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Cosa ne sarà del San Siro?

Un’estate, da poco iniziata, senza Mondiali o Europei di calcio maschili, poteva essere facilmente bollata come una stagione priva di emozioni, almeno per quel che riguarda il versante sportivo, eccezion fatta per il calciomercato, unico traino costante alle vendite dei giornali di pallone e stimolatore di audience televisive degne di nota.

Chi pensava, in modo troppo frettoloso e superficiale, a un periodo caratterizzato unicamente dagli ultimi sforzi lavorativi da un lato e dalle tanto agognate ferie al mare dall’altro, con tanto di tuffi e cocktail à gogo in orario di aperitivo, beh, si sbagliava di grosso. 

La prima parte dell’estate 2019 è stata in grado di tenerci saldamente incollati alla tv grazie in primis alle gesta sia della Nazionale Under 20 che di quella maggiore di Roberto Mancini, poi ci ha pensato un’Under 21 piena di campioncini del futuro a tenere col fiato sospeso tutti i tifosi italiani, anche se l’avventura europea si è conclusa troppo presto ed in modo a dir poco deludente.

Infine, abbiamo dimostrato a noi stessi e al resto del mondo di saperci appassionare anche al calcio femminile, un movimento che in Italia sta crescendo in modo vertiginoso e che ha visto le ragazze guidate dalla ct Bertolini superare da underdog assolute un girone mondiale per nulla facile e scontato con Australia e Brasile oltre alla più debole Giamaica. Sogno infranto contro la più quotata Olanda ai quarti di finale dopo aver buttato fuori le temibili cinesi agli ottavi.  

Le palpitazioni per gli amanti di sport non sono certo finite qui, perché è solo di qualche giorno fa la magnifica notizia della vittoria netta della candidatura italiana contro i dirimpettai svedesi per avere il diritto di ospitare le prossime Olimpiadi invernali del 2026. La sinergia Milano-Cortina d’Ampezzo ha sovrastato per 47 voti a 34 il duo scandinavo formato da Stoccolma e Aare, con la principale manifestazione sportiva invernale che tornerà in territorio italiano a 20 anni esatti dal grande successo che ha caratterizzato tutta l’organizzazione dei Giochi Olimpici di Torino sia in termini di credibilità internazionale, sia per le numerose medaglie conquistate dagli atleti tinti di Azzurro. 

Il CIO, nelle parole del suo presidente, il tedesco Thomas Bach, aveva già lasciato intendere, nei giorni precedenti all’esito finale, quanto fosse decisivo il sostegno di un intero Paese nella sfida tra la delegazione italiana e quella svedese. Ebbene, noi non ci siamo tirati indietro anzi, seguendo le parole del presidente del CONI Giovanni Malagò, siamo stati in grado, per una volta, di fare squadra e di convincere le alte sfere olimpiche internazionali della bontà del nostro dossier. 

Se ci pensiamo, non è passato poi molto tempo da quando, solo nel 2016, l’allora fresco sindaco di Roma Virginia Raggi, ad appena tre mesi dalla sua elezione come primo cittadino della Capitale, aveva emesso il suo “NO” definitivo sulla possibilità della sua città di concorrere per ospitare le Olimpiadi estive del 2024. Dietro quel secco rifiuto per una manifestazione olimpica poi assegnata a Parigi c’erano, ieri come oggi, ragioni esclusivamente di bilancio alla base della questione. Come ha tenuto a ribadire anche ultimamente la stessa sindaca pentastellata Raggi, sarebbe stato un errore da irresponsabili ospitare nella Città Eterna una manifestazione così onerosa come i Giochi a 5 Cerchi, considerando i 13 miliardi di debiti ancora sofferti dal comune di Roma. Dal canto suo, non è mancata la frecciata per nulla celata da parte di Malagò verso l’amministrazione comunale capitolina. Il presidente del CONI ha ritenuto giusto togliersi alcuni pesanti sassolini dalla scarpa, scagliandosi contro la presunta mancanza di fiducia appurata nei suoi confronti da parte del sindaco Raggi, a differenza della totale sintonia trovata nei suoi rapporti politico-sportivi con Beppe Sala a Milano e con Gianpietro Ghedina a Cortina d’Ampezzo. Dichiarazioni di chi si sente tradito e deluso dai dirigenti comunali di Roma, città natale di Giovanni Malagò, alla quale il numero 1 del CONI è, per forza di cose, molto affezionato. 

