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La Copa di Darwin

Mancano poche ore alla Coppa America. In Brasile, con favorita la Seleçao.

Sì, lo ammetto: è il cuore a parlare (sono nato a San Paolo, da emigranti veronesi). Ma anche la logica. La forza atavica, tra fantasia e utopia, della nazionale verdeoro.

Non è di questo, però, che vi voglio parlare. Lascio ad altri divinar responso sull’attualità, compiere le disamine tecniche e tattiche, aggiornare sul mercato e prevedere le possibili stelle o stelline.

La Coppa America appartiene al mio bagaglio di saudade.

Di quando ero inviato di Tuttosport e ho avuto il privilegio di raccontare quattro edizioni della manifestazione da me profondamente amata: 1989 Brasile (vittoria del Brasile), 1991 Cile (Argentina), 1993 Ecuador (Argentina), 1995 Uruguay (Uruguay).

Sempre mi sentivo a casa, respiravo un’aria di famiglia, di cose passate e mai perdute, rivedevo vecchi amici e calciatori cari, ammiravo nuovi talenti: ricordo le meraviglie cilene del giovane centravanti Batistuta, per dire. Mi sovviene il colombiano Higuita con il suo talento istintivo e la sua abbagliante follia, rivedo Enzo Francescoli, “Principe” per davvero, e riecco Romario segnare in finale, al Maracanã, contro l’Uruguay, per una effimera rivincita di quell’assurdo psicodramma nazionale che fu il mondiale del 1950 (il mio Barbosa!). Le serate con Leo Junior, al pandeiro, ed Edinho a Rio de Janeiro, ed ecco, per lo stupore del mondo, Diego Armando Maradona, il Borges della pelota, colpire, contro la Celeste, la traversa da centrocampo.

Ma mi accarezzavano il cuore le storie delle persone comuni. Persone meravigliose. Come i venditori ambulanti di Salvador di Bahia che mi portarono a visitare il cuore profondo della favela vicina alla chiesa di Nosso Senhor do Bonfim. Fu un viaggio nella miseria e nella dignità, venni abbracciato dagli ultimi, ma ultimo ero io, non loro. Finimmo per pranzare in un ristorante dalle parti del porto, un locale alla buona  frequentato da Jorge Amado. E gli ambulanti mi salutarono, prima del mio ritorno a Rio, con un concerto improvvisato, tra lacrime birre e sorrisi.

La nostalgia è un sentimento forte. Fortissimo. È un vento caldo, il momento prima del temporale, è un baule (alla Pessoa) pieno di gente. Eccomi, ora, a Guayaquil, allenarmi con Cesar Luis Menotti. L’allenatore intellettuale, l’allenatore della Selección al vergognoso mundial d’Argentina del 1978, dove in uno stadio si giocava e in un altro si torturava, l’allenatore che non strinse la mano al dittatore Videla.

Eccomi, sempre a Guayaquil, all’hotel “Oro Verde” fare il bagno in piscina con Pelé e insieme ricordare la meraviglia, commovente e lucente, di Mané Garrincha, l’angelo dalle gambe storte, l’eroe tragico che, con una finta, con una  semplice finta, conquistò due Mondiali, nel pieno della sua struggente inconsapevolezza, del suo vivere in un’altra dimensione, in un’altra realtà.

Ma eccomi, soprattutto, a Cuenca parlare con una contadina del diritto dei lavoratori e delle tante, troppe catene che ancora esistevano in America Latina.

E ancora ringrazio Eduardo Galeano per quelle sue belle e generose parole:

“Per essere devoto delle belle lettere e del bel calcio, leggo le cronache di Darwin Pastorin come chi ascolta messa”.

E, per consolarmi, rileggo il carteggio tra Giovanni Arpino e Osvaldo Soriano, due giganti della letteratura.

Il mio Brasile debutterà con la Bolivia. Il mio Brasile vincerà, vedrete. Buona Coppa America, il trofeo dei miei sogni e della mia malinconia.

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