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Siamo già tornati grandi? La Nazionale Maggiore

«Il cielo è azzurro sopra Berlino. L’Italia è campione del mondo» oppure «Ripetiamo tutti insieme: CAMPIONI DEL MONDO, CAMPIONI DEL MONDO, CAMPIONI DEL MONDO, CAMPIONI DEL MONDO. Abbracciamoci forte e vogliamoci bene». Chi non ricorda a chi attribuire queste frasi rimaste indelebili nella memoria degli appassionati di sport e non.

Le manifestazioni di euforia e di gioia smisurata mostrate rispettivamente da Marco Civoli, storico telecronista Rai della Nazionale, o da Fabio Caressa, padrone incontrastato dei canali Sky dedicati al calcio, sono le stesse provate da tutti noi, dalla Val d’Aosta alla Sicilia, in un tripudio di unità nazionale quasi mai visibile quando si esce dal contesto fortemente agglutinante dello sport.

La sbornia provata quasi 13 anni fa è una sensazione non comune nella vita di una persona che segue, anzi, vive per il calcio e per lo sport in generale. Chiunque spera sempre di tornare a momenti di vera e propria libidine che solo una grande passione può provocare, ma, a istanti di pura e semplice follia, corrispondono periodi più o meno lunghi e bui in cui non tutto va per il verso giusto per una serie di fattori concomitanti.

Sulla scia del discorso Nazionale di calcio italiana, sembra lontano anni luce il 2006, l’anno del tripudio per gli abitanti dell’intera Penisola, mai come allora noncuranti di sventolare dai balconi di casa il tricolore che pare renderci fieri solo al di fuori della vita di tutti i giorni e solo quando succede qualcosa di inaspettato come la vittoria di un Mondiale di calcio.

Da quell’estate di tredici anni fa, vissuta molto più davanti la tv che in spiaggia o sul lungomare per una passeggiata accarezzati dalla dolce brezza tipica del periodo, sono successi tanti avvenimenti che hanno vanificato la quarta storica affermazione Azzurra nella Coppa Rimet, tanto per rinverdire il modo in cui veniva chiamato il trofeo del trionfo in un Mondiale fino a Messico ’70.

Nei Mondiali di calcio successivi, quelli di Sudafrica 2010, abbiamo assistito al Lippi-bis, un errore forse dello stesso tecnico viareggino che ci ha issati sul tetto del mondo appena quattro anni prima quello di accettare nuovamente la panchina degli Azzurri, confermando, anche per una questione di legittima riconoscenza, gran parte del vecchio blocco di giocatori usurati dall’età e meno affamati del 2006.

Come dimenticare, poi, l’allenatore gentleman Cesare Prandelli con le famose “saune” adibite ad hoc dallo staff della Nazionale con l’obiettivo illusorio e un po’ velleitario di preparare al meglio i giocatori in vista del clima torrido e umido di Rio de Janeiro e dintorni. Entrambe le esperienze, tanto per la cronaca, si sono concluse con un flop rumorosissimo che ha visto l’Italia uscire dalla competizione mondiale fin dalla fase a gironi contro squadre che definire materasso è quasi un complimento visto il blasone di Paraguay, Slovacchia, Nuova Zelanda o il Costa Rica di turno.

Non bisogna poi dimenticare gli Europei del 2008 e quelli seguenti del 2012, uniche occasioni in cui l’Italia ha forse fatto il possibile o quasi per ben figurare, come dimostra la sconfitta con onore ai rigori nei quarti di finale contro la Spagna pigliatutto nel primo caso, o la finale raggiunta brillantemente e poi persa di schianto sempre contro gli iberici in stato di grazia nella seconda circostanza.

Il quadro è stato completato dalla mancata qualificazione della nostra amata Nazionale al Mondiale 2018 svoltosi in Russia l’estate scorsa. Lì il fallimento è stato ancor più eclatante, considerando che siamo usciti sconfitti dal playoff decisivo contro un avversario solido ma non proprio irresistibile come la Svezia del romanista, non sappiamo ancora per quanto, Robin Olsen.

