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Ne abbiamo già abbastanza del calcio femminile?

Non voglio, con questo articolo, instillare nel lettore ansia e turgida attesa nel voler scoprire cosa si celerà dietro le mie parole ed, infatti, a scapito di voler darmi la zappa sui piedi, sarò io stesso a rispondere – qui e adesso – alla domanda posta come incipit. “Ne abbiamo già abbastanza del calcio femminile?”

No, non ci siamo stancati del calcio femminile. Siamo, anzitutto, pronti a farci progressivamente cultori di questa promettente realtà sportiva.

Il Mondiale di calcio femminile, appena concluso, è stato una vetrina importante per una realtà che arranca – purtroppo – nel ritagliarsi il suo spazio sulla scena mediatica nazionale ed internazionale. Perché, sebbene il “soccer” femminile stia vivendo un’età dell’oro a larga scala su tutto il continente americano, in Europa il fenomeno fa ancora difficoltà a radicarsi nell’immaginario comune come solida realtà più che come mera speranza. 

E la situazione nella penisola italica non cambia. Anzi, sono del tutto lucido nell’affermare che il calcio femminile italiano sia il punto più basso per questo sport. Non a caso il ranking mondiale posiziona la nazionale Italiana – ora, dopo aver messo a segno una brillante prestazione – non sopra la 15esima posizione. E, cosa ben più importante, la realtà in cui vessano centinaia, se non migliaia, di calciatrici è straziante: realtà che le vede esercitare una professione da non pari di livello a confronto con le avversarie americane, svedesi, olandesi, francesi e così via. L’attestato dello status professionistico è solo il primo passo nel riconoscimento, ad una categoria di atlete, della propria dignità. 

Ora, più che indagare quali siano i motivi di tale arretramento culturale nei confronti del mondo sportivo femminile e in campo calcistico, qui preso in esame, è fondamentale cercare di riassumere quelli che sono i meriti di una rappresentativa, quella Italiana, quali i progressi da fare –  in campo calcistico – e, infine, contestualizzare il fenomeno entro una istituzione, quanto più maschilista si possa immaginare, quale la FIGC.

La nazionale guidata dal tecnico Milena Bertolini è una realtà molto promettente che, in questi due ultimi anni, ha saputo lavorare tanto e bene per potersi creare numerose opportunità al fine di coronare, più che degnamente, la partecipazione al Mondiale tenutosi in Francia. 

L’allenatrice emiliana ha saputo rivoluzionare le gerarchie e le poche certezze della nazionale. Le partite che hanno preceduto il kick-off del Mondiale mostravano una squadra che si disponeva in campo seguendo quelle che erano le direttive italiane più classiche: 4-4-2, buona fase difensiva soprattutto nei duelli uno vs uno, ottimi movimenti di reparto, un centrocampo folto che faceva del ripiegamento e della verve la propria forza, un buon metronomo – la Giugliano – che sapeva dettare i ritmi di gioco, due centrocampisti laterali che alternavano transizioni offensive ad ottime diagonali difensive, ed in ultimo, una coppia d’attacco che sapeva muoversi – alternandosi – per creare spazi in cui ricevere il pallone e votarsi alla conclusione.

Questa realtà è stata completamente sconvolta, o quasi. Da un classico 4-4-2 di stampo italiano fatto di “catenaccio” (termine quantomeno improprio ma efficace a rendere l’idea) e contropiede, si è passati ad un 4-4-3/4-3-1-2 (in fase di costruzione) votato all’attacco e alla costruzione dal basso, non rinnegando anche lanci lunghi, dalla difesa, atti a sorprendere la retroguardia avversaria. 

Le dinamiche, seppure i moduli siano differenti, sono molto molto simili: costruzione dal basso, inglobando anche il portiere – la Giuliani, dotata di una decente piede destro, sovrapposizioni dei terzini sulle mezzali per poter creare maggior sovraffollamento dalla trequarti in sù, palla al regista basso che ha il compito di smistare sulle mezzali o sul falso nueve  (la Girelli che in costruzione resta più bassa rispetto alle compagne d’attacco), verticalizzazioni per le ali o per i terzini alti che hanno il compito di arrivare in fondo e crossare in mezzo – la maggior parte delle volte cross bassi, verso un compagno arretrato, così da poter concretizzare il più velocemente possibile l’azione. 

La fase difensiva, al di fuori dalla partecipazione alla costruzione dell’azione offensiva, ha ricevuto compiti di lettura di gioco – compito interpretato massimamente dalla juventina Sara Gama – e diagonali difensive atte a marcare a zona non rigettando l’idea di una copertura stretta, o raddoppio in taluni casi, verificatasi soprattutto sulle zone laterali del campo. Questi compiti, che in apparenza possono sembrare semplicistici e ridotti, costringono ad una elevata intensità e a porre attenzione ad ogni minimo dettaglio. 

