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Diawara esploderà!

La notizia è di qualche giorno fa: Manolas al Napoli, Diawara alla Roma. 

Ai posteri l’ardua sentenza, ai media l’ermeneutica dell’affare. Due giocatori cambiano maglia, uno riscuote più clamore dell’altro. Non c’è niente di strano.

Con l’arrivo del difensore greco gli azzurri si assicurano una difesa d’acciaio, Manolas-Koulibaly è una coppia centrale da fare invidia ai top team europei, è ben assortita. Sanno giocare sul lungo, sul corto, bravi a venire in avanti e a scappare all’indietro. Kalidou ha piedi più educati, Kostas si getta nel fuoco quando si sente coccolato. Ancelotti avrà per le mani qualcosa di molto simile al duo Nesta-Stam che ha reso il suo Milan grande. Potenza, attenzione, esperienza, intelligenza. Torna tutto.

Sull’altra sponda dell’accordo, però, giace Diawara con un piede nel Tevere. Il “piede da brasiliano”, quando lo portarono in Italia, 17enne o giù di lì, chi ne curava i rapporti lo presentava così: “l’africano con i piedi da brasiliano”.

Effettivamente al suo arrivo c’era tanto entusiasmo intorno a lui. Nel 2014/2015 giocò la sua prima stagione in Italia, al San Marino. Gli bastarono 15 presenze per tirarsi addosso gli occhi di tutte le big del BelPaese. Ad acquistarlo, però, fu uno che lo conosceva bene: Corvino. Il Bologna se lo assicurò per 600 mila euro.

Diawara esordì in maglia rossoblu alla prima giornata di A. In quattro giornate scalzò Crisetig e non uscì più dal campo, se non per squalifica. 

C’era tanta meraviglia per quel ragazzino 18enne, prima del Dall’Ara aveva calcato solo i campi di Lega Pro e come se non avesse cambiato categoria (saltandone un paio) si era trovato così a suo agio nel campionato maggiore. Prepotente il ragazzino.

Come i falchi che tornano a controllare se la preda adocchiata in precedenza sia ancora nella giusta disposizione all’assalto, tornarono su di lui le big, adesso anche straniere però.

Antonio Conte lo voleva fortemente al Chelsea prima che gli prendessero Kanté. C’era la Roma, si dice la Juve, il Milan. Diawara ruppe con il Bologna sulla questione rinnovo e fece sapere che non si sarebbe presentato in ritiro. Prepotente il ragazzino.

Alla fine, negli ultimi giorni di mercato, la spuntò il Napoli pronto a sborsare per lui 15 milioni.

Questa storia così esaltante si spegne sotto l’ombra del Vesuvio, dove Diawara non ha mai visto veramente il sole: 74 presenze in tre anni, 2 reti, di cui quella delle speranze scudetto riaccese con il Chievo.

A Diawara è mancata principalmente una cosa: la continuità. 

Il ragazzo di oggi ha gli stessi pregi e gli stessi difetti che aveva a Bologna, perché non ha avuto il tempo di lavorarci su.

Nè Sarri, né Ancelotti hanno mai davvero puntato su di lui, forse un po’ il toscano durante la sua prima stagione, quando Jorginho non aveva ancora preso saldamente le chiavi del centrocampo.

Questo spiega perché il trasferimento di Diawara in maglia giallorossa è scorso lento lento come il Tevere.

In tre anni tutti si sono dimenticati delle qualità di un appena 21enne e ci siamo dimenticati di provare ad inserire queste qualità nel contesto di gioco che Fonseca innesterà a Roma.

L’allenatore portoghese è un uomo dalle scelte non scontate, accettò la panchina dello Shakhtar nel 2016, in piena smobilitazione. Nel 2019 ha fatto la stessa identica cosa, sentiamo gente che lascia Trigoria, pochi che ne arrivano.

Dopo un anno difficile e di transizione come è stato quello Di Francesco-Ranieri, si troverà dinanzi ad un gruppo misto di passatori e accentratori di gioco ai quali dovrà insegnare il suo gioco di posizione. 