Prima del 2018, l’unica volta senza l’Italia in un Mondiale di calcio è datata 1958, quando il torneo tra Nazionali ha avuto luogo proprio nel Paese scandinavo con capitale Stoccolma.

A distanza di 60 anni, il ct Giampiero Ventura e il suo staff sono riusciti nell’“impresa” di tagliar fuori gli Azzurri e un’intera nazione dalla manifestazione sportiva più seguita sulla superficie terrestre, nonostante ci si trovasse di fronte sì ad una squadra alla quale mancavano il gioco e le idee, ma in possesso lo stesso delle qualità necessarie per far fuori una Svezia misera sul piano tecnico.

L’errore imperdonabile è stato quello di esserci adattati ingiustificatamente al gioco fisico e senza fronzoli degli uomini allenati da Jan Andersson invece di imporre il nostro talento e le nostre spiccate capacità tattiche di fronte ad un avversario tutto fuorché incontenibile. Il conseguente esonero con buonuscita di Ventura, perché di esonero si è trattato e non di più eleganti ed opportune dimissioni dopo un’ecatombe del genere, ha portato la FIGC e tutti coloro che orbitano intorno alla Nazionale italiana a voltare pagina in maniera netta e decisa, puntando su un nuovo presidente della Federazione Giuoco Calcio come Gabriele Gravina, in luogo di un inadatto Carlo Tavecchio, e su un allenatore giovane e voglioso di vestirsi di Azzurro come Roberto Mancini.

Come sempre succede in questi casi, dopo un periodo di disaffezione generale verso la Nazionale Italiana, più per ripicca che per reale disinnamoramento verso i nostri colori, basta poco per riaccendere la fiamma della passione nella maggior parte dei tifosi della nostra Penisola. Ciò è dimostrabile dal filotto di vittorie inanellate dalla nostra squadra dall’inizio delle partite di qualificazione che ci porteranno verso il primo Europeo itinerante della storia del calcio o dalle ottime prestazioni fornite sempre dai “nostri” nella neonata Nations League, torneo in cui abbiamo tenuto testa al Portogallo poi campione almeno in una delle due partite giocate contro Cristiano Ronaldo e company.

Ora tutti gli occhi sono puntati sulle qualificazioni in corso per partecipare a Euro 2020, fase in cui l’Italia meglio non potrebbe fare visti i risultati ottenuti finora che ci vedono già proiettati con almeno un piede al tabellone principale della manifestazione continentale dell’anno prossimo. Qualcuno dirà che non siamo capitati in un girone impossibile con squadre come Grecia, Bosnia, Armenia, Liechtenstein e Finlandia. La storia, invece, insegna quanto siamo bravi a farci male da soli anche contro selezioni sulla carta nettamente inferiori alla nostra.

Se si pensa, ad esempio, alla Nazionale di Dzeko e Pjanic, si può tranquillamente dire che è più avanti di noi sul piano dell’affiatamento e dell’abitudine a giocare insieme. Gli ex slavi sono un gruppo che ha raggiunto già grandi risultati come lo storico pass per i Mondiali del 2014 o i playoff persi all’ultimo respiro per qualificarsi agli Europei del 2012 e del 2016. Lo stesso 13° posto nel ranking FIFA è risultato dalla portata leggendaria se si pensa a una Nazionale e ad una Nazione nate meno di 30 anni fa dalla disgregazione dell’ex Jugoslavia.

Non era quindi così scontato che, dopo anni di disastri e delusioni, l’Italia partisse così bene nel suo girone di qualificazione e, soprattutto, che avesse un’idea di gioco finalmente riconoscibile grazie soprattutto all’impronta data da Roberto Mancini, cultore della vittoria ottenuta solo attraverso il bel gioco, abbandonando qualsiasi altra strada che non sia quella del possesso palla, della capacità di imporre la partita agli avversari e del fraseggio rapido tra reparti condito da verticalizzazioni fulminee.

Questi, almeno finora, sembrano essere gli ingredienti giusti per tornare, di nuovo, a sorridere e a provare piacere nell’assistere a una prova della nostra Nazionale come stanno a testimoniare le vittorie imperiose raggiunte contro Finlandia e Liechtenstein e, per ultime, quelle ottenute in ordine ad Atene, in un catino solitamente caldo e ostico per gli ospiti della Grecia, o contro la Bosnia in casa nostra.

