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Il calcio non è più special senza Mou

Tutti sappiamo bene il modo in cui i soprannomi hanno la capacità di incidere talvolta anche in maniera decisiva nella vita di ognuno di noi. Reagiamo in maniera diversa a seconda se il nomignolo che ci viene affibbiato di volta in volta sia visto sotto una luce positiva o serva piuttosto per deridere o screditare l’immagine di un singolo individuo. 

Quando siamo ancora molto piccoli, ad esempio, non abbiamo tutte le conoscenze linguistiche necessarie per comprendere appieno se un soprannome utilizzato dai nostri genitori, dai parenti o dagli amici di famiglia sia di nostro gradimento o meno. La situazione cambia quando cresciamo ed iniziamo a frequentare gli ambienti extradomestici, in particolare quelli scolastici dove entriamo in contatto con i primi amici, così come con le prime persone con le quali non andiamo propriamente d’accordo: se gli uni ci chiamano con dei nomi anche buffi ma in fin dei conti simpatici e accettati di buon grado, gli altri possono attaccarci addosso etichette scomode pur di rendere la vita un inferno a chiunque non gli vada a genio. Poi, una volta adulti, il giochino dei soprannomi va avanti e se da una parte ci sarà la moglie o la fidanzata che penseranno bene di richiamare la nostra attenzione con più di un nome carino per lei e alquanto bizzarro per noi, dall’altro lato, ad esempio sul luogo di lavoro, esiste sempre almeno un collega meno piacevole di altri pronto a farci perdere le staffe attraverso epiteti sgradevoli dettati anche da una certa invidia nei nostri confronti.

Ora, qui, non abbiamo la presunzione di essere informati né sul modo in cui veniva chiamato José Mourinho quando era ancora in fasce nella sua Setúbal, né tantomeno siamo a conoscenza degli appellativi che si potrebbero scambiare lui e sua moglie Matilde nella sfera privata. Quel che è certo, sono i soprannomi con cui viene facilmente riconosciuto pubblicamente uno degli allenatori più vincenti degli anni Duemila. José Mourinho, il profeta di Setúbal o, meglio ancora, The Special One.

Il primo nome fa chiaramente riferimento alla città natale di José situata nel distretto di Lisbona e alla quale l’allenatore lusitano resta sempre molto affezionato. Il soprannome “Special One”, invece, a differenza di quello che uno può pensare, non gli è stato dato né dall’opinione pubblica né tantomeno dalla stampa. Ci ha pensato lui, in prima persona, ad autoincensarsi come meglio credeva durante la conferenza stampa di presentazione al Chelsea nel 2004, poco dopo aver vinto la Champions League con il suo Porto delle meraviglie nella storica finale tra underdog giocata contro il Monaco. Basta questo avvenimento per capire quanto Mourinho abbia basato ogni suo successo sulla stima incondizionata per le proprie potenzialità ed il proprio talento e, allo stesso tempo, risulta sorprendente il modo in cui sia riuscito ad instillare la sua sicurezza sconfinata anche nella testa di ogni singolo giocatore che si è trovato a dover motivare di volta in volta. 

Lo stesso Mou tempo fa ha svelato un retroscena che ha dell’incredibile, a metà tra il comico e il drammatico, risalente proprio alla sua prima avventura al Chelsea, sufficiente per comprendere fin dove si può spingere la sua voglia di non abbandonare mai i suoi uomini. Nonostante nel 2005 José Mourinho fosse stato squalificato per due giornate dall’UEFA, in seguito ad episodi riguardanti gli ottavi di finale di Champions League giocati e vinti dal suo Chelsea contro il Barcellona, il tecnico portoghese non ha rinunciato affatto a stare accanto ai suoi giocatori. Pur di sfuggire al controllo dei commissari UEFA, si è nascosto in una grande cesta dove i magazzinieri del Chelsea erano soliti mettere i panni sporchi dei calciatori. Il contenitore di metallo con dentro Mourinho si trovava nello spogliatoio dei Blues, così quando i giocatori vi si recarono per indossare le divise e caricarsi in vista dello scontro dei quarti di finale con il Bayern Monaco rimasero di stucco nel vedere il loro condottiero lì invece di essere seduto in tribuna isolato dal resto della squadra. Quella mossa a sorpresa di Mou, che in quella circostanza ha rischiato seriamente di morire per mancanza di ossigeno nella cesta, bastò per dare la scossa giusta ai calciatori del Chelsea per avere la meglio sui forti avversari bavaresi, anche se poi la corsa dei londinesi si fermò ugualmente al turno successivo, in semifinale, contro il Liverpool di Rafa Benitez futuro campione d’Europa 2005.