Bisogna poi considerare le tediose schermaglie politiche alimentate dall’opposizione al Governo, in particolare provenienti da alcuni esponenti del PD che hanno pensato bene di sottolineare gli atteggiamenti contraddittori visibili all’interno del Movimento 5 Stelle. Si evidenzia soprattutto il diverso comportamento dei pentastellati tra una Raggi che nel 2016 ha negato le Olimpiadi a Roma e ai romani e il premier Conte che, invece, adesso parla di sogno condiviso. Al di là delle discussioni pseudo-politiche che spesso lasciano il tempo che trovano e che, a volte, si rivelano teatro di sterili quanto illogiche polemiche, sta di fatto che noi italiani siamo maestri assoluti nel non goderci mai i momenti di gioia in completa armonia e unità nazionale.

L’ulteriore prova a sostegno di quanto sostenuto è presto spiegata: il nodo della discussione ora riguarda le sorti dello Stadio S. Siro, campo di mille battaglie calcistiche, ma anche di tanti concerti di artisti di fama mondiale e di tante manifestazioni di pubblico interesse. L’idea del sindaco di Milano Giuseppe Sala è quella di organizzare la cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici del 2026 proprio all’interno dello storico impianto condiviso da Inter e Milan. Completamente diverso il parere dei massimi organi dirigenziali nerazzurri e rossoneri che, da un po’ di tempo a questa parte, hanno apertamente manifestato l’idea di abbattere il vecchio S. Siro per costruire un nuovo impianto nella stessa area della città condiviso da entrambe le società. 

Le parole di Beppe Sala, tra l’altro ex amministratore delegato di Expo 2015 S.p.A., sembrano, al contrario, troncare ogni sorta di velleità presentata dai due principali club di calcio milanesi:

«Il Comune è proprietario di San Siro, se Milan e Inter decidono di fare uno stadio posso solo dire due cose. Ci vorrà tempo. E poi alla fine siamo padroni dello stadio. Nel dossier di Milano-Cortina abbiamo garantito che nel 2026 San Siro sarà ancora funzionante. Questa è la fine della storia. Dopo il 2026, nel caso avremo un nuovo stadio, decideremo il futuro di S. Siro. Ma ora siamo nell’assoluta condizione di confermare che quella sarà la sede della cerimonia di apertura». 

E qui si ripropone l’annoso problema che contribuisce a rendere ancora arretrate le nostre infrastrutture sportive rispetto al resto d’Europa. La quasi totalità dei maggiori stadi italiani sono di proprietà comunale, per cui se si ha la fortuna di trovarsi di fronte a sindaci completamente aperti e disponibili da subito a rinunciare ad una proprietà municipale, la costruzione di impianti di proprietà del club in luogo di vetusti e fatiscenti obbrobri appartenenti ad epoche passate e trapassate procederebbe a gonfie vele. Solo Juventus, Frosinone, Sassuolo e Udinese hanno dimostrato, finora, una certa celerità nell’andare oltre una burocrazia italiana lenta e macchinosa, erigendo stadi privati diventati simboli di efficienza e fruibilità per tutti i tifosi coinvolti. 