Al di là delle affermazioni più prevedibili registrate contro le prime due squadre sopraccitate, ciò che sorprende è stato il successo roboante a suon di gol nella tana degli ellenici e il trionfo da squadra navigata e matura raggiunto contro la più impegnativa Bosnia allenata da un certo Robert Prosinecki.

Quando vedo giocare la “Giovine Italia” di Mancini, quasi omonimo del qui non proprio a caso fondatore del famoso movimento insurrezionale Giuseppe Mazzini, sembra sempre che da un momento all’altro possa accadere qualcosa che porta la partita dalla nostra parte, impressione assente negli ultimi esempi di Nazionale visti tra Prandelli e Ventura.

È forse proprio grazie alle clamorose debacle di cui si sono resi responsabili i due predecessori del Mancio che è stato possibile ripartire per davvero, e non solo a parole, da una sorta di “Anno zero” per il calcio italiano, caratterizzato finalmente da una maggiore attenzione verso la valorizzazione e la salvaguardia dei giovani talenti italiani spesso trascurati per far posto a stranieri semisconosciuti e dal dubbio talento.

Fuori tanti giocatori che hanno dato molto alla Nazionale italiana, ma che si sono fatti da parte vuoi per le delusioni cocenti di questi ultimi anni in Azzurro, vuoi per questioni legate a un loro maggior interesse nel mettersi a completa disposizione del club di riferimento dopo anni trascorsi a rimbalzare tra Coverciano e i ritiri di Serie A.

LA PORTA

Fu così che una leggenda italiana come Buffon ha preferito sparare le ultime cartucce della sua incredibile carriera prima al PSG e ora forse al Porto, cedendo il posto a Gigio Donnarumma, baby fenomeno sempre più maturo nei panni di Uomo Ragno nel Milan e in Nazionale. Il futuro dell’Italia è nei suoi guantoni, aiutato dall’esperienza di Salvatore Sirigu, anche quest’anno tra i migliori portieri della nostra Serie A per media voto e personalità. Sarebbe un errore imperdonabile, da parte mia, se tralasciassi gente di sicuro avvenire come Alessio Cragno, Meret, Audero e Gollini che vengono da stagioni giocate da protagonisti assoluti in campionato e tutti da titolari intoccabili nei loro club di appartenenza. In più il classe 2000 Alessandro Plizzari, il vice di Donnarumma al Milan, si prepara a fare la differenza in Serie A, ripetendo le gesta da grande campione già intraviste nel Mondiale Under 20. Insomma, tra i pali non dovremmo avere grandi problemi a trovare più di un degno erede del mitico Buffon.

LA DIFESA

In difesa, poi, si è assistito al commiato di un grande difensore come Andrea Barzagli che si è anche ritirato dal calcio giocato al termine di quest’ultima stagione. Il suo posto accanto agli ancora intoccabili over 30 Chiellini e Bonucci non ha ancora un padrone vero e proprio, anche perché il ct Mancini non predilige particolarmente la difesa a 3, senza, però, per questo, volerla abbandonare del tutto perché la sua Nazionale ha dimostrato di saper cambiar pelle e modulo in corsa. I candidati più accreditati per sostituire il difensore toscano rispondono ai nomi di Alessio Romagnoli, capitano già molto amato dai milanisti nonostante la sua ancor giovane età, Daniele Rugani, difensore della Juventus ancora in cerca del definitivo salto di qualità soprattutto caratteriale, e poi c’è Gianluca Mancini, difensore ambito dai top club di Serie A e autore di una stagione con la Dea condita da diversi gol che spesso hanno tolto le castagne dal fuoco al Gasp. Si spera, inoltre, nella definitiva maturazione del difensore Kevin Bonifazi, già adesso accostato alla Roma dopo la grande annata in maglia spallina, senza dimenticare giovani centrali come l’atalantino Davide Bettella, di cui si dice già un gran bene e che ha partecipato al Mondiale Under 20 appena concluso.

