Wembley contro “quelli del nord di Londra”, che hanno vinto la loro settima FA Cup battendo in due match i cugini del QPR (figli legittimi della Regina).

Strano a dirlo ma quella non fu una finale entusiasmante e nella penombra i fantasmi hanno sempre la meglio. Ian Rush l’aprì e la chiuse al trentaduesimo del primo tempo.

I titoli vanno sempre ai rossi.

Gli anni passano, le due squadre sono sempre più diverse tra loro, s’identificano come una delle big del calcio mondiale (il Liverpool) e come uno dei due club principali a nord di Londra da seguire per tifare davvero ma se vuoi vincere vai altrove (il Tottenham).

Diverse sono le strade percorse, come quelle seguite per approdare alla finale di Madrid.

Il Liverpool spende molto, tanto. L’ultimo mercato si è chiuso con uscite vicine ai 150 milioni di euro, per acquistare: Alisson, Fabinho, Keita e Shaqiri.
Gli Spurs spendono poco o nulla, non sono un caso le due finestre di mercato chiuse con zero acquisti. Il botto vero è stato fatto per la ristrutturazione di White Hart Lane.

I Reds secondo i numeri di mercato hanno una rosa dal valore netto di 993 milioni di euro, gli altri di 872. 26,7 l’età media per i primi, 27 per i secondi.

Klopp è il Liverpool, la Kop reincarnata in un allenatore, Pochettino potrebbe andare via.
Il tedesco vive al limite dello spirituale, tra dogmi e follie, l’argentino è uno equilibrato, senza idee fisse.

I rossi hanno la consapevolezza che la seconda finale di seguito va vinta, non c’è da badare a scaramanzie: hanno già fissato un programma per festeggiare alla grande su un bus-parata che farà il giro della città.

Gli Spurs devono ancora realizzare quanto realizzato, una finale di Champions non l’hanno mai giocata, non sanno nemmeno come organizzarsi.

Le due hanno in comune un sogno e nessuno potrà svegliarle fino al triplice fischio.

Il passato dice Liverpool ma il Tottenham è pieno di lividi e ogni livido è una lezione.

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