Al contrario, esempi come lo stadio della Roma, progetto da realizzare in una zona periferica e bisognosa di essere rivalutata come Tor di Valle, sta incontrando innumerevoli ostacoli sul suo percorso per via delle concessioni comunali che tardano ad arrivare ma, soprattutto, per l’affaire Luca Parnasi, il costruttore coinvolto nel tipico scandalo del malcostume italiano fatto di tangenti e corruzione che contribuisce ad allungare in modo indefinito i tempi di posa in opera del nuovo catino giallorosso.

Un discorso simile può essere affrontato sul versante Napoli, dove la guerra verbale tra il sindaco De Magistris e il patron partenopeo De Laurentiis infiamma da tempo, senza voler qui sembrare inopportuni, l’area attorno al Vesuvio. Non è un mistero che i due non si siano mai amati e se il primo accusa il secondo di taccagneria, reo di non contribuire minimamente nel riammodernamento del San Paolo, il secondo vorrebbe costruire un nuovo stadio tutto suo lontano da Fuorigrotta.

Nel caso dell’Atalanta, invece, andare in direzione di uno stadio finalmente privato è stata una scelta che ha subito un’accelerazione decisiva in particolare quest’anno, da quando la Dea è apparsa sempre più in piena lotta per un incredibile posto in Champions poi raggiunto con pieno merito. Ma siamo sicuri che un club così ambizioso come la compagine bergamasca con una proprietà lungimirante capeggiata da un importante imprenditore come Antonio Percassi non avrebbe rinunciato alla costruzione di una moderna arena atalantina nemmeno in caso di un secondo approdo consecutivo in Europa League, anche se più che di creazione da zero, qui si tratterà di un massiccio restyling di quello che sarà il nuovo stadio privato “Atleti Azzurri d’Italia”. 

Tornando ora pienamente sul nodo Milano, nel ribadire il completo potere decisionale del capoluogo lombardo sulle sorti del leggendario S. Siro, Beppe Sala non ha, però, chiuso completamente le porte alla realizzazione di un nuovo stadio per Inter e Milan, a patto che sia un progetto che includa anche le attività commerciali accanto a un impianto in questo modo utilizzabile durante tutta la settimana dagli abitanti della città e dai tifosi e non solo nel giorno della partita in sé. Pensiero che trova d’accordo tanto il presidente del Milan Paolo Scaroni quanto l’amministratore delegato interista Alessandro Antonello, che rispondono all’unisono quando gli viene chiesto se il nuovo stadio che hanno in mente sarà sempre spartito tra i due grandi club di Milano:

«Facciamo un nuovo San Siro accanto al vecchio, nella stessa area della concessione. Il vecchio verrà buttato giù e al suo posto ci saranno nuove costruzioni. Dovessimo fare la cerimonia nel nuovo stadio sarebbe bello»

Le parole di Scaroni

«Lo faremo insieme? Assolutamente»,

L’eco di Antonello

Sarebbero pensieri leciti di due dei principali esponenti di Milan e Inter se non fosse che queste dichiarazioni sono state rilasciate proprio nello stesso giorno in cui Antonello e Scaroni si sono recati a Losanna per presenziare alla possibile vittoria di Milano-Cortina per le Olimpiadi invernali 2026, risultato poi effettivamente raggiunto come ben sappiamo. È stato buffo per alcuni, forse fastidioso per altri assistere alle piccole schermaglie verbali tra il duo Maroni-Antonello intervistati da una parte, e Beppe Sala avvicinato dai media dall’altra.

A mio giudizio, siamo stati partecipi di un teatrino non proprio edificante per l’immagine dell’Italia all’estero, soprattutto ora che avremmo tante ragioni per essere orgogliosi del nostro Paese e sventolare il tricolore nelle piazze per un successo per nulla scontato, portatore di numerosi vantaggi dal punto di vista dell’accresciuto appeal turistico del nostro Paese e propulsore di una crescita futura assicurata per il nostro PIL. 