Immaginiamo che il modulo sia un 4-2-3-1 per controllare entrambe le fasi di gioco attraverso il possesso.

In impostazione si parte da dietro con la salida lavolpiana di uno dei due centrali di centrocampo (se resterà N’Zonzi sarà lui ad avere questo compito), i terzini si allargano e le ali si stringono intorno al trequartista per moltiplicare le linee di passaggio, lo scopo è quello di liberare un uomo alle spalle della difesa avversaria.

Questo sistema, con tanti uomini in zona palla, permette di palleggiare e di tentare il recupero immediato del pallone, attraverso una chiusura delle linee di passaggio.

Parliamo di un gioco che si basa molto sulla fiducia, gestire il pallone seguendo delle idee, senza discostarsi da queste, convinti che quello sia il valore aggiunto rispetto agli altri.

In tale contesto tattico assume una rilevanza fondamentale il mediano d’impostazione, questo spiega anche gli exploit, sotto la gestione Fonseca, di Fred, acquistato a suon di milioni dal Manchester United, e del suo successore Maycon.

Se come abbiamo detto uno dei due centrocampisti centrali, quello meno dotato tecnicamente, ha il compito di rimanere più in copertura, abbassandosi tra i centrali, l’altro, quello dotato, è un elemento cardine nello sviluppo del gioco. Al secondo, infatti, è richiesta sicurezza nel controllo della sfera e gioco a due tocchi, con la concessa libertà di inserirsi in avanti, senza intraprendere vie troppe difficoltose, e dialogare con i trequartisti che si abbassano. 

Sia Fred che Maycon erano chiamati spesso ad avanzare i propri rispettivi raggi d’azione in fase di possesso.
Nelle fasi di transizione difensive, invece, è richiesta capacità di leggere le traiettorie e fisicità.

Questo è il contesto in cui bisogna inserire le qualità di Diawara. L’ex azzurro non è un accentratore di gioco, al quale richiedere l’assunzione di particolari responsabilità creative ma è di certo un regista minimale, reattivo e dotato fisicamente, sicuramente a proprio agio in un gioco fatto di passaggi corti e difesa in avanti.

Il regista guineiano ha sempre giocato davanti alla difesa e se recuperassimo le sue statistiche difensive del primo anno a Bologna ci sarebbe da restare impressionati: 3,0 intercetti e 2,5 contrasti vinti ogni 90’ minuti.

D’altro canto nel sistema Donadoni, il centrocampista nelle fasi d’attacco “posizionale” si dimostrava disinvolto in riaggressione e nella successiva verticalizzazione.
Anche al Napoli con il pallone tra i piedi lo abbiamo visto sempre giocare veloce in verticale o a due tocchi, senza disdegnare l’avanzata sfruttando una grande accelerazione che gli permette di braccare gli avversari o di percorrere ampi spazi di campo anche sotto pressione. 

La personalità non gli è mai mancata, contiamo che la sua miglior partita durante la gestione Sarri è andata in scena all’Ethiad Stadium il 17 ottobre 2017, quando, peraltro, trovò anche la rete su rigore. La sua prima rete in Champions.

Non abbiamo dubbi che questo profilo possa sposarsi alla perfezione con il gioco di Fonseca e che all’allenatore possa piacere particolarmente (è voce diffusa che il portoghese lo abbia chiesto a gran voce).

Così per non venire meno alla nostra vocazione oracolare, siamo pronti a scommettere su Diawara: la rivelazione della prossima Serie A, quella della sua definitiva consacrazione.

Con la convinzione che il nuovo tecnico della Roma sia quello giusto per esaltarne le sue caratteristiche e la ricerca dell’ampiezza, grazie ad un sistema che privilegia lo sviluppo della manovra sugli esterni e il palleggio. 

Diawara incarna alla perfezione il ruolo del centrocampista moderno e, se riuscirà a superare alcune debolezze che lo rendono imperfetto non levigate a Napoli per mancanza prettamente di continuità, si rivelerà un giocatore speciale.

Diawara esploderà e rifletterà da sé la luce negatagli dal mercato.

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