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La solitudine dei numeri uno

Quando le cose non vanno per il verso giusto, le mani non tengono, la concentrazione pecca, il costume e la nostra cara lingua ci tramandano innumerevoli epiteti per umiliare i portieri: papera, svarione, strafalcione.
L’estremo difensore ricopre, probabilmente, uno dei ruoli più delicati all’interno di un undici e, in proporzione, con le parole più estreme e i tagli più netti ci si riferisce ad essi nei momenti più bui.
“Ultimo uomo” sembra non essere una sola definizione tattica, perché i “numeri uno” sanno cos’è la solitudine. Quando il declino si avvicina restano più soli di tutti.

Prendiamo tre dei più grandi portieri dell’ultima epoca: Manuele Neuer, David De Gea e Gianluigi Buffon. Tre mostri sacri, intoccabili dei dell’olimpo del calcio, che in una sola stagione hanno rischiato gravemente di perdere in toto la venerabilità acquisita in tanti anni gloriosi di carriera.
Nel calcio, lo sappiamo tutti, è cosi: un gesto tecnico sopraffino vale uno, un errore tre. Sommando consecutivamente gli errori, da idolo sarai un peso, da “unico capitano” a “ritirati!”.

Il caso Manuel Neuer è eclatante. Il portierone tedesco detiene un palmares da far impallidire: 7 campionati tedeschi, 5 coppe di Germania, 4 Supercoppe di Germania, 1 coppa di lega tedesca, 1 Champions League, 1 Supercoppa Uefa, 1 Mondiale per Club e una Coppa del Mondo.
Lui era uno di quelli in campo nella semifinale Germania-Brasile del 2014, vinta dai teutonici strapazzando i padroni di casa con lo storico punteggio di 7-1 (una giornata storica ribattezzata Mineirazo, richiamo alla più famosa tragedia calcistica verdeoro, il Maracanazo nei mondiali del ’50).
Manuel ne ha scritte di pagine di storia e non a caso l’IFFHS lo ha nominato miglior portiere dell’anno per quattro anni consecutivi (dal 2013 al 2016).

Neuer ha sempre trascinato qualunque squadra in cui abbia giocato, sin dai tempi dello Shalke, con carisma, personalità, uno spiccato senso percepito di affidabilità e parate robotiche. Ora, però, è in bilico. La colpa è di un paio di stagioni sottotono, segnate da un brutto infortunio al piede che l’ha tenuto lontano diverso tempo dal rettangolo di gioco, compromettendo la reattività nel breve. Solo durante quest’annata, infatti, il portiere è tornato titolare, ma lo ha fatto offrendo prestazioni altalenanti e compromettendo il suo status d’intoccabile al Bayern e in nazionale, dove il collega Ter-Stegen non vede l’ora di sottrargli il trono.

La verità, si dicono in molti, è che non è più un valore aggiunto, la sua media di parate a partita per l’anno 2018/2019 è stata la più bassa da quando è arrivato in baviera, così come i clean sheets.
Lui però non ci sta, nonostante si sia sentito abbandonato dagli stessi compagni di squadra (i quali hanno sottolineato più volte come la difesa non si sentisse più al sicuro come una volta), e ha scacciato via l’ipotesi di un ritiro immediato.

Non se la passa molto bene nemmeno David De Gea. Il portiere spagnolo classe ’90, ex gioiello dell’Atletico Madrid, si è fatto uomo e per molto tempo ha mantenuto le attese sul suo conto. Aveva solo 20 anni quando, con i colchoneros, alzava al cielo l’Europa League (2009-2010) e la Supercoppa Uefa (2010), dove peraltro si rese protagonista di un rigore parato al principe Diego Milito.
Per Don Balon (nel 2010) era tra i migliori calciatori nati dopo il 1989. David era elegante nei riflessi, sicuro negli interventi e nel posizionamento tra i pali, abile con i piedi. A 21 anni stregò i Red Devils che, proprio ad un anno dalla finale vinta, lo acquistarono per circa 21 milioni di sterline. Erano soldi spesi bene. David diventa parte integrante dei Red Devils, idolo dei tifosi, leader silenzioso. La sua storia all’Old Trafford conta sette trofei, tra i quali un’altra Europa League vinta sotto il regno Mourinho, e numerose parate da “wow”.

Tutto molto bello fino al mondiale in Russia, dove David sembra aver dato una mazzata alla sua autostima: erroraccio nella partita d’esordio e poi sei gol subiti su sette tiri in porta. In maglia roja ha perso serenità e tutte le sue certezze, condizionando inevitabilmente la sua ultima stagione, segnata da troppe fragilità tecniche. Possiamo contare svariate sviste in entrambi i gironi, tra cui le più gravi con l’Everton, il Chelsea e quella clamorosa su tiro innocuo di Leo Messi nell’ultimo quarto di Champions. Dopo il crollo del Manchester a Goodison Park, questo 21 aprile, Solskjaer e poi le statistiche hanno inchiodato lo spagnolo: nessuno aveva preso più gol dalla distanza di lui. 
Molti, oggi, si chiedono se sia da considerare ancora uno dei più forti del mondo e se i Red Devils debbano puntare su di lui o virare su Oblak.

Sotto la Tour Eiffel non è a riparo nemmeno Buffon. La leggenda, che la scorsa estate ha lasciato  la Vecchia Signora per approdare alla corte ricchissima del PSG, si ritrova più solo che mai.
Arrivato nella ville lumière, Gigi ha dovuto da subito 
accettare la staffetta con il suo talentuoso compagno di reparto: Alphonse Areola. Tuchel, di fatto, ha sempre preferito schierare il portiere italiano nelle partite di maggior rilievo, ma, tuttavia, questa scelta non ha ripagato le aspettative del tecnico. Resta indelebile il gravissimo errore nell’ottavo di finale contro il Manchester United, quando il “numero uno dei numeri uno” non ha trattenuto un pallone non irresistibile partito dai piedi di Rashford, sulla cui ribattuta Lukaku ha siglato il secondo goal per i Red Devils, partecipi poi di una rimonta che ha significato qualificazione ai quarti.
Le parisien dopo quella
partita hanno rivisto in SuperGigi il fantasma dell’ex portiere della squadra della capitale: Kevin Trapp, colpevole di numerose debacle, anch’egli in partite da dentro o fuori. Non è un caso che dopo la papera Gigi non è più stato schierato titolare fino all’ultima giornata di campionato, durante la quale ha commesso, ancora, due gravi imprecisioni che hanno permesso ad una squadra modesta come il Reims di avere la meglio sui campioni iridati.
Tuchel ha già annunciato che l’anno prossimo in porta ci sarà poco turnover e il rinnovo del 41enne italiano, che a marzo sembrava cosa fatta, è in forte dubbio. Buffon è dinanzi a un bivio: restare da comparsa o lasciare da semidio.

Ai posteri l’ardua sentenza, ai numeri uno possiamo dire che “la solitudine o ci fa ritrovare o ci fa perdere noi stessi”.

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