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Il centrocampo ritrovato

Sono trascorsi anni, diversi anni, dall’ultima volta che il Milan ha indossato un abito cucito con geometrie a rombo, un fantasista tra le linee e due attaccanti veri. Quelli erano anni di fasti e di gloria. Erano gli anni in cui sentir la musica della Champions non soltanto era puntuale appuntamento, ma anche e soprattutto il momento in cui il Diavolo veniva temuto e rispettato da tutta Europa, e pazienza se il week end, in campionato, qualche nota talvolta veniva steccata. Il popolo rossonero era conscio che il proprio DNA era da coppa dalle grandi orecchie, quindi non c’era tempo per rammaricarsi di un pareggio casalingo o una sconfitta in trasferta a Verona.

Era chiaramente un Milan composto da grandi uomini prima ancora che campioni e palloni d’oro. Probabilmente uno degli zoccoli duri più duraturi e meglio assortiti di sempre a regolare lo spogliatoio, a tastare il polso della squadra, e in grado di infondere la tranquillità che solo i grandi guerrieri possono trasmettere, quella consapevolezza di poter sempre vincere nei momenti topici. Ultimo particolare, non così banale: gli allenatori. Ci sarebbero un’infinità di cose da dire sui tre grandi Mister che hanno segnato due decadi e mezzo di storia calcistica, quindi li definirò con un solo termine per ciascuno di loro. Arrigo Sacchi il copernicano. Fabio Capello sturm und drang. Carlo Ancelotti lo zen. Ognuno di loro aveva, e ha tuttora, il proprio modo di intendere il calcio giocato, filosofie differenti. Un filo rosso che li lega appare però così evidente da non poter non esserne sottolineata l’importanza: un centrocampo composto da quattro uomini.

Non è mia intenzione rivangare i campioni che hanno interpretato il ruolo di centrocampista sotto i tre guru della panchina milanista. Non sarebbe giusto nei confronti di chi oggi ne è chiamato a prenderne l’eredità. Questa è una storia nuova, che si spera possa riprendere esattamente dove si è interrotto tutto quel pomeriggio di maggio, in cui mezzo spogliatoio storico salutò il popolo rossonero per l’ultima volta dal campo. Giampaolo avrà di fronte a sé una sfida titanica, non solo dovrà trasmettere la sua filosofia di calcio al gruppo, dovrà anche cercare, per quanto possibile ai tempi dei social, di rifondare uno spogliatoio fatto di regole chiare ed empatico. Se su quest’ultima personalmente mi sento un po’ più pessimista, poiché storicamente uno zoccolo duro è composto da giocatori della stessa nazionalità in cui stanno disputando il torneo nazionale, e oggigiorno sono casi rarissimi, sulla possibilità di trasmettere una filosofia di calcio ben giocato, tocchi di prima e qualità, sono decisamente più ottimista.

Tutti gli allenatori che si sono succeduti, anno dopo anno, per più di un lustro sulla panchina rossonera dopo Massimiliano Allegri, hanno disposto la formazione sempre, o quasi, con un centrocampo a tre uomini, due ali larghe per allargare le maglie avversarie, e un terminale centrale a svariare sul fronte d’attacco. Attenzione, nessuno vuole entrare nel merito degli schemi, ognuno dei quali ha pregi e difetti, né dell’interpretazione, che può essere di carattere più offensivo o difensivo. Qui torniamo a parlare di DNA. Ogni squadra ha un suo stile di gioco riconoscibile negli anni, di cui i tifosi possano far vanto. Il Milan ha sempre voluto “vincere e convincere”, come diceva l’ex patron Silvio Berlusconi, anche prima che lo stesso cavaliere decaduto lanciasse questo slogan così accattivante. E con Sacchi il mantra non solo si è intensificato, ma ha raggiunto lo Zenit, dopodiché questa filosofia si è mantenuta quasi sempre costantemente viva e in salute per 25 anni. Oggi per tornare a convincere, e poi magari a vincere, il Milan ha bisogno di ritrovarsi.

E lo fa affidandosi ad un giovane triumvirato, due dei quali rossoneri nell’anima, i quali hanno scelto un costruttore di gioco, nessun nome altisonante alle orecchie dei media. Giampaolo imposta le proprie squadre con il rombo di centrocampo a fungere da fulcro e volante della manovra, così come da cerniera in fase di copertura. Figure fondamentali sono i due vertici del rombo, e ad oggi c’è il potenziale per poter far tornare i tifosi rossoneri a sorridere. Se a imbeccare gli attaccanti, e a creare scompiglio tra centrocampo e difesa avversaria mi auguro possa essere Paquetà con la sua energia e fantasia, l’equilibratore del Milan quest’anno sarà il nuovo acquisto, fresco vincitore con la sua Algeria delle Coppa d’Africa, ed eletto miglior giocatore del torneo, Ismael Bennacer.