L’istrionico José si è potuto togliere grandi soddisfazioni anche nel suo periodo vissuto nel leggendario Santiago Bernabéu, dove ancora oggi molti tifosi blancos lo ricordano, anche un po’ ingiustamente, per il suo costante difensivismo, caratteristica diciamo non molto apprezzata dalle parti di Madrid dove è imperante la volontà di vedere il Real vincere sempre e solo attraverso il gioco spettacolare. Mou, da grandissimo comunicatore qual è, non ha atteso molto per togliersi qualche sassolino dalla scarpa anche nei confronti della dirigenza merengue dell’epoca, capeggiata, ieri come oggi, da Florentino Pérez. A chi spesso lo ha accusato di aver messo un “bus parcheggiato” davanti la porta anche ai tempi del Real Madrid, lui ha risposto con i numeri che sono inappellabili e parlano meglio di tante parole inutili: il suo Real ha vinto la Liga del 2012 con ben 100 punti e 121 gol segnati, record ancora imbattuto ad oggi, tanto per togliersi di dosso la nomea di “ragazzo difensivo” e attento, prima di tutto, a non prenderle. Oltre al campionato, quel Mourinho ha alzato al cielo anche una Coppa del Re, che il Real non vinceva da ben 18 anni, senza dimenticare una Supercoppa spagnola, trofei per nulla scontati negli anni in cui era nel pieno fulgore il leggendario e vincente guardiolismo in casa Barcellona. 

I rapporti con Pep Guardiola, in questo senso, non erano già dei migliori quando, qualche anno prima, Mourinho allenava la sua Inter, la squadra che, ancora oggi, il profeta di Setúbal dice di amare più di tutte le altre e dove ha avuto la fortuna di trovare tanti uomini veri prima ancora che calciatori. Nella storica semifinale di ritorno di Champions League giocata nel 2010 contro il Barcellona nella splendida cornice del Camp Nou – in una situazione di 3-1 per l’Inter dopo la partita di andata giocata a Milano – Mourinho non ha perso occasione per stuzzicare Guardiola, intento a motivare Ibrahimovic appena passato proprio dall’Inter al Barcellona durante la precedente sessione estiva. Lo Special One, ripreso dalle telecamere, ha invaso l’area tecnica di Guardiola, sussurrando nel suo orecchio frasi del tipo: «Tranquillo, passiamo noi il turno». Ancora una volta, Mourinho aveva mostrato al mondo quanta sicurezza fosse capace di trasmettere a tutto il gruppo nerazzurro attraverso il suo gesto di sfida contro un avversario che in quel periodo sembrava invincibile per tutti ma non per il tecnico lusitano. L’Inter, senza forse bisogno di ricordarlo, alzò poi la “Coppa dalle grandi orecchie” al termine dell’annata 2009-2010, ma, la scena che è rimasta stampata nella testa dei tifosi nerazzurri e non solo non è tanto il momento del trofeo alzato da capitan Zanetti, quanto soprattutto gli attimi in cui Mourinho è corso quasi subito in un’auto che lo avrebbe portato dritto dritto alla corte di Florentino Pérez. Le immagini in cui José ha abbracciato Marco Materazzi e pianto insieme a lui sono quelle di un uomo che abbandona a malincuore il club diventato l’amore della sua vita, per iniziare una nuova sfida professionale in una società come il Real Madrid, impossibile da rifiutare per chiunque, al di là delle ipocrisie di rito. 

