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Perché nel calcio moderno non c’è più spazio per le bandiere?

Ennesimo boccone amaro per i romantici del pallone. L’addio di una delle ultime bandiere del calcio italiano era arrivato come un fulmine a ciel sereno poche settimane fa. Rumoroso e deciso giunse puntuale il saluto di Daniele De Rossi alla Roma. Un pugno allo stomaco per i tifosi giallorossi, un nodo alla gola per i coraggiosi sentimentalisti che ogni domenica affollano le gradinate degli stadi di tutta Italia.
Oggi, in conferenza stampa, darà il suo addio anche Totti. Breve la sua esperienza in dirigenza, mai salda la crepa apertasi con la società quando ancora calcava i campi, quando Spalletti fede solo d’ariete.

Nostalgia ed amarezza: queste le sensazioni dopo i titoli di coda che hanno accompagnato l’addio di “Capitan Futuro” e il distacco definitivo dell’ “Ottavo Re di Roma”. Oltre ad un tremendo senso di vuoto. “Oggi è un giorno triste” diceva Francesco Totti nella sua lettera d’addio al calcio giocato, lo dirà anche oggi. Lo è per Roma e tutto il movimento calcistico italiano.

Sventolavano le ultime bandiere, prima di essere posate per sempre. È successo con Del Piero, Zanetti, Maldini e tantissimi altri. Vividi i ricordi nella memoria dei più, ormai quasi abituati a salutare gli idoli di una vita intera.

“Le bandiere non esistono più”, una frase che riecheggia rumorosa tra i tavolini dei café. Quante volte si è ascoltato un pensiero di questo genere? La verità è che del calcio di un tempo oggi resta poco o nulla.

Il movimento è notevolmente mutato. Pallotta oggi, Berlusconi e Moratti ieri, gli Agnelli ancor prima: in comune tutti la stessa visione calcistica, quella del freddo e crudo aziendalismo.

Diritti televisivi e pay-tv, la corsa alla stella del momento e compensi faraonici: il calcio odierno, che piaccia o meno, è soprattutto questo. Per le bandiere resta spazio solo nel cuore dei tifosi.

D’altronde, come biasimare gli attuali imprenditori che affollano il mondo del calcio: rischio d’impresa, molteplici responsabilità a cui adempiere e numerose critiche da affrontare. I tempi cambiano, e col tempo anche le storie d’amore più belle volgono al termine. Subentrano interessi maggiori, a cui un calciatore non può far altro che piegarsi: la carta d’identità parla chiaro, gli interessi delle società altrettanto.

Quando un calciatore diventa simbolo unico del proprio club non c’è motivazione che tenga: per il tifoso il distacco sarà sempre insopportabile. E così la gestione moderna dei club continua a scontrarsi con i sentimenti, tracciando un solco difficile da valicare.

A rincarare la dose anche marketing, media e lo stesso tifo: tre fattori che corrono a braccetto e orchestrano l’andamento delle cose.

Trasformandoci per un attimo in economisti, appare chiaro come anche le tecniche di mercato si siano evolute negli ultimi decenni. Statistiche alla mano, ad una società non conviene più stampare sempre e solo il solito cognome del beniamino della tifoseria sulle spalle delle t-shirt da gioco, bensì produrne centinaia di migliaia a rappresentanza di tutta la rosa.

L’aspetto mediatico non è poi da sottovalutare: dei discepoli che vivono solo per la propria squadra del cuore il calcio se n’è quasi sbarazzato. Anche per loro oggi a contare sono i bilanci, i fatturati e non più solo il risultato sul tabellino. Ad una dirigenza che punta a massimizzare gli introiti e alla crescita della propria azienda un tifoso che ci mette il cuore serve a poco.

Il tifo si è evoluto anch’esso, quasi imborghesito. Le tifoserie sono cambiate e fanno sempre meno gioco sulla fedeltà che apparteneva agli storici gruppi organizzati di un tempo: quello che conta, adesso, è il trofeo in bacheca, il risultato dopo i novanta minuti.

Perché non c’è più spazio per le bandiere? Semplice e rapida la risposta: in gran parte la colpa è del capitalismo calcistico che ha travolto il movimento negli ultimi anni.

La sensazione è che né oggi né domani le cose cambieranno: il gioco del pallone è ormai cosa per pochi, sempre più paragonabile ad uno spettacolo teatrale riservato all’élite.

Sarebbero tanti gli esempi da fare e le storie da raccontare: amori finiti per volere delle società e non degli stessi calciatori, ferite così profonde da metterci anni per essere risanate.

Il vento del cambiamento porta aria di tempesta: nuovi cicli arriveranno, altri calciatori saluteranno. A restare sarà soltanto la passione per i colori della propria squadra del cuore.

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