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I tifosi del Napoli soffrono di un disturbo borderline di personalità?

Mettiamo il caso che non siate mai stati in analisi, né tantomeno ad una seduta psicoanalitica.

Avete, però, un amico/a psicologo/a e vi trovate, per puro caso, a conversare del più e del meno.
Ad un certo punto il discorso verterà su di voi e gli racconterete che spesso il vostro umore non è stabile, agite perlopiù impulsivamente e le vostre relazioni sono molto intense, estremamente coinvolgenti, ma finiscono per lo più male perché, provando a razionalizzare, tendete ad idealizzare o a svalutare l’altro. Generalmente scegliete come oggetto d’amore ciò che vi sembra inconsciamente buono, poi si rivelerà cattivo, e tenete lontano da voi chi in realtà buono lo è davvero ma consideravate cattivo. A conti fatti, senza che lui/lei vi dica niente, vi accorgerete di praticare autolesionismo.

Non finiremo a parlare di Marzullo, semplicemente di una serie di fattori di disregolazione emotiva che incidono drammaticamente sulla stima di sé e degli altri, cosi come sulle relazioni e, in qualche modo, sul futuro e le vittorie di una squadra: il Napoli.

Se tale conversazione dovesse verificarsi, il vostro, prima citato, amico/a potrebbe, senza che questo vi causi particolari reazioni negative, dirvi: “Caro/a ci sono gli estremi per considerarti affetto da un disturbo borderline di personalità”.

Ora, immaginiamo che dallo psicologo ci andasse una fetta del tifo napoletano e, in uno stato di pura confessione, raccontasse tutte le contraddizioni che lo distinguono: tutti gli eventi che hanno caratterizzato gli umori negli ultimi anni calcistici, tutte le persone ritenute perfette e sulle quali riversare amore che poi si sono rivelate sbagliate, altre invece che, sempre provando a razionalizzare, hanno fatto solo il bene della propria squadra senza mai riscuotere la stima dovuta, la sofferenza nonostante le molte risorse personali e sociali, l’autocommiserazione, le molteplici mani invisibili dei palazzi (non intesi come scudetti) che disturbano il sonno come fitte nel costato. Raccontassero addirittura di essere i tifosi più fedeli e “belli” sulla faccia della terra, senza tener conto di una media di spettatori calata di 14mila presenze solo nell’ultimo anno.

A questo punto dovremmo chiederci: uno del mestiere che quadro si farebbe di tale frangia di supporter? Diagnosticherebbe un disturbo? 

C’è una caratteristica che accomuna questa parte del popolo partenopeo (inteso come tifo) preso in esame: l’alternanza tra gli estremi di iper-idealizzazione e svalutazione, tra i quali ricondurre l’instabilità delle relazioni “amorose” riguardanti chiunque entri a far parte dell’universo azzurro.

Il caso Sarri, dapprima “comandante” figura di un coinvolgimento esistenziale capace di superare le distanze e poi uomo gretto tacciato di tradimento, è solo l’ultimo eclatante episodio.
In precedenza lo furono Altafini, da magnifico centravanti brasiliano a core n’grato, Ferrara, da napoletano verace a juventino, Quagliarella, da Odisseo contemporaneo a traditore, Higuain, da stra-amato Pipita a 71, e altri ancora.

Se facciamo un passo indietro e, dal particolare, spostiamo la nostra attenzione sull’insieme, non ci mordiamo la lingua affermando che un’analista possa accennare ad un disturbo borderline di personalità di massa per i soggetti chiamati in ballo (lo ripetiamo: una fetta!). 

Andiamo per gradi. Il disturbo borderline di personalità è fondamentalmente un disturbo della relazione, che impedisce al soggetto (in questo caso moltitudine di soggetti accomunati dalla stessa fede) di stabilire rapporti di amicizia, affetto o amore stabili nel tempo. Parliamo di individui costantemente in stato di estrema confusione, i cui rapporti sono destinati a fallire e/o risultano distruttivi.

