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Salvatore Sirigu rinato dalle ceneri

“…Dopo aver vissuto 500 anni, con le fronde di una quercia si costruisce un nido sulla sommità di una palma, ci ammonticchia cannella, spigonardo e mirra, e ci si abbandona sopra morendo, esalando il tuo ultimo respiro fra gli aromi. Dal corpo del genitore esce una giovane Fenice destinata a vivere tanto a lungo quanto il suo predecessore.”

Ovidio

Se volessimo sostituire il termine “fenice” con Salvatore Sirigu, potremmo ipotizzare che il portiere sardo avrà dinanzi almeno altri dieci anni di carriera tra i professionisti. Essendo meno estremi, affermiamo che l’attuale portiere granata ha tutti i tratti caratteristici dell’uccello mitologico. Comprese le ali che ci aiutano a spiegare quel modo così naturale di occupare lo spazio in volo.

Post fata resurgo (dopo la morte torno ad alzarmi) è il motto storico della fenice. Salvatore è uno dei pochi a poter parlare della sua morte (calcistica), perché l’ha vissuta.

Sotto i cieli tersi della Ville Lumière correva la stagione 2015-2016, il portiere sardo iniziava la sua quinta stagione in maglia Paris e Laurent Blanc, di comune accordo alla società, decise che da quel momento a difendere i pali del Parc de Princeps ci avrebbe pensato un altro. Ci avrebbe pensato Kevin Trapp, arrivato a luglio dall’Eintracht Francoforte.

A Sirigu toccava, da un giorno all’altro, il ruolo di comprimario nonostante i numeri: 178 presenze, 3 Ligue 1, 3 Supercoppe francesi, 2 Coppe di Lega, 1 Coppa di francia, 4 Trophees UNFP du football (2 come miglior portiere dell Ligue 1 e 2 per giocatore della squadra dell’anno) e un record d’imbattibilità di 697 minuti che apparteneva a Bernard Lama.

“Finii in panchina senza motivo…ero il titolare inamovibile e mi sono trovato terzo portiere. Senza un motivo tecnico, senza niente, senza nessuno che mi desse spiegazioni, e io sentivo quel posto mio di diritto, perché me l’ero conquistato.”

Salvatore Sirigu

Sembrava tutto finito. Il suo destino pesava più delle sue stesse qualità. A nulla valeva essere fortissimo, affidabile, trasparente. Nessuno glielo avrebbe mai riconosciuto, così come non lo avevano fatto in passato.

Da Palermo a Parigi, il portiere nuorese aveva vissuto con un’etichetta appiccicata sulle spalle:

forte ma..”.

In rosanero le sue prestazioni finivano spesso per essere oscurate da quelle assolutamente negative dei suoi compagni di reparto, nella Capitale francese, invece, erano gli stessi nomi dei compagni di reparto a fargli ombra: Alex, Maxwell, Thiago Silva, Marquinhos. 

La verità è che Sirigu a Parigi non è stato mai visto come un elemento centrale del progetto e tra i boulevards i segreti viaggiano veloci, a scalzarlo sarebbe stato il primo nome luccicante agli occhi dello sceicco. Quel momento sarebbe arrivato e avrebbe significato l’inizio del declino quasi per chiunque.

L’annata vissuta da comprimario fu amara, tragica. Tutti pensavamo fosse quella la piega presa, ormai, dalla sua carriera. A fine stagione fu ceduto al Siviglia, giocò solo tre partite e a gennaio rescisse. Passò all’Osasuna fino a fine stagione ma non sembrava più lui.

C’era qualcosa che nessuno aveva colto.

L’avventura in Spagna era la costruzione del nido sul quale si sarebbe abbandonato, dopo il declino, a morire, rinascendo, finalmente, dal suo corpo più forte di prima.

Sotto una nuova pelle si presentò a Torino. La sua prima annata in maglia granata fu di altissimo livello.

“Abbiamo la stessa voglia di rivalsa e ricostruzione”
Sirigu riguardo lo spirito Toro.

Il meglio, però, doveva ancora arrivare. Il miglior Sirigu di sempre lo abbiamo visto quest’anno, agli ordini di Mazzarri.

La sua nuova giovinezza, la sua nuova vita, lo ha portato a livelli mai raggiunti prima d’ora.
Salvatore Sirigu è stato il portiere titolare della nuova Nazionale di Mancini nelle ultime due partite.

E, se è vero che l’infortunio al bicipite femorale subito da Donnarumma ha influito su tale scenario, bisogna riconoscere che Gigio non ha ancora dimostrato la personalità per cucirsi addosso quella maglia in cerca di un padrone in vista di Euro 2020.
Pensate se a indossarla fosse Salvatore.

Ti danno per spacciato e tu prima ti rimetti in piedi e poi ti giochi un Europeo da portiere titolare di una squadra che, per detta di Mancini, è nell’elitè del calcio europeo.

In sintesi: post fata resurgo.

Salvatore Sirigu è una fenice.

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