Restando per un attimo agli indimenticabili anni interisti di José Mourinho, un aneddoto interessante riguarda quello che succedeva spesso il lunedì, giorno di ripresa degli allenamenti dopo il turno di campionato. In base alle parole uscite dalla bocca della meteora nerazzurra Ianis Zicu, José conosceva bene tutti gli uomini che aveva davanti e, in particolare, sapeva le condizioni non proprio ottimali in cui versava il terzino verdeoro Maicon all’inizio di ogni settimana. Quello che è stato un grande esterno destro a tutta fascia del Brasile e dell’Inter si presentava un po’ malconcio per via dell’alcol quasi tutti i lunedì vissuti alla Pinetina. Allora Mourinho, in nome dello spirito di squadra, invece di infierire su un calciatore che evidentemente dava sempre tutto se stesso in campo al momento della partita, ha pensato bene di riunire i suoi calciatori e di trovare una soluzione condivisa verso una situazione al limite del grottesco. Di comune accordo con il resto della rosa, il lunedì gli allenamenti si sarebbero dovuti svolgere sempre di pomeriggio e non la mattina per permettere a Maicon di riprendersi appieno dal punto di vista fisico e mentale. Anche se lo stesso terzino brasiliano ha smentito categoricamente le dichiarazioni dell’ex Inter Zicu minacciando azioni legali, non sarebbe poi così assurdo pensare a un Mourinho che, pur di difendere a spada tratta il suo gruppo di giocatori come ha sempre fatto, sia ricorso ad un escamotage per aiutare uno degli uomini-simbolo del suo epico Triplete. 

Arrivando ora fino ai giorni nostri, il José post-Real Madrid – esperienza quest’ultima un po’ agrodolce per lui, come detto in precedenza – ha deciso di fare ritorno in Inghilterra prima al Chelsea, riportato alla vittoria dello scudetto nel 2015 dopo le due Premier consecutive da lui già conquistate con i Blues tra il 2005 e il 2006, per poi accasarsi successivamente al Manchester United. 

Nel magnifico impianto dell’Old Trafford, Mourinho ha messo in bacheca altri trofei della sua scintillante carriera come la Supercoppa inglese, la Coppa di Lega e, soprattutto, l’ennesimo trionfo europeo con la conquista dell’Europa League 2017. La garanzia Mou in campo continentale, insomma, non tradisce nemmeno in un ambiente esigente come quello che si respira in casa Red Devils. Tra l’altro, la seconda competizione europea per importanza dopo la Champions League ha visto Pogba e company avere la meglio sul medesimo Ajax terribile che solo quest’anno ha fatto strage di grandi club in Coppa dei Campioni, tagliando fuori Real Madrid e Juventus dalla corsa alla finale giocata al Wanda Metropolitano. 

Eppure, i detrattori dello Special One, così come gli avvoltoi pronti a fare banchetto dei suoi resti non mancano, anzi sono aumentati negli ultimi anni. Mou è senza panchina dal dicembre dello scorso anno quando la dirigenza del Manchester United gli ha dato il benservito per via degli scarsi risultati registrati soprattutto in campionato. La cura fatta in casa chiamata Ole Gunnar Solskjær, grande bandiera dei Red Devils, non ha portato a niente di meglio per i rossi di Manchester, lasciati sesti in Premier al momento della cacciata di Mou e rimasti nella medesima posizione al termine della stagione. José, prima di essere congedato dall’Old Trafford, si è intanto tolto lo sfizio di battere la Juventus a Torino in una partita dominata dalla squadra di Allegri, ma vinta dalla maggior scaltrezza del tecnico portoghese soprattutto nei cambi mandati in campo nel secondo tempo. 

E, come da personaggio ormai conosciuto fin troppo bene nella sua gestualità talvolta inopportuna, Mourinho ha esposto le tre dita ai tifosi dello Juventus Stadium per indicare il Triplete vinto da lui nel 2010 con l’Inter, impresa che, invece, ancora manca al club degli Agnelli. A fine partita, poi, lo stesso Mou ha avvicinato la mano all’orecchio come per sentire meglio il disprezzo del nemico bianconero. Chissà se con Mourinho ancora al comando del Manchester United – portato dal tecnico di Setúbal, poco prima del suo esonero, agli ottavi di quest’ultima Champions League – i Red Devils potevano avere qualche possibilità in più di eliminare il Barcellona che José conosce molto bene per tutte le volte in cui lo ha affrontato e sconfitto anche con una certa dose di godimento mai celato.     