Arrivato dall’Empoli per una cifra pari a 16 milioni di euro, sotto la guida di Giampaolo, e indossando una maglia pesante come quella rossonera, potrebbe definitivamente esplodere, consegnando al popolo milanista un regista come da anni non se ne vedevano a S.Siro. L’algerino, pur non essendo prestante, ha grande capacità di reggere l’urto con giocatori più possenti fisicamente, è dotato di una corsa impressionante, un moto continuo, non sta mai fermo ad aspettare la palla, si smarca, finta, riceve la sfera e la rigioca con sorprendente lucidità. Bennacer è un mancino naturale, tuttavia sa esprimersi con entrambi i piedi notevolmente, e questo gli consente un eccellente controllo di palla necessario in un ruolo delicato come quello del vertice basso, in cui è di basilare importanza velocità di pensiero e precisione di esecuzione. Dopo averlo ammirato in quest’ultima Coppa d’Africa, in molti sono pronti a scommettere sull’algerino classe 1997, Maldini, Boban e Massara lo avevano tuttavia già bloccato, e adesso attendono tutti con ansia di vederlo fiorire definitivamente sul prato di S.Siro.

I ruoli degli altri due interpreti di centrocampo sono aperti al ballottaggio: da un lato si giocheranno il posto il rientrante Jack Bonaventura e Calhanoglu, dall’altra l’instancabile Kessie e il neo acquisto Rade Krunic, con l’ivoriano favorito per gli undici di partenza. Se il gioco visto in questi ultimi due anni a Genova con la Sampdoria, Giampaolo dovesse riproporlo a Milano con gli interpreti di cui abbiamo parlato poc’anzi, il fondo d’investimento proprietario dei rossoneri non potrebbe far altro che sfregarsi le mani all’idea di plusvalenze da capogiro. Sarà in quel momento che saranno davvero svelate le intenzioni di Elliot, conservare i migliori in squadra e creare grazie alle vittorie un’ossatura, uno zoccolo duro, oppure ottenere corpose cifre per Paquetà o lo stesso Bennacer, il quale a fine stagione 2019/2020 verrà valutato non meno di 55 milioni, potete scommetterci.

Ma il popolo milanista vuole poter immaginare che così non sarà, che un contratto di cinque anni valga qualcosa, che alla fine i colori entrino dentro certi giocatori, che la gratificazione di un traguardo raggiunto insieme possa cementare un passo alla volta il gruppo. Se così dovesse andare, ci sarà da divertirsi. Intanto lasciamo a Giampaolo il tempo di costruire. Il tempo è fondamentale. Sacchi non ha certo iniziato vincendone dieci di fila, e Ancelotti partendo con lo scetticismo dovuto ai risultati da lui ottenuti come allenatore della Juventus. Quindi lasciamo a Giampaolo il tempo necessario per calarsi a pieno nella dimensione Milan, il tempo di ripetere i concetti ai giocatori, anche singolarmente, il tempo di sbagliare sul campo e rialzarsi. Il Diavolo non può più aspettare, per questo serve continuità di progetto, e tempo per metabolizzarlo.

In campo la difesa sono sicurò sarà ben preparata, nota la capacità di Giampaolo nell’organizzazione difensiva. Se il centrocampo esprimerà il proprio potenziale, il Milan potrà contare su due stelle che brilleranno come vertici del rombo insito nel DNA rossonero, e due scudieri, uno dal piede delicato, l’altro dotato di un motore inesauribile. Tutto sarà espresso in ottica valorizzazione degli attaccanti, Quagliarella potrebbe confermare. Piatek sarà probabilmente anche quest’anno uno dei candidati alla vittoria della classifica cannonieri, sfatando così definitivamente questa assurda superstizione gettata sulla gloriosa maglia numero nove del Milan. La macchina è pronta per partire, probabilmente con un paio di innesti in più e una cessione ancora da smaltire, ma ci siamo.

Si parte dal gioco, attraverso gli interpreti, seguendo il DNA naturale di una squadra, e, con il tempo, il Milan tornerà a “vincere e convicere, in Italia, in Europa, nel Mondo”, direbbe qualcuno. Per il momento sarebbe sufficiente veder tornare il Milan a convincere, poi il resto vien da sé.

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