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Il ritorno di Buffon ha senso

“Non arrenderti: rischieresti di farlo un’ora prima del miracolo.”

Medhi Benatia e Paul Pogba sono solo due dei molti giocatori musulmani con i quali Gigi Buffon ha interagito negli ultimi anni.
Ve ne potremmo riportare molti altri ma non servirebbe a molto. La nostra è solo un’ipotesi. Crediamo, infatti, che da uno dei tanti, vicini al mondo arabo, l’ex capitano dalla Nazionale abbia sentito questo proverbio mediorientale e lo abbia immagazzinato, fatto suo per poi riproporselo al momento opportuno.

Quale momento opportuno? Questo, quello del suo ritorno alla Juve. Sarà sancito e ufficializzato tra poche ore (forse giorni). Il tempo giusto per piazzare Perin.

Partiamo da un presupposto, crediamo che il 99% delle volte “tornare” sia deleterio. Se si è lasciati c’era un motivo, per lo più entrambe le parti ritenevano che qualcosa non andasse, non si era più in un equilibrio di desideri e aspettative.

Al tempo, la Juve credeva che Buffon non avesse più i gradi per ricoprire un posto da titolare e quel posto aveva già un degno erede designato: Wojciech Szczęsny.

Buffon, dal suo canto, non la pensava esattamente allo stesso modo, ma era consapevole che il passare degli anni aveva reso il suo sogno (quello di vincere la Champions) un’ossessione e l’ossessione lo rendeva troppo ingombrante in uno spogliatoio in cui aveva già troppo peso. Il passo da senatore-leader a palla al piede sarebbe stato breve.

La goccia che, allo stesso tempo, portò senno e fece traboccare il vaso furono le dichiarazioni post semifinale di ritorno con il Real del 11 aprile 2018:

“All’andata non ci venne dato un rigore stasera l’arbitro ha avuto il cinismo di infrangere il sogno di una squadra. Non so se lo ha fatto per un suo vezzo e per mancanza di personalià’, ma un essere umano non può decretare l’uscita di una squadra. Uno così al posto del cuore ha un bidone d’immondizia. Se non puoi stare in campo in una partita simile, te ne stai in tribuna con moglie e figlia. Il Real Madrid ha meritato, ma l’arbitro doveva avere la sensibilità per capire il disastro che stava facendo”

L’uomo Buffon si rese conto, con grande intelligenza da riconoscergli, di essere uscito fuori dal seminato senza nemmeno accorgersene. Quella dannata coppa dalle grandi orecchie da riportare a Torino gli stava rubando il sonno, la lucidità e la leadership.

Se un leader è colui che si mette a disposizione della squadra, oramai lui era a disposizione solo della propria ossessione per la quale esso stesso perdeva in sensibilità.

Allora, meglio fare posto, meglio non trascinare i suoi compagni nel malsano vortice in cui era finito.

Bisognava andare via per alleggerirli, per dargli spazio, forse pure serenità.
Affrontare ogni stagione di Champions sapendo che potrebbe essere l’ultima della leggenda che hai tra i pali è asfissiante, è continuamente qualcosa di dovuto.

Gigi decise di trasferirsi a Parigi, dove la Champions ogni anno è solo un sogno, non ci muoiono mica per lei. La dirigenza acquista le migliori stelle del firmamento convinta che possa attraverso queste percorrere la via Lattea che porta alla vittoria. Non va a finire quasi mai così, quindi si procede a tentativi, sostituendo gli astri e cosi via. Ai tifosi basta quasi sempre lo spettacolo.

A Buffon bastava continuare a tener accesa la fiamma e giocare ancora, avrebbe conteso la maglia ad Areola, di sicuro non avrebbe fatto solo il secondo, l’ora non era ancora scoccate se:

“Sto meglio ora rispetto a quando avevo 35 anni, sembra impossibile ma sento che sto meglio rispetto a cinque o sei anni fa. Magari questo è possibile perché ho cambiato metodo di lavoro, ma credo che alla mia età sia tutta una questione di motivazioni.
La concorrenza con Areola e Trapp? Mi trovo bene, ho un ottimo rapporto con loro; in un gruppo è importante avere rispetto e stima l’uno per l’altro. Il Psg giocherà circa 60 partite in stagione, è logico avere tre portieri importanti e non un solo titolare.”

Durante la stagione, però, le cose non sono andate proprio per il verso giusto e Gigi, complice qualche intervento sfortunato, si è ritrovato rilegato in panchina.
Quando gli hanno proposto il rinnovo (peraltro faraonico) è stato semplice per lui dire “non, merci”. Seduto proprio non poteva starci, o forse. Forse si ma non a Parigi.

Le opzioni erano tre: ritirarsi (non voglio!), fare il numero uno in una squadra di medio livello (si, ma il sogno?), faccio un passo indietro ma continuo a credere nel miracolo come dice quel famoso proverbio.
Buffon ha scelto la terza.

Se devo ridimensionarmi allora lo faccio dove vale la pena, a Torino, a casa, in quella relazione in cui sono stato da Dio per 17 anni, dove magari c’è un’ossessione al momento che possa oscurare anche la mia.
Si da il caso che Perin, il secondo dell’erede designato, sia sia trovato molto peggio, la sua storia d’amore con la Juve non è mai iniziata. 

Fai che prima di arrendermi riprendo i contatti.
Fai che i nostri bisogni e necessità, le nostre ambizioni possano ancora combaciare dopo un anno di lontananza, un periodo di riflessione.

Fai.

La Juve vuole liberarsi del portiere ex Genoa, dopo appena un anno di convivenza. Se tutto procederà secondo i calcoli metterà a segno l’ennesima plusvalenza utile a rimpolpare il bilancio e magari finanziare uno dei tanti colpi in entrata.
Dunque, però, c’è la necessità di trovare un secondo di sicuro affidamento, che accetti la panchina, che possa far rifiatare Szczęsny e che non sia esoso. Se poi portasse con sé anche esperienza internazionale, voglia di vincere, autorità, grande feeling con l’ambiente, capacità di “chiocciare” allora sarebbe preso.

Buffon lo è stato. Preso intendiamo. “Riproviamoci”, consci del modo in cui ci siamo lasciati, delle motivazioni alla base di quella scelta. Ripartiamo ma non da zero.

Firmerà un annuale, verrà incontro a tutte le esigenze dei bianconeri e loro, sembra, verranno incontro alle sue (potrebbero).
Si dice che nel contratto ci sarà un clausola che permetterà alla Juve di dare al suo ex capitano uno spazio definito, in modo da non gravare sul resto dell’organico e sulle scelte di Sarri, e a Gigi di raggiugnere il record di presenze in A di Maldini, nonché di continuare la folle corsa verso il miracolo senza arrendersi un’ora prima.

Siamo difronte all’1% delle volte in cui tornare ha senso.

Ci siamo messi nei panni di Buffon e la tristezza, che il numero uno dei numeri uno possa diventare un secondo, non ci ha sfiorato nemmeno una volta.

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