L’idea che la Bertolini ha voluto instillare nel reparto difensivo è quella di vedersi come un unico corpo; un unico corpo che deve esser composto da parti differenti – si notino che le capacità di lettura della Gama son ben differenti dalle capacità dell’altro centrale di difesa, Linari, che è dotato di un piede più delicato e di un’ottima capacità di transizione – ma che, per funzionare perfettamente, deve muoversi con una armonia intrinseca che si acquisisce solo dopo tanti ed intesi allenamenti. 

Il centrocampo è impostato molto di più sulle caratteristiche delle singole interpreti che su dei dettami di gioco ben precisi. Infatti, dopo aver assegnato i compiti di impostazione alla Giugliano, le due mezzali – la sempre presente Cernoia e le compresenti Galli e la Bergmaschi – sono votate l’una (la Cernoia) a rappresentare il cosiddetto “motorino” della formazione e l’altra (a turno la Bergamaschi e la Galli) a rappresentare o un’ottima alternativa in fase di sovrapposizione all’ala (che in quel caso andrebbe a stringersi arretrando verso il centro) – la Bergamaschi – o a rappresentare un’opportunità di scarico vicina e anche la possibilità di avere un buon tiratore da fuori che sappia concretizzare un azione anche senza dover affollare l’aria di rigore avversaria – compiti perfettamente svolti dalla Galli. 

Le considerazioni sull’attacco sono particolari perché, sebbene il 4-3-3 inculchi l’idea di un calcio verticale sviluppato principalmente sulle fasce, nel regime tattico della Bertolini sono poche le occasioni in cui abbiamo avuto la possibilità di vedere le due ali spinte sulle zone laterali con l’attaccante centrale votato a movimenti e contro-movimenti per intercettare il cross/passaggio e mandare fuori tempo l’avversario.

Le due ali tendono a staccarsi dal centro focale d’attenzione della retroguardia offensiva – la Girelli nel migliore dei casi – ma non tanto poi da risultare complicato raggiungerle senza tentare un cross oppure un passaggio teso. L’idea è quella di avere sempre la possibilità di scaricare su una compagna quando si sta incontrando difficoltà a superare l’avversario. Essendo anche accertata la difficoltà dei singoli a superare l’avversario, poiché non dotati di una tecnica individuale in dribbling sufficiente, la sovrapposizione e lo scarico in vista di una verticalizzazione offensiva sono le prospettive offensive più usate e più congeniali a queste calciatrici.

A questo sono d’aggiungersi i vari lanci lunghi – effettuati alternativamente dalla Gama e dalla Linari – al fine di individuare una prateria su cui far correre gli attaccanti e sviluppare una prospettiva offensiva al di fuori degli schemi tattici soliti. Essenzialmente, l’obiettivo è quello di sorprendere l’avversario e di avere la fortuna di coglierlo in una fase di poca attenzione nei confronti dei movimenti delle interpreti offensive. 

 Il primo degli aspetti tecnici da migliorare è certamente il pressing. Sostanzialmente è quello più importante per varie ragioni:

  • un maggiore e più costante pressing in tutte le zone del campo, unito all’andatura tecnica che già ora è sufficiente a garantire delle soluzioni offensive concrete e una fase difensiva molto attenta, non fa altro che garantire maggiore presenza fisica in tutte le zone del campo e dare l’impressione all’avversario di un corpo sincronico unico che non lascia al caso tutte le possibilità di gioco
  • un maggiore pressing, se fatto comunemente con tutti i giocatori, tende a nascondere alcuni punti di debolezza che sono riscontrabili invece quando le singole giocatrici si trovano ad affrontare l’avversario in totale autonomia
  • un maggiore pressing, infine, come comunemente è noto, permette di mandare in crisi di scelta l’avversario che è suscettibile di andare in panne e di commettere errori che travalicano l’aspetto tecnico e sono qualificabili come sbagliata organizzazione tattica. 

L’idea di sviluppare un gioco più collettivo, in cui i demeriti tecnici singoli siano superati e nascosti da una organizzazione tattica ben precisa che permetta a tutte di sapere esattamente cosa fare in ogni momento della partita, è sicuramente la soluzione auspicabile per una realtà calcistica che non fa dell’individualità la sua arma migliore.

