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C’eravamo tanto amati

« Le loro simpatie […] sono sempre andate a coloro che le hanno dominate con vigore dominante. Sono sempre costoro che vengono onorati con le statue più imponenti. Se le folle calpestano volentieri il despota caduto, è soltanto perché, avendo perduto la sua forza, egli rientra nella categoria dei deboli, disprezzati senza alcun timore […] »  
Gustave Le Bon – Psicologia delle folle
« Questo Masaniello è pervenuto a segno tale di autorità, di comando […] in questi pochi giorni, che ha fatto tremare tutta la città con li suoi ordini […] insomma era divenuto un re in questa città, e il più glorioso e trionfante che abbia avuto il mondo. Chi non l’ha veduto, non può figurarselo nell’idea; e chi l’ha veduto non può essere sufficiente a rappresentarlo perfettamente ad altri […] »  
Filomarino, descrivendo Masaniello, a papa Innocenzo X

Napoli è una città particolare. Una realtà particolare. Sempre precorritrice di dimensioni e schemi sociologici che di lì a poco si riverseranno d’una parte all’altra del mondo. Dalla dominazione Spagnola del 1600’ a Masaniello, da Benito Mussolini a Gaetano Salvemini, e infine, da Luigi Di Maio a Matteo Salvini. Forse, uno dei pochi conquistatori – forse l’unico – che non è riuscito a catturare l’amore, e il conseguente odio, viscerale dei napoletani è stato Giuseppe Garibaldi. Solo tanto ribrezzo, anche a distanza di anni, per quello che è considerato, ancora oggi, l’usurpatore del Regno delle Due Sicilie. 

Bando alle ciance e alle considerazioni storico-antropologiche. 

Chi è da annoverare a questa schiera di grandi figuri, per tre aspetti fondamentali, è proprio Maurizio Sarri. Ex allenatore del Napoli nel triennio 2015 – 2018. Self-made man del mondo pallonaro. Un uomo della gavetta, quella seria. Non quella fatta di panchine di Primavere e squadrette di Serie B, perché ex giocatore di Serie A, ma quella che parte dalla Seconda Categoria con lo Stia e prosegue a Faella, per poi arrivare alla sua prima apparizione – dopo mille tribolamenti, propri di qualsiasi eroe Omerico – su un palcoscenico semi-professionistico, dopo 15 anni.

E ce ne vorranno altri 24, di anni, prima che “Mister 33” – così soprannominato dal giornalista Fabrizio Ferrari per le sue innumerevoli soluzioni adottate su palla inattiva – riesca a conquistare il suo primo gettone nella massima serie. 

Com’è riuscito un ex-banchiere di 56 anni a diventare il simbolo – il capo popolo – di una rivoluzione che trascende il fenomeno sportivo e riesce a fondersi con valori come la cultura e l’identità sociale ? Com’è riuscito Maurizio Sarri a diventare il nuovo Masaniello?

Al fine di tramutare quelle sensazioni, quel vissuto, in parole, ci vengono in aiuto gli admin di una nota pagina Facebook – Sarrismo, Gioia e Rivoluzione. 

« Il Sarrismo […] è stato ed è un fenomeno sportivo, culturale e identitario. Sportivo perché ispirato a un allenatore di calcio coraggioso, un instancabile lavoratore, primo seguace delle proprie idee. […] Culturale, perché promotore di un passaggio di paradigma esistenziale. La riscoperta della Bellezza come strumento di resistenza a un imbarbarimento culturale che ammorba ogni aspetto delle nostre vite: il racconto dello sport attraverso la lente distorta del solo risultato, della vita attraverso quella del bieco successo, della politica attraverso un consenso raschiato nei bassifondi dell’animo umano. Identitario, perché ha le sue radici ben piantate nella terra napoletana. […] Ha poco e nulla a che fare con razze e religioni, ha piuttosto a che fare con il modo in cui si fanno le cose in un mondo in cui tutti fanno le stesse cose. Napoli vuole farle in maniera diversa e il suo amore per una squadra poetica, bellissima e tragica racconta molto di sé, della propria armonia perduta. Tanto che il legame con il Comandante è sopravvissuto alla distanza geografica […] »

