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Il Fair Play finanziario è fallito

I buoi sono scappati dalla stalla. Questa espressione suggerisce, ovviamente, che il danno sia ormai compiuto, e chiudere la stalla adesso non porterebbe a nessun tipo di beneficio. Dunque cosa fare? La proposta che ci sentiamo di avanzare con lo scopo di radunare il bestiame fuggito e, probabilmente, di richiamare l’attenzione su qualche idea esclusa dai piani alti dei palazzi di vetro con troppa serenità è:  creare un perimetro che impedisca potenziali danni che potrebbero risultare irreparabili all’interno dell’intero sistema calcio.

Veniamo dunque al campo. Quando nel settembre 2009 il Comitato Esecutivo UEFA ha approvato all’unanimità il fair play finanziario, per il benessere generale del calcio, l’intenzione appariva senz’altro nobile, e in parte lo è stata. Introdurre più disciplina e razionalità nelle finanze dei club calcistici; incoraggiare i club a contare solo sui propri profitti; incoraggiare investimenti a lungo termine sul settore giovanile e sulle infrastrutture; assicurare il tempestivo pagamento dei debiti da parte dei club. Tutto tornava alla perfezione. Per contro, appare evidente come un lago senza fango, come un cielo d’estate sempre blu, che almeno due dei punti espressi nel programma siano stati traditi, nella sostanza e nella forma: 1. introdurre più disciplina e razionalità nelle finanze dei club calcistici; 2. ridurre la pressione su salari e trasferimenti e limitare gli effetti dell’inflazione. È modesta volontà di questo articolo essere il primo di una serie di considerazioni che andremo a sviluppare nel tempo, e che si spera possano suggerire spunti per poter finalmente aprire un confronto sulle potenziali alternative plausibili.

Come siamo arrivati a dover varare l’istituzione del fair play finanziario?
Abbiamo avuto modo di osservare svariati casi in cui i club siano stati costretti a dichiarare ingenti perdite finanziarie ripetute e in aumento, provocando così una generale instabilità economica nell’Europa del pallone.

Senza dover necessariamente uscire dai nostri confini, potremmo tranquillamente ricordare almeno due esempi di società storiche che sono incorse nel fallimento nel passato recente: Fiorentina e Lazio. Il club gigliato, dell’allora proprietario Vittorio Cecchi Gori, dovette subire un’amara sorte nel giugno del 2001, quando il tribunale di Firenze aprì un’istanza fallimentare nei confronti della società, ipotizzando uno stato di insolvenza relativo a 70 miliardi di lire relativi alla vendita di Batistuta e sottratti alla disponibilità del club per girarli alla Fin.Ma.Vi, la finanziaria della famiglia Cecchi Gori, soffermandosi inoltre sui 318 miliardi di debiti a carico della società. Anche la Lazio, scudettata solo 15 mesi prima, incorse in un simile destino, rischiando l’annegamento trascinata a fondo dalle spese faraoniche del precedente patron Sergio Cragnotti, e dalla richiesta di Capitalia al presidente (il colosso finanziario sorto dalla fusione tra Banca di Roma, Banco di Sicilia, Bipop Carire e Medio Credito Centrale) di rassegnare le dimissioni da tutte le cariche dirigenziali all’interno della squadra biancoceleste per salvare il Gruppo Cirio dal crack finanziario. È stato dunque assennato un provvedimento che impedisse che casi simili potessero ripetersi nel tempo e a latitudini differenti.

La misura cautelativa denominata Fifa Fair Play Finanziario ha tuttavia generato un meccanismo distopico (si spera involontario e naturale), in cui il mercato recita la parte del leone ipervalutando il prezzo dei cartellini dei giocatori (di cui non vediamo il bisogno, ma ci torneremo in seguito), garantendo a chi possiede fondi pressoché illimitati di coprire i reali guadagni con sponsor cuciti su misura, e ultimo, ma non certamente meno importante, spostando definitivamente il baricentro delle potenze gerarchiche nel calcio europeo. Badate bene, non è nostra intenzione il commentare lo spostamento dei poteri ai vertici tra i club, è il modo in cui sono giunte a guadagnarsi lo status di élite che ci interessa. Sarebbe presuntuoso e immaturo da parte nostra non considerare il “giuoco del calcio” un business, e come tale tratteremo l’aspetto economico e strutturale.

Tuttavia, poiché di “giuoco” parliamo è necessario, quanto fondamentale, tornare alle radici e ricordare il significato di questa parola, ricordare che scatena emozioni irrazionali, che permette di creare legami così come rivalità, che i colori dipinti sulla bandiera, già iconica di per sé, sono la trasmissione del lignaggio che rappresentano gli undici rappresentanti deputati a scendere in campo di “battaglia” e a farsi valere opponendosi alla bandiera avversaria, a volte da protettori di uno stadio-castello, altre da invasori. Non è forse una metafora perfetta di come le faide territoriali si siano evolute e abbiano trasmigrato nell’ambito sportivo, certamente più civile e meno violento (sebbene anche la stessa violenza permane ancora come componete)?

Noi troviamo che si debba poter dare a tutti la possibilità di vincere, o per lo meno di farsi valere in campo. Non vogliamo che neoconquistadores prendano possesso di qualcosa di atavico e profondo che appartiene a tutti noi con il solo scopo di ridurlo a un loro personalissimo bancomat. Non possiamo accettare che un singolo giocatore possa arrivare a costare quanto 4/5 squadre cosìdette piccole o due terzi di un grande club. È inaccettabile. Si continua a recitare il sacro mantra “ è il mercato che fa il prezzo”, ma chi è che fa il mercato? Uomini, semplici uomini. Quasi tutti impenetrabili nella loro totalità di grigio disinteresse verso i colori della bandiera che dovrebbero rappresentare. E proprio come la politica rappresenta le azioni e le intenzioni (in teoria) della popolazione che costituisce un Paese, così dovrebbero agire i dirigenti ai piani alti dei club, delle federazioni nazionali, e infine, a garanzia di tutti (una sorta di ONU) delle federazioni internazionali.

Esistono dunque potenziali modelli ispiratori? Noi volgeremo lo sguardo oltreoceano e cercheremo di capire quali possano essere i fattori che consentono a tutti e quattro i principali sport nordamericani di essere così sani e permettere un ricambio ai vertici con una certa regolarità, accordando ai più capaci di guadagnarsi la gloria eterna ed entrare nella leggenda, nella cultura popolare. Nel caso aveste dubbi sulla tenuta del ragionamento appena esposto, preghiamo il lettore con tutta la nostra umiltà di andare a scoprire CHI e COSA è un simbolo quale è stato, ed è tuttora, Michael Jordan.

Oggi intraprendiamo questo sentiero, speranzosi nel profondo che possa alimentare il fuoco della discussione civile e del confronto onesto. Mai come oggi lo sport europeo per eccellenza richiede il nostro aiuto. Può ancora crescere, può essere migliore, ed è nostro diritto e dovere aprire la discussione.

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