Quindi, in sintesi: sfruttare meglio verticalmente il pressing, coprire meglio gli spazi orizzontali e proporre un calcio ancor più organizzato che permetta di rafforzare ed allargare l’idea della Bertolini, quella di creare un’unità fisica, ad un’unità anche mentale ed animistica.  Queste ragazze devono essere una sola anima. 

Queste mancanze, soprattutto il pressing incostante ed un mancante spazio dedicato a dei sani individualismi dotati di un’ottima tecnica personale, sono comuni un po’ a tutto l’ambiente calcistico femminile. Al di là di poche realtà che stanno già sviluppando quest’ultimo aspetto – vedasi, tra le varie, l’Olanda di Sarina Wiegman e gli Stati Uniti di Jillian Ellis – tutte le rappresentative nazionali sembrano pervase da questa mancanza che va in qualche modo supplita. E l’idea di un calcio più collettivo che individualistico, come quello maschile, può essere un’idea promettente. 

Dopo questa breve quanto sobria analisi tecnico-tattica, contestualizzare sembra più che mai necessario per capire su cosa debba puntare un movimento calcistico femminile, come quello Italiano, affinché non ci si ricordi di esso solo nelle grandi occasioni, ma possa entrare a far parte del vissuto comune.

«Il calcio non è per signorine» una frase che risale al 1909 e fu attribuita a Guido Ara, mediano della Pro Vercelli, la squadra che in quegli anni otteneva grandi successi grazie ad un gioco combattivo e “maschio”. Se non era per donne il gioco, lo era certamente lo spettacolo: tra le piccole folle di appassionati della belle époque spiccavano spesso volti e, nelle cronache mondane, nomi femminili.

Quei volti erano destinati a confondersi tra le folle maggiori degli anni tra le due guerre, per distinguersi, più numerosi, nel decennio successivo alla fine del secondo conflitto mondiale. Da allora la presenza femminile, anche se sempre minoritaria, è cresciuta fino al termine del secolo. Su 12 milioni di italiani che nel 1974 avevano assistito ad almeno una partita, 2 milioni erano donne, per lo più giovanissime.

Il tingersi di rosa degli spalti non ha avuto fino ad ora in Italia un corrispettivo nella pratica sportiva: nel 1996 erano tesserate meno di 9.000 atlete, una cifra bassissima in confronto alle centinaia di migliaia di praticanti dei paesi scandinavi e della Germania, per non dire dei 3 milioni e mezzo di atlete statunitensi. E fu proprio il paradosso americano a dare una spinta decisiva all’ingresso della versione femminile del calcio nella famiglia olimpica in occasione dei giochi di Atlanta del 1996.

In Italia il calcio femminile fece le sue prime, fragili, esperienze nel 1946 a Trieste, dove furono fondate due squadre, che per un po’ di tempo girarono la penisola per portare il vessillo della città, allora amministrata dalle autorità anglo-americane. Le calciatrici, negli intenti delle forze politiche promotrici dell’iniziativa, avrebbero potuto contribuire a risvegliare negli italiani sentimenti di amore patriottico per Trieste.

Meno fragile fu il secondo insediamento, sebbene ancora dettato dalla propaganda politica. A promuoverlo fu la baronessa napoletana Angela Attini di Torralbo, consigliere nazionale del Partito nazionale monarchico, che vedeva nello sport una strada per conquistare consensi. Sebbene isolata la sua idea fu accolta con stupore e ironia. La baronessa, grande appassionata di calcio, continuò nella sua opera di propaganda con la fondazione nella sua città di tre squadre, riunite nel 1958 nell’Associazione Italiana Calcio Femminile. L’iniziativa, nonostante la nascita di due squadre capitoline, Lazio e Roma, si spense presto.

Di più robusta radice fu invece l’albero piantato a Milano nel 1965, ancora una volta da una donna, Valeria Rocchi, che fondò due squadre con il sostegno del presidente dell’Internazionale, Angelo Moratti. Di lì a poco prima in Liguria, poi in Toscana e in Emilia cominciarono a sorgere nuovi club, tanto che nel 1968 fu costituita a Viareggio la Federazione Italiana Calcio Femminile, che nello stesso anno promosse il suo primo campionato nazionale, vinto dal Genova.

La FICF, nel frattempo diventata Federazione Femminile Italiana Gioco Calcio, riuscì in poco tempo a creare un sistema agonistico complesso con due serie di campionati (A e B), a cui si aggiunse dal 1971 un torneo di Coppa. Nel 1986 si ebbe la svolta più importante, quando nell’ambito della Lega Nazionale Dilettanti della FIGC fu costituito il Comitato Nazionale Calcio Femminile.