Il Comandante, il successore ideologico e irreale di un Ernesto Che Guevara che tanto ha condizionato e plasmato la mente di milioni di persone – d’ogni dove – con quel suo animo da guerriero unito ad uno spirito nobile che sempre ha teso verso un’ideale di Bellezza che per lui si raffigurava nell’ideale Socialista. Un paragone azzardato, per quello che la storia ci racconta. Due figure simili ma diametralmente opposte per il ruolo nella società, l’Italia attuale e Cuba degli anni 50/60’, che esse ricoprono e hanno ricoperto. 

Ma, in che modo è riuscita la figura di Maurizio Sarri a farsi strada in una realtà complicata come quella napoletana?

Tramite un coinvolgimento esistenziale. 

“Io adesso non so ancora cosa sia la felicità, non posso dirvelo ancora […] le emozioni di Napoli erano possenti, anche perché diverse, per tanti motivi, e sono rimaste, perché quello era un coinvolgimento esistenziale […]”
Maurizio Sarri

La strada tracciata dal Comandate, durante il suo triennio napoletano, è passibile d’essere paragonata ad una ricerca della felicità (exemplum incredibile il bellissimo film di Will Smith). Una ricerca per nulla semplice e per nulla tipizzata da quelle che sono le favole a lieto fine. 

La ricerca in questione è un percorso lungo, pieno di ostacoli, pieno di cadute, di struggimenti e di “sangue amaro”. Un turbinio di emozioni. Per nulla una passeggiata. 

L’obiettivo posto è ambizioso e l’ostacolo più grande è forse troppo grande, per quelli che guardano con terzietà al nostro Comandante, per essere superato. 

“Bisogna avere e sperimentar in sé il caos per partorire una stella che danzi”
Friederich Nietzsche 

La felicità o ευδαιμονια, per il filosofo tedesco, è forza vitale, uno spirito che lotta contro qualunque ostacolo che limiti la libertà e l’affermazione di sé. Essere felici, allora, significa essere capaci di provare forza vitale attraverso il superamento delle avversità e la creazione di modelli di vita originali.

L’esperienza Sarrista a Napoli trasuda dello spirito nichilista del giovane Nietzsche.

Sebbene Maurizio Sarri non sia riuscito a regalare ai tifosi napoletani quel tanto agognato trofeo, che il popolo partenopeo aspetta da ormai più di 32 anni, è riuscito – suo malgrado –  a regalare qualcosa di molto più prezioso: un’identità popolare condivisa. 

Ricollegandomi all’inciso di Gustave Le Bon posto all’inizio della trattazione, il popolo napoletano è una massa eterogenea di singolarità che nel corso dei secoli è riuscita ad appianare le divergenze interne attorno a figure che, per la loro forza e leadership, hanno guadagnato il rispetto e la credibilità di una popolazione che ha fatto di loro lo scrigno di tutte le loro speranze di rivalsa sociale (ben lungi da paragonare l’operato di Salvemini a quello di Mussolini o anche a quello di Sarri, è solo importante stressare il concetto di come una figura importante sia riuscita ad amalgamare una realtà molto eterogenea sotto un’unico vessillo – giusto o sbagliato che fosse). 

La figura del tecnico di Figline Valdarno è sempre stata per nulla contraddittoria, coerente ma divisiva. Un animo nobile rinchiuso in un contenitore d’apparente rozzezza, caratterizzato dal volto scuro, da quel paio d’occhiali che gli scivolano lungo il naso e quella sempre presente sigaretta a cui mai rinuncerebbe.