Questo tipo di persone, infatti, conducono gli altri (giocatori, allenatori, presidenti) in una spirale di emotività infinita, che trasporta dalla passione alla maniacalità, dall’amore all’irragionevolezza. 

Per non far apparire quest’attribuzione (di una patologia ad una tifoseria) un mero esercizio stilistico chiamiamo in soccorso il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, così da elencare alcune delle caratteristiche primarie che caratterizzano gli individui soggetti a tali disturbi e constatare, se in effetti, il nostro discorso resta in piedi sulle proprie gambe.

Leggiamo:

“il disturbo borderline è caratterizzato da una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore, nonché una marcata impulsività”.

All’instabilità delle relazioni abbiamo già accennato. I rapporti amorosi tra i supporter del Napoli e gli oggetti d’amore finiscono male dopo aver attraversato picchi idilliaci di affinità, spesso dopo essersi accorti che l’amato non era in grado di soddisfare lo spirito di rivalsa e rivendicazione del quale era stato investito. Capita che, come dicevamo in un precedente articolo riguardante Sarri, il popolo azzurro faccia il giocatore, o allenatore, di turno scrigno delle proprie speranze, nella convinzione (errata!) che queste non possano trovare risoluzione in nessuno altro modo.
Persuasione, quest’ultima, che potremmo sintetizzare in “sindrome di Masaniello”: solo un individuo ritenuto idoneo può guidare la lotta, e ad esso val bene subordinarsi.

Tale instabilità, però, possiamo agevolmente rintracciarla anche nella percezione che i tifosi hanno della propria squadra, forte da poter ambire allo scudetto o piena zeppa di mediocrità, e nella disposizione, li abbiamo visti fare bagni d’acqua e di gioia nelle fontane della città, festeggiando uno scudetto non ancora arrivato, e poi disertare lo stadio durante il primo anno di Ancelotti (probabilmente l’allenatore più vincente che abbia mai seduto sulla panchina del San Paolo).

“Comportamento automutilante o autodistruttivo”: le idee, le emozioni e gli schemi comportamentali di natura distruttiva diretti a se stessi. 

In pratica, come dicevamo, la tendenza inconscia ad opporsi e ad allontanarsi da tutto ciò che potrebbe rivelarsi, o che lo sia effettivamente, positivo e il legarsi, invece, a quello che più potrà indurre alle più disparate forme di dolore.
Su questo tratto potremmo scrivere un libro. Il più grande paradosso all’ombra del Vesuvio ruota intorno a De Laurentiis e alla teoria del “papponismo”.

Il Presidente, il quale non ha mai aspirato ad un ruolo da capopopolo, è colui che ha fatto, e continua a farlo, il bene del Napoli dal suo arrivo in città, per questa ragione, non è mai stato accettato.

Il Napoli dell’era De Laurentiis è quello con la maggiore continuità di risultati mai visto nella storia della società.
Non ha vinto lo scudetto, gli si incolpa. Durante gli ultimi otto anni, lo scudetto lo ha vinto solo e soltanto la Juve, alla quale almeno gli azzurri hanno strappato tre trofei al pari di Lazio e Milan. 

La società partenopea è ad oggi stabilmente tra i primi 18 club d’Europa, non lo è stata nemmeno per tanto tempo durante l’epoca Maradona, prima del produttore era fallita.
La convinzione è, però, che non si vinca perché non si vuole vincere.

Per quanto si possa disquisire sulla forma e l’opportunità delle dichiarazioni del Presidente, quest’ultime si mostrano quasi sempre e profeticamente vere.

Gli si accredita di svendere i giocatori del Napoli, in realtà ha ceduto raramente a valore di mercato, costantemente a valore maggioritario se consideriamo: Cavani, Lavezzi, Jorginho, Higuain, ma anche Gabbiadini, Zapata.

