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Stiamo arrivando all’apice dell’era De Laurentiis

19/05/2019, Napoli – Inter 4-1: sono gli ultimi tre punti raccolti dagli azzurri di Carlo Ancelotti nella Serie A 2018/19.

“La prestazione di stasera è un segnale di quello che potrebbe essere il Napoli del prossimo anno sotto i profili di intensità e pressing nella metà campo avversaria”.

Con queste parole il tecnico di Reggiolo spiegava la prestazione contro i nerazzurri.

Prima di capire però come potrebbe essere il Napoli 2.0 di Carlo Ancelotti, è importante analizzare come, e cosa, è stata la squadra partenopea quest’anno.

L’ex allenatore di Real Madrid e Bayern Monaco (tra le tante) è arrivato all’ombra del Vesuvio con un compito difficile: non far rimpiangere alla piazza Maurizio Sarri.
L’estate scorsa il Comandante era idolo assoluto del popolo partenopeo, figura identitaria, come dicevamo su queste pagine: scrigno nel quale erano racchiuse tutte le speranze dei napoletani.

Sostituirlo non sarebbe stato facile per nessuno, neanche per un pluricampione d’Europa. L’oggetto, al tempo stesso soggetto, d’amore non può essere rimpiazzato, non c’è nulla di razionale in merito.
Il Napoli di Sarri giocava benissimo e divertiva, rispecchiava i tifosi, sfidava i poteri. I calciatori titolari erano perfettamente integrati nel sistema di gioco e di idee. C’erano tutti i tratti caratteristici di un idillio, persino comprensivo di uno scudetto, quello vinto moralmente. Quel sistema ricordava, trasportata al rapporto sport-società, una “città del sole” di campanelliana memoria. La “Repubblica delle idee” platonica che democraticamente aveva sottoscritto un patto con il governo, impersonificato dall’ex Empoli.

Poi l’attuale fresco allenatore della Juve è andato via, la colpa fu data a De Laurentiis, lasciando un vuoto ideologico ed emozionale incolmabile, troppo grande anche per Carletto, stimato con diffidenza.

Ancelotti è entrato a Napoli in punta di piedi, è partito (con intelligenza) da quanto di buono aveva fatto Sarri, lo ha tenuto in vita, però il suo primario intento era liberare la squadra da tutti i dogmi assimilati nei precedenti tre anni, tornare al primitivo, reinstaurare l’anarchia. Passare dal collettivo all’individuale, mettere in primo piano le giocate dei singoli esaltate dal contesto tattico, portare consapevolezza. Insomma ci si trovava dinanzi ad una rivoluzione culturale che richiedeva tempo, questo è il motivo per cui abbiamo sentito parlare sempre di “transizione”, un periodo temporale immenso (12 mesi) per combattere le vecchie abitudini.

Per buona parte del ritiro pre-campionato il 4-3-3 sarrista è rimasto caposaldo. Lo è stato sino alla sconfitta rimediata a Marassi contro la Sampdoria, era il 2 settembre. Poi si è cambiato. 

Il più delle volte, Ancelotti ha modellato i suoi ragazzi su un 4-4-2 che in fase di possesso diventava 2-5-2-1. Sovrapposizioni dei terzini e triangolazioni rapide in fase d’attacco, compattezza dei reparti, pressing alto e densità in zona palla quando si doveva difendere. 

Ci sono stati momenti di grande intensità, soprattutto in Champions, dove gli azzurri si sono resi protagonisti di grandi prestazioni contro avversari del calibro del Psg e Liverpool.
Lo stesso Allison, dopo la finale vinta con il Tottenham, ha ammesso che se non avesse compiuto quel miracolo su Milik, probabilmente, la storia sarebbe cambiata. Sarebbe stato il Napoli a passare i gironi.

“Penso di aver ripagato almeno metà di quella cifra (70 milioni) con la parata a Milik nel girone contro il Napoli”

Nonostante ciò, gli azzurri visti durante la scorsa stagione non hanno mai dato l’impressione di avere la capacità per portare a casa i risultati che la piazza si aspettava, soprattutto, dopo l’arrivo di un allenatore vincente.
A dimostrazione di questo ci sono gli 11 punti di distacco dalla Juve (che potevano essere di più se i bianconeri non avessero mollato la presa a fine campionato) e gli zero gol segnati all’abbordabilissima difesa dell’Arsenal in 180 minuti.