I TERZINI

Sulle fasce di difesa, punto dolente di molti degli ultimi esempi di Nazionali passate, sembra non aver perso il posto Florenzi, ormai arretrato a tutti gli effetti a ruolo di terzino destro a tutta fascia, coperto alle sue spalle da Piccini, difensore titolare del Valencia che si è ricostruito una brillante carriera in Spagna dopo essere stato dimenticato dai club italiani, e da Zappacosta, lui non sempre titolare in una squadra comunque importante come il Chelsea. Sulla corsia mancina di difesa, la lotta è agguerrita perché per una maglia da titolare si giocano il posto, di volta in volta, uno tra il Viola Biraghi, lo juventino Spinazzola e l’italo-brasiliano del Chelsea Emerson Palmieri, quest’ultimo tornato ai livelli della Roma dopo i seri infortuni che lo hanno colpito nelle scorse annate. Proprio il classe 1994 Emerson ha conquistato Mancini nelle ultime due uscite degli Azzurri con prestazioni di livello assoluto tra assist e corsa a tutta fascia contro Grecia e Bosnia. Lo stesso Leonardo Spinazzola, spesso titolare nell’ultima Juventus di Allegri preferito a un terzino della caratura internazionale di Alex Sandro, ha mostrato tutta la sua bravura nell’abbinare attenzione difensiva a doti di corsa e di controllo palla che ne fanno un laterale sinistro arretrato di grande affidamento difficilmente superabile anche da avversari rapidi. Dietro le nuove, giovani proposte ormai considerate delle certezze, sta poi crescendo rapidamente Luca Pellegrini, terzino scuola Roma titolare fisso negli ultimi sei mesi a Cagliari. Si tratta di un esterno di difesa instancabile e generoso per tutto l’arco dei 90 minuti che deve migliorare solo l’aspetto riguardante il suo eccesso di agonismo in campo spesso causa di cartellini gialli evitabili. Ma qui parliamo comunque di un classe 1999 già capace di essere protagonista assoluto nell’ultimo Mondiale Under 20. La Nouvelle Vague italiana non fa sconti a giocatori che pure meriterebbero ancora la Nazionale come Criscito, terzino molto amato allo Zenit San Pietroburgo per tanti anni anche quando c’era Roberto Mancini in prima persona nelle vesti di allenatore del club della Gazprom.

IL CENTROCAMPO

Passando al centrocampo, il reparto forse maggiormente bisognoso di un restyling e di nuova linfa vista la debolezza cronica appurata nelle ultime manifestazioni internazionali a cui l’Italia ha preso parte, c’è stato il triste ma inevitabile addio di Daniele De Rossi, ancora capace di essere leader del cuore del gioco Azzurro e della Roma nonostante le sue quasi 36 primavere. Roberto Mancini ha ovviato al saluto del regista arretrato giallorosso con l’inserimento di due playmaker fissi e intoccabili che rispondono ai nomi di Marco Verratti e Jorginho Frello, l’uno diventato grande nel PSG e l’altro cresciuto a dismisura nel giro di pochi anni grazie alle cure di Maurizio Sarri tra Napoli e Chelsea.

Soprattutto per quel che riguarda Verratti, stiamo finalmente assistendo alla sua definitiva centralità nelle trame del gioco Azzurro anche grazie all’affiancamento di un giocatore molto simile a lui anche se leggermente più arretrato come Jorginho, con il quale non si contano gli scambi rapidi durante l’arco della partita. Verratti adesso ha la giusta libertà e la perfetta collocazione tattica per fare la differenza in Nazionale così come succede ormai da anni in Francia. Al fianco del doppio regista, il Mancio ha dato piena fiducia ad un abile incursore come il giovane ventiduenne Nicolò Barella, ormai vicinissimo a passare all’Inter dopo essere sbocciato a casa sua nel Cagliari. Le qualità di inserimento in area avversaria in possesso del talentuoso funambolo sardo unite al suo grande dinamismo costituiscono la formazione di un centrocampo variegato dove ognuno completa l’altro. Non dobbiamo dimenticarci che dietro Barella c’è un certo Lorenzo Pellegrini, titolare pressoché indiscusso nella Roma a soli 22 anni e già decisivo almeno in un derby giocato contro la Lazio nell’ultima stagione di Serie A. Stefano Sensi, il regista imprescindibile del Sassuolo di De Zerbi molto vicino al Milan, è un’altra giovane proposta dai piedi buoni sul quale Mancini punta senza pensarci troppo e i risultati gli danno ragione viste prestazioni di livello assoluto contornate anche dal gol come quello realizzato paradossalmente di testa dal piccolo play contro il Liechtenstein, avversario certamente modesto ma rognoso se non affrontato con il giusto rispetto e la concentrazione massima.