Sta di fatto che un tecnico così vincente – capace di riempire la bacheca di tutti i club in cui ha avuto la possibilità di lasciare la sua impronta, un vero fuoriclasse della tattica basata su difesa e contropiede messa in atto con successo in tanti Paesi diversi come solo i grandi allenatori sanno fare – non può ritrovarsi senza nessuna offerta valida per così tanto tempo. In particolare, chi soffre di invidia cronica nei suoi confronti, non ha esitato a rinominarlo The Normal One per sottolineare come la parabola vincente del tecnico portoghese abbia già imboccato la via discendente. In base alle recenti dichiarazioni di Mou, il tecnico ha sottolineato, d’altro canto, il suo desiderio di allenare ora una Nazionale importante di livello mondiale piuttosto che un club a cui dedicarsi ogni giorno. Che siano semplici dichiarazioni di rito per sviare il discorso sulla mancanza, anche un po’ inaspettata, di contatti da club di alto rango o sono pensieri che corrispondono al vero? 

A livello di società blasonate, l’unica che paradossalmente è stata avvicinata dalla stampa al nome di Mourinho finora si chiama Juventus, oltre a qualche piccolo spiffero circolato su presunti contatti con l’entourage del PSG. Nelle settimane scorse, infatti, quando Sarri era ancora lontano dall’essere ufficializzato dalla dirigenza della Vecchia Signora, il casting degli allenatori più in voga per coprire il vuoto lasciato da Max Allegri comprendeva Pochettino, Guardiola, Zidane e, appunto, Mourinho. Immaginiamo se, dopo l’ufficialità di Antonio Conte all’Inter portato a Milano da un altro ex juventino come il dirigente Marotta, fosse successo lo stesso con Mourinho, ma in direzione Torino. Sarebbe stato un campionato impossibile da perdere quello che ci aspetterà da agosto in poi con Conte e Mourinho entrambi disposti a passare ai rivali storici in virtù di contratti importanti e di progetti intriganti. 

Alla fine, lo scandalo, o meglio, il tradimento se così si può chiamare il passaggio di Conte in nerazzurro ha riguardato solo la Juventus, con l’ipotesi Mourinho alla Continassa che ha perso man mano terreno, facendo svanire la possibilità di intrecci di mercato pericolosi e quasi pirotecnici. 

Non che l’aver messo sotto contratto un allenatore come Maurizio Sarri abbia calmato i bollenti spiriti del popolo juventino, anzi nessuno, dalle parti di Torino, ha dimenticato le dichiarazioni ritenute “infamanti” da parte del tecnico toscano né sono stati messi da parte i suoi gesti plateali contro l’universo Juventus quando ancora allenava il Napoli. Così come, allo stesso modo, i tantissimi tifosi partenopei sono passati dall’amore incondizionato per la guida che li ha portati ad un passo dallo scudetto attraverso il bel gioco osannato da Guardiola e da mezza Europa, a un velo di disprezzo e, addirittura, di repulsione verso la persona Maurizio Sarri. 

Senza voler uscire troppo dai binari della questione Mourinho presunto orfano dei grandi club, il ritorno di un tecnico della caratura internazionale e della personalità di José nel campionato italiano non poteva che far bene al nostro calcio, caratterizzato troppo spesso dall’assenza di veri comunicatori e da interviste da parte di molti allenatori che definirle ovvie sembrano quasi un complimento. Dal punto di vista, poi, motivazionale, ossia della fiducia che Mourinho è stato capace di infondere a tutti i suoi giocatori nel corso della sua carriera, basti pensare all’assenza totale di calciatori da lui allenati che osano parlar male dello Special One. Il profeta di Setúbal ha il gran dono di ritenere tutto il suo organico al centro del suo progetto tecnico, comprese le riserve e i giocatori che quasi mai hanno l’onore di scendere in campo. Proprio per queste sue caratteristiche uniche e per gli innumerevoli trofei alzati al cielo ovunque abbia lavorato – solo a livello europeo 1 Coppa UEFA e 1 Champions League con il Porto, 1 Champions League con l’Inter e 1 Europa League con il Manchester United – di Normal José Mourinho non ha proprio nulla se non l’amore incondizionato per la propria famiglia. 

José manca da più di sei mesi al grande calcio, nonostante qualche suo gesto spesso evitabile e anche irrispettoso verso l’avversario di turno. Manca l’uomo genuino e vincente che protegge i suoi uomini dagli attacchi della stampa e dell’opinione pubblica, l’uomo che esalta i suoi tifosi mentre fomenta le folle “nemiche”, manca una personalità originale in un calcio fatto troppo spesso di fastidiosi puritani e di un bigottismo personalmente mal sopportato. 

Insomma, al calcio che conta manca lo Special One!                                 

                            

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