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Ad Higuain manca la sua bugia

Senza girarci troppo intorno, possiamo affermare tranquillamente che ogni uomo ha una propria dimensione ideale. Attenzione non stiamo parlando di categorie ma di parametri e contesti.
Alcuni possano sopravvivere e risplendere in determinate circostanze, altri nelle stesse condizioni soffocherebbero, sarebbero a disagio.
La grandezza di ognuno di noi è, spesso, rivelata nel momento in cui quel qualcuno di noi trova e si rende conto delle condizioni che gli assicurano di risplendere.

Senza paura dichiariamo Gonzalo Higuain uno di quelli che vuole credere più che sapere. Credere consapevolmente di appartenere ad un dimensione superiore a quella che gli spetta, dimostrando, nella propria, di poterlo fare davvero. In pratica mentirsi ma per stare meglio.

Se la stagione appena passata è stata, probabilmente, la peggiore della sua carriera è semplicemente perché Gonzalo ha dimenticato la sua bugia e lo ha fatto per colpa della Juve.

Il Pipita è un argentino nato a Brest, vicecampione del mondo nel 2014, vicecampione d’America nel 2015 e nel 2016, vicecampione di Champions nel 2017.
Abbiamo scelto di elencare le volte in cui è arrivato secondo per dare conto dei suoi paradossi, di una carriera fatti di tempi sbagliati. Di qualcosa che gli è sempre mancato: l’ultimo metro che puoi percorrere solo con la forza mentale.

Quando parliamo di Gonzalo Higuain, parliamo di un calciatore di livello assoluto, di uno che ha segnato 326 reti in 669 partite tra River, Real, Napoli, Juve, Milan, Chelsea e Selecciõn ma capace di dare il meglio solo se inserito nel giusto contesto.
Chiedergli di fare la differenza indossando i panni del leader tecnico non ha mai funzionato, riesce ad esserlo soltanto quando non glielo si chiede.

Avendolo osservato per anni, sappiamo che, decontestualizzandolo, oggi a 31 di anni non possiamo definirlo un leader.
Quando il gioco si fa duro e il mondo intorno a lui è cattivo, il Pipa sparisce, anzi appare nella sua versione peggiore: sbraita, si innervosisce, sbaglia, ingrassa.

Gonzalo si conosce meglio di chiunque altro. Aveva trovato consapevolezza di sé a Madrid.

Bastava guardarsi indietro. Aveva fatto un gran bene con Capello agli esordi, il tecnico italiano lo aveva preso dal River e credeva in lui, era solo una giovane promessa. 

Male con Schuster che non lo vedeva, grande con Juande Ramos che lo mise al centro del suo progetto. Ancora positiva la stagione con Pellegrini, con il quale il Pipa aveva instaurato un buon rapporto, segnò 27 reti confermandosi miglior cannoniere della sua squadra, meglio di Ronaldo e secondo solo a Messi nella Liga. 

Poi arriva Jose Mourinho e Higuain deve giocarsi il posto con Benzema, dimostrare. Il triennio 2010-2013 non è da incorniciare, restano i gol circa 57.

Dopo sei stagioni e mezzo esprime la volontà di lasciare la Casa Blanca e fa la scelta più cosciente della sua carriera, perché accetta il Napoli, accetta la sua dimensione.

In poco tempo diventa di netto il miglior attaccante della Serie A, la familiarità con il gioco di Sarri ne esalta le doti, stabilisce il record di marcature in Italia.
Tutto è costruito solo di lui ma le sue responsabilità sono poche, deve solo metterla dentro e questo non è mai stato un problema per lui.

Senza morderti la lingua, ai tempi, potevi affermare che il Pipa fosse il migliore in circolazione, al pari di Suarez e Lewandoski.

Il paradisiaco azzurro sembrava cucito su di lui, così il contesto tecnico-tattico, l’amore della gente. Aveva trovato il suo Eden, il posto per far risplendere la sua grandezza, limitando tutti i suoi limiti caratteriali ed emozionali. La posizione ideale in cui sentirsi appartenente ad una dimensione superiore non essendolo veramente, proprio e solo per quei limiti nascosti. Si mentiva alla grande.

Poi arriva la Juve. Il bianconero logora chi non lo indossa e mitizza chi lo fa. Il Pipa dimentica la sua bugia, l’esperienza maturata a Madrid, le conoscenze di sé che ne sono scaturite. Dimentica la favola che si è raccontato a Napoli.

Approdando a Torino Higuain raggiunge il livello massimo, percorre il metro che lo distanziava dai migliori. È la Juve che ti porta a farlo.

All’apice della sua carriera e della sua maturità calcistica ha un’altra verità e pochi punti deboli. Se Cardiff 2017 o la semifinale di ritorno con il Real 2018 fossero andate diversamente, oltre a 55 gol in 105 partite, 2 Scudetti, 3 Coppe Italia e 1 Supercoppa avrebbe trovato, probabilmente, anche l’incoronazione in Europa.

Ma la realtà bussa nuovamente alla porta e il Pipa non sa se nascondersi o aprire. Con Cristiano Ronaldo alla Juve non c’è più spazio e lo deva fare l’argentino. È un colpo durissimo perché riappaiono tutti i fantasmi, le ombre con le quali non si aveva più niente a che fare.

Higuain si ritrova in un posto dove le cose non vanno come vuole, dove è al centro del progetto ma gli si chiede troppo, parliamo di responsabilità, sacrifici. All’inizio non tradisce le aspettative ma si vede ad occhio nudo che non è sereno.
Non riesce a mentirsi perché non ha le garanzie per farlo, alle spalle ha una società che gli fa sapere quasi subito che non lo riscatterà. Come puoi sentirti migliore quando a conti fatti non sei altro che una pedina. Una pedina di lusso.

La rabbia è il fastidio di essere ritornato ad una dimensione che credeva aver superato lo trascinano in un vortice che porterà alla sua fuga da Milano.

Torna da Sarri per raccontarsi di nuovo quell’innocente inganno. Non ci riesce perché a Londra ad aspettarlo a braccia aperte c’è solo il tecnico toscano e lui, l’argentino, è ancora troppo deluso per quell’idillio vissuto solo due anni e poi svanito. Deluso per il modo in cui la Juve ha deciso di gettarlo dalla montagna.

Higuain non segna e non sposa più cause, vivendo in campo e in panchina tutte le sue paure.

In questi giorni per lui si parla di Roma. Il corso di Fonseca ci pare esaltante. 

La nuova Roma che sta nascendo, lasciando da parte gli strascichi delle purghe, è una squadra più leggera, fresca, sulla quale gravano meno necessità e autorità.

L’allenatore uruguaiano costruirà un undici capace di dominare il possesso, producendo molteplici soluzioni di passaggio al portatore di palla. Attaccherà per zone centrali, creando superiorità numerica e posizionale alle spalle degli avversari, e, per non dipendere totalmente dai dribbling degli esterni, svilupperà sugli esterni per rifinire tramite i cross.

Avrà bisogno di un uomo che sappia occupare l’area di rigore, che sia a suo agio negli spazi stretti e nel muoversi in profondità. Avrà bisogno di un riferimento offensivo forte.

Higuain può essere tutto questo.

Le parole di Petrarchi le vediamo come le fondamenta dell’acquario in cui far nuotare il Pipa.
L’acquario più bello del mondo, il più visitato, rinomato, perfetto. Un acquario nel quale potersi illudere di essere al mare.

Che Gonzalo a ritorni a credere di essere altro, ritrovando la sua giusta dimensione, dalla quale restituirci di nuovo la sua grandezza.

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