È tacciato di incassare i soldi delle cessioni. Negli ultimi sette anni ha speso circa 450 milioni e gli azzurri statisticamente dopo aver ceduto un pezzo importante hanno fatto meglio dell’anno precedente.

Dovesse acquistare un top player come James gli si dirà (già glielo si dice) che il colombiano top player non lo è, è uno come gli altri. Autolesionismo puro.

Queste diacronie intorno alla figura presidenziale possiamo condurle tutte sotto l’estremo “svalutazione”.

Abbiamo ancora un tratto da prendere in considerazione (ne avremmo tanti altri, ma poi diventerebbe una seduta e dovremmo chiedervi dei soldi) quello dell’ideazione paranoide.

“Con ideazione paranoide ci riferiamo alla convinzione infondata e pervasiva che altri abbiano intenzioni malevole, ostili e dunque dannose, nei nostri confronti (Garety e Freeman, 2013). Questa modalità di pensiero è caratterizzata da alterazioni sia della forma, con un aumento della frequenza e del ritmo di comparsa, che del contenuto dei pensieri, il quale è monopolizzato da temi di pericolo imminente.”

Ecco questo non è un atteggiamento poco comune alle tifoserie ma chi vive a Napoli e di Napoli lo sa, in città quando le cose in partita non vanno per il verso giusto, nel 90% dei casi, la colpa è del Palazzo inteso come Lega o come Uefa. Le maggior parte delle decisioni arbitrali non ricadono sotto la voce “errore umano”, non è contemplato.
Circolano nella mente pulsioni provinciali, con l’inesorabile cupidigia di risolvere tutti i fallimenti con le ingiustizie subite.

Il vittimismo e la dietrologia sono, inoltre e probabilmente, gli elementi che rispetto a tutti gli altri più frenano la crescita della squadra e di una città, perché portano negatività, abbandono.
Il dominato e coccolato sentimento è quello di sentirsi diversi rispetto ai nemici, nonostante lo stesso sentimento sia causa a sua volta di sconfitte, non solo e prettamente sportive.

A questo punto richiediamoci: uno del mestiere che quadro si farebbe di tale frangia di supporter? Diagnosticherebbe un disturbo?

Crediamo di si e crediamo sia risolvibile.

Ci avviamo verso una stagione di Serie A che potrebbe essere una delle più belle degli ultimi anni (perlopiù cupi e monotoni). Vedremo l’Inter di Conte, la Juve di Sarri, il Milan di Giampaolo, la Roma di Fonseca, ancora Inzaghi, ancora Gasperini. C’è una concreta possibilità di assistere ad un campionato di calcio propositivo come forse mai prima.

Il Napoli che sta nascendo sarà, come abbiamo già detto, probabilmente l’undici più forte dell’era De Laurentiis, allenato da uno dei migliori in circolazione.

Il risorgimento azzurro, però, non può partire solo dal campo ma dalla mente.
Dalla consapevolezza di ciò che si è e che si può raggiungere, dalla serenità che questa consapevolezza può dare e il conseguente adeguato supporto alla squadra, dalla riscoperta del bicchiere mezzo pieno, dall’opposizione alla tirannide delle conseguenze, dall’abbandono dello sconfittismo e del lamento.

Il Napoli sarà in corsa per lo scudetto se i tifosi risolveranno i propri contrasti e accetteranno finalmente il bene nella loro vita calcistica. Lo avvertirà la squadra e avrà una spinta in più.

1 Comment

  • Andrea
    6 Luglio 2019 at 23:02

    Da Juventino non posso che essere d’accodo con la tua analisi.
    In questi anni il Napoli è la squadra che più ci ha messo in difficoltà e sicuramente negli anni di Sarri ha giocato decisamente meglio.
    È la tifoseria intesa come tifosi e giornalisti che devono evitare ( cosa molto difficile ) di fare le vittime. e di fare un passo avanti.
    Complimenti per l’analisi.

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