Le sorti del calcio femminile sono ancora fortemente condizionate da una sensibilità resistente all’evoluzione del costume e da un pregiudizio che risale alle origini del football. Il tennis, di tradizione ottocentesca, fu pronto ad aprirsi alle donne, per la condizione paritaria tra i due sessi di un agonismo di alta società. Il basket, inventato negli USA nel 1891, si diffuse tra le donne per l’adozione del gioco nelle scuole americane, a crescente frequenza femminile.

Né fu secondario il problema della maggiore praticabilità dei piccoli spazi o della minore resistenza delle donne alle intemperie, secondo la mentalità del tempo. Quando nella seconda metà dell’Ottocento nel Regno Unito e, sul finire dello stesso secolo, in Italia cominciò a diffondersi il football, nessuno avrebbe pensato alla presenza femminile sui campi calcati da quelli che Rudyard Kipling definiva “gli idioti fangosi del football”.

Ed ecco che è proprio in questa nuova visione del reale che il movimento calcistico femminile si deve inserire. Si deve far forza su una visione del reale che è ben lontana dalle dinamiche ottocentesche e novecentesche, dove la donna ricopriva solo un ruolo sociale marginale rispetto all’uomo. Dove la donna acquisì il diritto al voto ed apparve solo come un punto d’approdo e non come un punto di partenza per un susseguirsi di parificazioni tra i due sessi. Benché si possa essere non d’accordo, la parità dei sessi è ancor oggi non raggiunta in numerosi aspetti della società; e lo sport è solo l’ultimo di quegli aspetti. 

Ora, per quanto riguarda i club nazionali, l’augurio sia quello di un sempre maggior proliferarsi di realtà che si interessino in questo movimento e che economicamente decidano di investire nella costruzione di società sempre più attrezzate e sempre più paragonabili a quelle del calcio maschile.

Per quanto riguarda invece la rappresentanza Nazionale, l’obiettivo deve essere quello di una parificazione dello status professionistico. É impensabile che atlete che hanno appena disputato una competizione Mondiale, organizzata dallo stesso ente che si occupa di organizzare la stessa manifestazione però di stampo maschile, non siano in possesso di una qualifica così basilare come lo status professionistico. E questo è un compito che spetta alla Federazione Italiana. 

Il tutto non fa altro che danneggiare, agli occhi delle colleghe europee – americane – asiatiche ecc,  la visione del nostro insieme, come singole calciatrici, come atlete tout court e come Federazione che non riesce a tutelare i suoi sportivi. Tutto questo è molto retrogrado e per nulla giustificabile.

Per quanto riguarda, infine, il gap salariale, le considerazioni da fare sono due: ogni società che si rispetti paga i propri dipendenti non solo in base alla produttività ma soprattutto in base agli utili che si riescono a ricavare. Non di meno, questo è un modus operandi che interessa la realtà del calcio. Un calciatore professionistico uomo riceve un “salario” con una forbice che varia da € 30.000 a € 46.000.000 su base annua, non contando i vari bonus e i vari accordi di sponsorizzazioni. Questo sta a significare che le società pagano un giocatore in base alla valutazione che queste ultime fanno su di loro, tenendo in considerazione l’apporto sportivo, l’apporto mediatico e l’apporto economico che il calciatore può offrire alla società. Sì perché, calciatori come Ronaldo – Messi – Neymar sono delle vere e proprie imprese che macchinano soldi e che di conseguenza fanno fare soldi a chi gli gravita intorno. 

Ora, dopo questa premessa, è impensabile voler porre un tetto massimo degli stipendi o un tetto minimo, questo principio andrebbe contro la teoria neoliberista che regna ormai da quasi un secolo a questa parte su questo continente e sul mondo intero. Ciò che però potrebbe farsi è quello di eguagliare i “premi” che le Federazioni mettono in palio per i propri tesserati quando questi ultimi si rendono protagonisti di competizioni con la maglia della Nazionale. Perché, sebbene anche le rappresentative Nazionali si nutrano anch’esse di share televisivo e accordi commerciali, è molto più facile e veloce realizzare una rivoluzione del genere che cambiare un intero sistema economico a trazione Statunitense. Una realtà quasi distopica. 

Quindi, oltre all’augurarsi che il calcio femminile diventi – da qui a 30 anni – il prossimo trend topic, oltre allo sperare che le reti televisive investano nell’acquisire i diritti televisivi per i singoli campionati calcistici, l’augurio più grande è quello di trovare una valida alternativa al calcio a trazione maschile che possa convincerci ogni giorno sempre più. Sperando proprio che questa valida alternativa si confermi sempre più nel calcio femminile. 

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