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Il totalitarismo di Sarri alla Juve fatica ad attecchire

Il totalitarismo di Sarri alla Juve fatica ad attecchire, questa è la nostra sensazione.

Usiamo un termine politico, perché il trascorso di Sarri ci favorisce e perché quella attuata dai bianconeri in questa stagione è una vera e propria rivoluzione, un cambio degli scenari, del quadro governativo.

Da una gestione democratica, quale è stata l’egemonia Allegri, che prevedeva potere alla squadra, ai singoli individui, i quali a loro volta avevano fiducia e lasciavano la guida tecnica a garante, si è passati ad un vero è proprio regime totalitario: partito unico (quello Sarrista), impossibilità di dissenso, presenza di un’ideologia forte che pretendi di porsi come assoluta, penetrazione dello stato in ogni dimensione della vita quotidiana.

Insomma ai giocatori è richiesta totale dedizione e un modo di pensare (non pensare) e stare in campo diverso: più servile, meno istintivo, poco individuale, molto sistemico.

Era lecito attendersi un periodo di transizione piuttosto lungo, che non finirà domani e che, probabilmente, non terminerà nemmeno per inizio campionato.

Ma a che punto siamo? In alto mare.

La Juve di oggi, quella vista con nelle prime due uscite stagionali, è una squadra che si guarda intorno e non sa bene come muoversi in campo, perché di primo impatto lo farebbe seguendo i meccanismi impulsivi allegriani per poi ricordarsi che i dettami odierni sono completamenti diversi.  In questo scarto restano per lo più fermi, perdendo secondi d’oro per entrambe le fasi di transizione.

Il problema maggiore riguarda la maniera in cui si difende. La Juve degli ultimi cinque anni era una squadra che correva all’indietro, sapeva che restando corta e compatta sarebbe risultata quasi sempre impenetrabile. Costruiva una vera e propria roccaforte e poteva rimanerci per decine di minuti per poi decidere di partire all’assalto, avendo una capacità sopraffina di intuire il momento giusto per ammazzare gli avversari.

I bianconeri vivevano tante partite all’interno della stessa partita, gestendo le fasi del gioco a seconda del vento, se fosse favorevole o meno.
Sarri, il nuovo comandante, vuole una e sola partita all’interno di una partita, si fanno poche cose precise in maniera ripetuta fino alla sfinimento.

In fase difensiva l’ex Chelsea pretende che la squadra non fugga, bensì che vada in avanti, disturbando gli avversari durante la prima impostazione, solo se non si riuscisse a recuperare la palla è possibile arretrare.

L’impressione è che le differenze tra il passato modo di difendere e quello attuale rechino più incertezze che altro, creando un certo disagio in campioni non abituati a reiventarsi ma già convinti dei propri punti di forza e di debolezza e soprattutto inclini a pensare alle giocate da effettuare.

Le difficoltà riguardano l’intero pacchetto arretrato e non solo i centrali, i laterali dimostrano una fatica pazzesca nel mantenere la linea, le distanze ed ad uscire con pochi tocchi.
Non a caso, le partite con Tottenham e Inter, hanno messo sugli scudi De Sciglio, un uomo ligio tatticamente e sempre disposto a mettersi a pieno servizio degli allenatori, senza chiedere molto ai suoi istinti tecnici.

A centrocampo le cose non vanno meglio, il reparto mediano è completamente spaesato con interpreti parsi fuori natura. Pjanic, che nell’ottica di Sarri dovrebbe essere l’uomo dei 150 palloni toccati a partita (il Jorginho della situazione), sembra un mostro che si sforza di essere buono. La sua innata verticalità poco si sposa con il nuovo sistema di gioco e il suo giro palla risulta spento e privo di genialità, limitandosi ad appoggiare. I compagni di reparto del bosniaco non vivono i loro giorni migliori: Rabiot è totalmente fuori forma dopo un grosso periodo di inattività, Emre Can non sembra rientrare totalmente nei piani del Comandante che si limita a chiedergli recupero palla e Matudi sembra un pesce fuor d’acqua e di contesto, utile, però, per la sua esperienza e l’abilità di allargarsi in sinistra in fase di non possesso.
Saranno probabilmente Ramsey e Bentancur due uomini chiave nello sviluppo delle idee del tecnico, con il gallese abile negli inserimenti e l’uruguayano capace di fare più o meno tutto ciò che gli si chiede e a suo agio in un calcio dove si corre in avanti (è sudamericano, lo faceva al Boca ed è ciò che attua in Nazionale).

Capitolo attacco: la libertà concessa all’unico intoccabile del nuovo regime, Cristiano Ronaldo, rischia di creare una grossa falla nel sistema offensivo della nuova Juve.

Il portoghese, a detta di Sarri e per quanto abbiamo visto, è preservato da qualsiasi lavoro difensivo e dai dettami tattici in fase di sviluppo, questo fa si che venga spesso a chiedere la palla sui piedi e non premi quasi mai i movimenti dei compagni.
Lo stesso Bernandeschi, a cui è richiesto un lavoro enorme e che ci pare uno dei pochi giocatori perfetti per il nuovo impianto, rischia di essere sempre più gregario per facilitare la manovra, vedendo poche volte le sue incursioni ricompensate.

Non cambia il discorso se ci soffermiamo sulla prima punta, la quale dovrà sempre dipendere da Cristiano. Se il numero 7 vorrà agire per vie centrali allora servirà un attaccante capace di allargarsi, se vorrà restare a sinistra per inserirsi avrà bisogno di un Benzema, uno capace di non chiedere sempre la palla sui piedi e di muoversi in più direzioni, soprattutto alle spalle della linea difensiva creando spazi attaccabili
Il Pipita non sarà la spalla adatta, potrebbero esserlo Mandzukic e Kean se non saranno sacrificati.
Dybala, non ancora aggregato al gruppo, resta un’incognita per la posizione che andrebbe a rivestire, noi lo faremmo giocare falso nueve (alla Mertens per intenderci), immaginando che possa risolvere gran parte dell’esigenze offensive di questa Juve.

Insomma a giudicare da quanto finora visto, la nostra convinzione è che l’organico messo a disposizione di Sarri sia uno dei più completi visto negli ultimi anni dalle parti di Vinovo, con undici titolare e le cosiddette riserve capaci di competere con le migliori formazioni in giro per l’Europa.
Di contraltare la sensazione, come dicevamo, è che il totalitarismo di Sarri fatichi ad attecchire per colpa di un contesto non esattamente adatto ad una dittatura.
Ci troviamo difronte ad una rosa ricca di individualità capaci di per sé di leggere le partite e fare la differenza con le sole giocate individuali (i famosi gesti tecnici), fatti per pensare più che applicare.

Magari ci sbagliamo, probabilmente lo faremo e probabilmente il tempo permetterà l’attuazione definitiva di questa rivoluzione politica, ma nessuno ci toglie dalla testa che quanto allestito da Paratici sia quanto di meglio si potesse offrire al governo precedente, quello Allegri, democratico e senza particolari ideologie.

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