Viste le solite lungaggini burocratiche italiane in settori anche al di fuori delle nuove infrastrutture sportive, è facile pensare che le parole di Beppe Sala non siano così sbagliate. Sarebbe un modo per illudere i milioni di tifosi di Inter e Milan in Italia e nel mondo inculcare in loro l’idea che uno stadio moderno in stile Juventus dotato di parte commerciale, parte sportiva e area museale sia fattibile prima del 2026. E poi dov’è scritto che i supporter dei due blasonati club di Milano accettino di buon grado la costruzione di un impianto ex novo dopo una vita intera passata a spartirsi lo storico S. Siro?

Stando alla voce del popolo, soprattutto di coloro che vivono nel quartiere S. Siro, l’abbattimento di quella che è conosciuta globalmente come la Scala del Calcio provoca inevitabilmente pareri contrastanti.

Buona parte degli intervistati residenti nei pressi della grandiosa cornice dell’altresì famoso “Giuseppe Meazza” mantiene ancora un occhio fortemente romantico verso il luogo che ha visto le gesta dei migliori calciatori del mondo fino a pochi anni or sono. Basti pensare all’epoca dell’incontro-scontro tra gentiluomini del calcio come l’interista Mazzola e il “Golden Boy” milanista Rivera, al Milan rivoluzionario olandese di Sacchi ma con una forte anima italiana alla base, alle sgroppate a tutto campo di campioni come George Weah e del mito a metà Adriano l’Imperatore, fino a giungere ai tempi d’oro del Milan ancelottiano di Inzaghi e Sheva o all’Inter del Triplete del Principe Diego Milito e dell’ultimo Javier Zanetti. Durante le molteplici epoche calcistiche vissute all’interno dello stadio S. Siro sono nati anche tanti amori, con le compagne dei tifosi di Inter o Milan che hanno iniziato a tifare, di riflesso, la squadra del loro ragazzo, portandosi dentro questa passione sportiva per anni fino ai giorni nostri.

Gli abitanti di Milano restano poi molto affezionati a uno stadio capace di cambiare più volte lo skyline della città della Madunina. L’impianto di S. Siro ha subito molteplici rivisitazioni e ammodernamenti nel corso della sua storia che ha preso il via nel 1926 per volere di Pietro Pirelli, presidente dell’omonima industria di pneumatici, fondata da suo padre Giovanni Battista, e a capo del Milan di allora. Suona strano il binomio Milan-Pirelli negli anni Venti se si pensa che la multinazionale della gomma ha sancito il suo indissolubile matrimonio con la sponda nerazzurra di Milano a partire dalla metà degli Anni Novanta. San Siro è poi passato ben presto nelle mani del Comune di Milano già nel 1935, anno in cui lo stadio vide sorgere le curve di raccordo alle tribune centrali. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1947 anche i cugini interisti si trasferiscono dall’Arena Civica verso il medesimo impianto fino ad allora appannaggio esclusivo del Milan.

Seguirono lavori di ampliamento dello stadio che, nell’epoca del pieno boom del cemento, arrivò a toccare i 100.000 posti a sedere grazie all’aggiunta di un secondo anello. In base ai successivi criteri di sicurezza introdotti in merito all’impiantistica sportiva, San Siro venne sottoposto ad un profondo rinnovamento negli anni precedenti ai Mondiali di Italia 90 (capienza ridotta a 85.000 posti) con la costruzione di un terzo anello e di undici torri cilindriche in cemento armato che, oltre a condurre gli spettatori verso le gradinate, avevano il compito di sostenere l’ormai caratteristico reticolato rosso di copertura dell’intera struttura.

Il fascino che mantiene ancora oggi un impianto così dominante nel panorama della metropoli milanese è dimostrato anche dalle parole provenienti da un quotidiano non proprio qualsiasi come The Times quando, nel 2009, definiva San Siro «un’astronave illuminata atterrata nella periferia di Milano che provoca un sussulto per chi la ammira per la prima volta». Tanto è il credito e il rispetto della stampa britannica verso l’imperante teatro del calcio milanese che quest’ultimo è stato annoverato dai giornali d’Oltremanica come il secondo stadio più bello del mondo dietro solo al “Westfalenstadion” del Borussia Dortmund, dotato quest’ultimo della curva (la Südtribüne) più capiente in assoluto costituita da un muro di maglie giallonere portatore di diversi punti in più in Bundesliga dalle parti della città industriale della Ruhr. 