Al momento clou della stagione gli azzurri sono arrivati nella peggiore condizione possibile. Svuotati e senza particolari stimoli, al limite dello smarrimento.

Il Napoli atto II di Ancelotti, quello post-transizione, avrà l’obiettivo di contrastare seriamente i bianconeri rispetto a quanto fatto quest’anno e di superare finalmente il girone di Champions (magari anche sperando in sorteggi più magnanimi).

L’impressione è che sarà una squadra completamente diversa rispetto a quello vista sinora, anche in termini di uomini.

Le voci delle ultime ore confermano che sul mercato assisteremo ad un vero è proprio show in stile ADL e, a quanto pare, potremmo assistere alla costruzione della squadra organicamente più forte mai vista sotto la gestione del produttore romano.

Probabile addio definitivo ai terzini ex Empoli: per Mario Rui e Hysaj non sembra esserci più spazio in questa squadra. Ancelotti spinge per degli esterni di difesa che sappiano giocare bene tecnicamente, in quest’ottica rientra l’acquisto di Di Lorenzo.
Anche quello che è stato un pilastro degli ultimi anni, Raul Albiol, saluterà. Da un parte, infatti, c’è la consapevolezza del difensore di non poter più raggiungere determinati livelli e la voglia di tornare in patria, dall’altra, quella del Napoli di liberarsene e fare spazio a Manolas.
Il centrale della Roma è sempre più vicino a vestire la maglia azzurra. Con il giocatore c’è un accordo totale, resta da trovare l’intesa con Pallotta. De Laurentiis chiede uno sconto sulla clausola o l’inserimento di Verdi come parziale contropartita, i giallorossi vorrebbero Mertens. C’è da lavorare ma le sensazioni intorno a questo affare sono positive.

Restando sul mercato in entrata, Ancelotti ha fatto qualche nome, ma, innanzitutto, ha disegnato una categoria: i top players.
A tale classe appartengono tutti i nomi accostati ai partenopei negli ultimi giorni.
Abbiamo detto di Manolas, aggiungiamo Lozano e James Rodriguez, uno escluderebbe l’altro.
Se per il messicano i discorsi sono ancora in alto mare, vista la distanza tra domanda e offerta, il colombiano sembra cosa fatta.

Il bandito è vicinissimo, in Colombia danno l’affare per fatto. Noi possiamo aggiungere che, cascasse il cielo, è questione di giorni per vederlo sbarcare a Capodichino.

Il potente agente Jorge Mendes ha assecondato la voglia di Ancelotti e di James di ricongiungersi. Come dicevamo su queste pagine tra il diez e il tecnico di Reggiolo c’è una amore non concluso. Alla radice dell’operazione c’è stato proprio il sentimento.

Se andiamo a controllare, nello specifico, le sessioni estive delle ultime due esperienze di Ancelotti c’è un punto sul quale ci dobbiamo soffermare, o meglio un acquisto. Un acquisto comune al Real e al Bayern Monaco: è James. Carletto ha voluto il classe ’91 sia in Spagna, che in Germania. Il bandito è stato acquistato in entrambe le occasioni all’inizio della seconda stagione. Sembra un buon indizio.
Ancelotti arriva a Madrid nell’estate del 2013, James nell’estate 2014, a Monaco, invece, nell’inverno 2015 e il colombiano nell’estate 2016.
Sotto il Vesuvio Carletto si è seduto l’anno scorso, dopo dodici mesi lo raggiungerà Rodriguez. Lo diamo per certo.

Carletto mette giù un piano, lo perfezione e poi chiama il suo leader tecnico, l’accentratore di gioco.

Meret tra i pali, Di Lorenzo alto a destra, Manolas e Koulibaly centrali, Ghoulam a sinistra. Linea di centrocampo a quattro: James, Allan, Fabian, Zielinski. In avanti Insigne e Milik.

A noi sembra un Napoli fortissimo. Uno dei migliori mai visti, l’apice dell’era De Laurentiis. Pronto a soddisfare la piazza.

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