was successfully added to your cart.

Carrello

Sans-serif

Aa

Serif

Aa

Font size

+ -

Line height

+ -
Light
Dark
Sepia

Quando, e perché, è nata la passione per l’estetica del calcio?

Gianni Mura ha addirittura scomodato Oronzo Pugliese. A suo dire, e non solo, quella tra Tottenham e Liverpool è stata una brutta finale di Champions League. Oggi, l’estetica – o presunta tale – ha acquisito un peso rilevante nel calcio. Debordante. Va riconosciuto che i teorici del gioco stanno vincendo la loro battaglia. Noi risultatisti siamo all’angolo. Se è vero come è vero che la Juventus, il club di riferimento dei risultatisti, la società che “vincere è l’unica cosa che conta” ha dato il benservito ad Allegri e ha scelto la conversione. Che poi avvenga con Guardiola o con Sarri, cambia poco dal punto di vista filosofico. Molto, ovviamente, da quello calcistico. Ma questo è un altro discorso. 

Il punto è un altro. Quando, e soprattutto perché, è nata questa passione per l’estetica del calcio? Quand’è che nello sport che si gioca undici contro undici è comparsa questa mania del presunto bel gioco – il circo per dirla alla Allegri. Ovviamente quelli bravi, che hanno studiato, comincerebbero a parlare dell’Ungheria del 54, dell’Olanda degli anni Settanta. Poi, ovviamente, c’è l’Arrigo. Il suo Milan ha dato indubbiamente spettacolo, ha rappresentato uno spartiacque, ma ha vinto anche partite giocando male. Come del resto l’Olanda di Cruyff.

Poteva esserci una filosofia. Oggi è un’ossessione. Oggi è una religione. Come se la crisi di valori di cui si straparla, avesse creato un vuoto. E Pep Guardiola di fatto ha rimpiazzato Che Guevara. Diventa un affronto gettare la palla in fallo laterale, oppure spazzare alla “dove va, va”. E così un bel po’ di appassionati inorridiscono di fronte alla finale tra Liverpool e Tottenham, che è stata semplicemente una partita di calcio. Sentita. Nervosa. Giocata a strappi. Decisa da un calcio di rigore assegnato dopo venti secondi di gioco.

È calcio anche quello. Per chi scrive, soprattutto quello. È raro imbattersi nel bel calcio quando in ballo c’è un titolo che conta. Che sia la finale di un Mondiale, oppure di Champions. È in queste occasioni che noi risultasti riprendiamo fiato. E possiamo gridare che quando la partita conta davvero, si bada al sodo. Non c’è più spazio mentale per provare altro. Sì, ci sono state finali spettacolari ma sono state poche, pochissime.

Non solo nel calcio. Se pensiamo al tennis, la finale di Wimbledon che è passata alla storia è stata quella del 1980 tra Borge e McEnroe, con il leggendario aie-break del quarto set vinto dall’americano e la vittoria finale dello svedese. Un match epico. L’anno dopo, la finale fu la stessa. Ma fu bruttissima. Fallosa, densa di errori. E vinse McEnroe. Sì, quell’incontro non è entrato nella storia, non lo ricorda quasi nessuno. Ma fu il primo Wimbledon del moccioso. Fu il passaggio di consegne tra lui e Borg. Conta eccome, anche se probabilmente nessuno ne conserva la cassetta o il dvd.

Vogliamo cercare di non essere assolutisti. Lasciamo spazio anche al bel gioco, a patto che non diventi una religione. Ciascuno gioca a calcio come gli pare e resistiamo alla tentazione di introdurre la giuria nel football. Contano i gol fatti e i gol subiti. Poi ciascuno provi a realizzarli o a evitarli nel modo che meglio crede. Senza sentirsi, per questo, superiori.

Lascia un commento