I c.d. “detrattori” gliel’hanno sempre rinfacciato, questo suo modo d’essere. Soprattutto dopo quella querelle con l’allora tecnico dell’Inter, Roberto Mancini.

Troppo duro il boccone da mandar giù per una realtà, quella italiana, da sempre abituata a personificarsi in uomini in giacca e cravatta – realtà valida da 10 anni a questa parte anche per la Sinistra politica – e mai in uomini del farsi, operai segnati dalla stanchezza e da un vissuto esperienziale umile ma pieno, pieno di lotte e rivendicazioni. Sono lontani ormai i tempi di Enrico Berlinguer alla guida del Partito Comunista Italiano. 

Ma questa è un’altra storia.

La realtà di Maurizio Sarri è difficile, incomprensibile per certi aspetti, inaspettata, imprevedibile e, senza dubbio, non per tutti.

Questo l’abbiamo capito. Eppure.

Eppure, la maggior parte dei napoletani si è riconosciuta in lui; la maggior parte dei napoletani, quella più agè, ha di colpo rimembrato il trasporto emotivo che dilagava quando all’ombra del Vesuvio  approdò, il 5 Luglio del 1984, Diego Armando Maradona. Figlio adottivo della città partenopea.

Le storie sono differenti, gli epiloghi pure: l’uno, Diego, è riuscito a coronare quel sogno, concedendosi anche qualche “sfizio” che sempre più l’ha contraddistinto in quanto figlio di questa città; l’altro, Maurizio, di sfizi non se n’è concessi visto che ha dovuto lottare – e tanto – per vedersi alla fine strappato quello che era suo di diritto (un diritto, non sto qui a dirlo, non ereditario ma di merito). 

Ma forse, e dico forse, il suo essere stato eterno secondo non ha fatto altro che avvicinarlo di più al sentito napoletano. Perché, diciamocelo in sincerità, non c’è nessuno che conosce la sconfitta meglio dei napoletani. Popolo di precari, saltimbanchi e di re-inventati. 

Ed ora? Ora che i due amanti non sono più congiunti? Ora che c’è una distanza che li separa, sarà essa insormontabile?

Anche qui ci vengono in aiuto quelli di Sarrismo, Gioia e Rivoluzione.

« […] il legame con il Comandante è sopravvissuto alla distanza geografica […] »

Non per tutti però. Non tutti sono riusciti ad essere razionali, non tutti sono riusciti a “perdonare” l’addio, voluto da ambe le parti – forse non allo stesso modo, dopo tante, troppe emozioni.
Ma cosa si vuole di più da un popolo che fa dell’irrazionalità e della passione i punti cardine della propria esistenza. Dopo un’amore profondo non può che esserci odio, odio per una realtà che non c’è e non ci sarà più. 

C’eravamo tanto amati” – pellicola incredibile del grandissimo Ettore Scola – sarebbe il titolo appropriato a questa storia. Storia che non si conclude nel migliore dei modi. Ma, d’altronde, quale bellissima storia lo fa.  

« Il giorno dopo il popolo si accorse che con la morte del pescatore (Masaniello) i tanto sofferti miglioramenti ottenuti durante la rivolta erano svaniti. La mattina, le donne del Mercato che si recarono a comprare la palata di pane, trovarono che essendo stata reintrodotta la gabella sulla farina, la palata, il cui peso era stato fissato da Masaniello a trentadue once, era tornata a pesare trenta once. Ben presto si incominciò a sentire la mancanza di colui che era riuscito, anche se per pochissimo tempo, a migliorare le condizioni di vita della popolazione, finché un gruppo di persone ne recuperò pietosamente il corpo e la testa, che dopo essere stati lavati con l’acqua del Sebeto furono ricuciti insieme »

Perché la Bellezza è fugace. Mai un continuum di stasi emotiva. Ma sempre e solo un alternarsi indomito di sensazioni d’alta quota.

Perché deve tutto esser un aspro rimpianto e mai un dolce ricordo. 

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