LE ALI

In attacco, il discorso ringiovanimento Azzurro ha toccato vette impensabili fino a qualche tempo fa con tanti giocatori provenienti dall’Under 21 e altri già più o meno nel giro della Nazionale con Ventura ma che solo con Mancini hanno ottenuto lo spazio che meritano.

Una ricchezza che non si vedeva da anni pervade soprattutto la zona degli esterni d’attacco, dove Mancini ha solo l’imbarazzo della scelta tra il mix di esplosività fisica e tecnica di Bernardeschi, il dinamismo di El Shaarawy, la verve di un campione come Insigne, la classe cristallina di un 1997 figlio d’arte  come Federico Chiesa e la voglia di stupire di Matteo Politano, di Riccardo Orsolini, quest’ultimo ancora protagonista esclusivamente in Under 21, e di Nicolò Zaniolo. Quest’ultimo, in particolare nella prima parte dell’ultima Serie A, ha impressionato l’ambiente Roma e l’opinione pubblica nazionale per la sua facilità unita alla sfrontatezza nel giocare di fronte a gente di diversi anni più grande di lui senza porsi più di tanto il problema dell’ansia da prestazione. Tanto che Di Francesco non ci ha pensato molto a buttarlo titolare nella mischia nella notte di Champions in casa del Real Madrid, dimostrando come il problema dell’età per un classe 1999 non si ponesse affatto quando si è di fronte a un talento dal futuro assicurato. Quel che sorprende di Zaniolo, oltre alla sua capacità di isolarsi dalle pressioni della partita e ad un pizzico di incoscienza, è il suo strapotere fisico che lo rende un avversario scomodo per tutti al quale è complicato sradicare il pallone dai piedi.

LE PUNTE

Detto del problema cronico che ha afflitto per anni il centrocampo Azzurro dal punto di vista della carenza di personalità e di qualità nei singoli, questione ormai in via di risoluzione, un altro grande cruccio ha riguardato chi dovesse ricoprire il ruolo di punta centrale nel nostro attacco. La casella è stata occupata da tanti attaccanti dalla qualità spesso dubbia come Eder e Pellé, o da giocatori goleador solo con le loro squadre di club ma incapaci di essere altrettanto decisivi con la Nazionale come gli ultimi esempi di Immobile e Belotti stanno a dimostrare. Il ct Roberto Mancini mantiene ancora un certo riserbo sull’uomo che, più di tutti, dovrà caricarsi l’attacco della Nazionale sulle spalle. Ne è una riprova la volontà dell’allenatore di Jesi di mettere un po’ tutti sotto esame a partire da Immobile e Belotti, appartenenti già al vecchio ciclo Ventura ma ancora giovani e in grado di dare una mano all’Italia, per passare attraverso il sempreverde talento smisurato di Quagliarella, capocannoniere indiscusso dell’ultimo campionato riproposto meritatamente a Coverciano a 36 anni, fino ad arrivare a Moise Kean, genio e sregolatezza con un talento ancora da plasmare ma in possesso di un fisico straripante che proprio non sembra quello di un ragazzotto classe 2000. Il parco attaccanti Azzurro si completerà a breve con giocatori come Cutrone e Pinamonti, due punte centrali vecchio stampo, uomini d’area alla Pippo Inzaghi meno moderni e capaci di svariare sul fronte offensivo rispetto al più mobile Kean, ma bomber bravissimi nel proteggere palla e far salire la squadra che faranno comodo a tutto il movimento calcistico nazionale se gli verrà data la giusta fiducia.

C’è futuro nel calcio nostrano almeno a livello di Nazionale, sembra già arrivato.

To be continued.

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