Milano, considerando il blasone nazionale ed internazionale dei suoi due club almeno fino a qualche anno fa, meriterebbe la presenza di due stadi a sé per Inter e Milan anche per cercare di avvicinare nuovamente la Juventus che ha fatto del suo Stadium uno dei fattori determinanti per un dominio duraturo ed apparentemente inespugnabile in Italia, unito ad un’aumentata competitività in campo europeo.

Come ribadito dal nuovo presidente del Milan, Paolo Scaroni, nel calcio odierno c’è bisogno di unire necessariamente l’aspetto sportivo alla parte commerciale per cercare di creare profitti aggiuntivi importanti per il club in questione, come insegna l’impianto juventino, sempre aperto al pubblico durante la settimana tra partite, museo e aree dedicate ai “malati” di shopping. Non bisogna, però, nemmeno trascurare come la creazione di un’area dedicata agli acquisti sfrenati all’interno dello stadio potrebbe creare non pochi problemi nel quartiere, in particolare ai piccoli commercianti storici della zona che non accetterebbero di buon grado la concorrenza di supermercati e negozi di vario genere nel nuovo progetto pensato da Inter e Milan.   

In caso di abbattimento del vecchio San Siro, inoltre, una buona percentuale di tifosi di Milan e Inter vorrebbe uno stadio tutto per sé da non dover nuovamente dividere con gli amati/odiati cugini, a differenza del pensiero espresso esplicitamente da Scaroni e Antonello, e lontano dalle fastidiose diatribe con il comune che nulla hanno a che vedere con il saldo sentimento di appartenenza nutrito dagli appassionati di calcio. D’altro canto, demolire quello che è riconosciuto universalmente come uno dei monumenti di Milano alla pari del Duomo sembra un qualcosa di blasfemo, capace di annientare quel briciolo di magia e romanticismo che cerca ancora di resistere nell’odierno business del pallone.

Riconoscendo all’apparato burocratico italiano la non eccelsa celerità tra le sue caratteristiche preponderanti unita alla ferrea opposizione del sindaco Beppe Sala, l’impressione è che il discorso sull’eventuale demolizione del Tempio del calcio milanese verrà ripreso dopo la fine dei Giochi Olimpici invernali 2026. Sarebbe un rischio troppo grande, per tutta la città di Milano ma anche per Inter e Milan, pensare di buttar giù San Siro senza valutare bene i tempi per la costruzione del nuovo impianto sempre condiviso dai due club. In caso di eventuali ritardi nei lavori, la possibilità di incorrere in figuracce in mondovisione è sempre dietro l’angolo. E, di conseguenza, un grave e quasi irrimediabile danno all’immagine penderebbe non solo sul sistema sportivo italiano, ma andrebbe a toccare tutto l’apparato politico-economico nazionale.

No, non possiamo permettercelo proprio ora che abbiamo riconquistato il diritto di ospitare manifestazioni internazionali di livello assoluto come le Olimpiadi invernali. Milano-Cortina 2026 dovrà essere un tripudio di bandiere tricolori sventolate dal balcone di ogni città o paese sul nostro territorio; orgoglio e credibilità dovranno essere le parole chiave per la rivalutazione della nostra capacità di organizzare al meglio avvenimenti di tale spessore. E che il braccio di ferro del trio Sala-Inter-Milan continui solo dopo il 2026, lasciando all’imponente e affascinante Stadio San Siro il meritato compito di illuminare le fredde notti olimpiche dei migliori atleti del mondo.                               

                             

                   

        

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