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Le 3 F: Formula1, Ferrari e Filosofia spicciola

Silverstone è andato, da più di una settimana, e possiamo, a tutta ragione, iniziare a tirare le prime – per quanto precarie – somme sulla stagione motoristica che stiamo vivendo. Non è un caso se il Gran Premio di Silverstone, da anni a questa parte, è posto proprio come spartiacque tra l’inizio e la fine di un campionato di Formula1: esso è il circuito perfetto, pieno di rettilinei e curve tornanti, per poter delineare i progressi o i regressi compiuti e messi in mostra dalle scuderie che calcano i grandi palcoscenici di questa categoria. 

Come già visto durante il Gran Premio d’Austria, l’attenzione degli appassionati non è andata sui grandi nomi che stanno dominando la stagione – Hamilton e Bottas – e, per altro, non è neanche caduta sull’eterno secondo, Sebastian Vettel, che – causa una macchina e uno staff non sempre all’altezza – non è proprio riuscito ad impensierire nel corso del tempo quello che è il suo acerrimo rivale accasato ai tedeschi della Mercedes, ma a rubare ancora la scena sono stati le giovani promesse – Leclerc e Verstappen – che, pur lottando a Silverstone per una terza e quinta posizione, ci hanno comunque fatto divertire inanellando una serie di sorpassi a vicenda al limite del regolamento. 

L’attenzione del pubblico non è certo morta lì, anzi a destare sempre più interesse sono i piloti della Mclaren che – grazie ad aggiornamenti e miglioramenti della vettura – stanno acquistando sempre più la possibilità di rendersi competitivi e di lottare con Pierre Gasly per  proporsi come quarta forza della stagione.

Non è, in ultimo, da dimenticare Kimi Raikkonen che, seppur alla guida di una macchina del tutto ridimensionata come l’Alfa Romeo Racing, ci sta mettendo del suo per rendere onore al suo passato e a quello della rinomata Scuderia italiana Alfa. 

 

Come già anticipato in partenza, Silverstone ci dà la possibilità di tracciare una prima linea comparativa con le aspettative delle singole scuderie ad inizio stagione, con i risultati degli anni precedenti e con, alla fine, le prestazioni ottenute durante questi ultimi 10 Gran Premi.

La comparazione che andremo di qui ad esaminare verterà sulle sole prime 5 posizioni del campionato piloti al fine di analizzare una questione preminente: le sorti della Scuderia Ferrari. 

Negli ultimi 6 anni di Formula1 dai test pre-stagionali – sono lungi nell’affermarlo – si ha sempre avuto l’impressione che la Scuderia Ferrari fosse pronta a debuttare come Scuderia da battere, anche da coloro che anno dopo anno si riconfermavano vincitori alla fine dei giochi. Essenzialmente, la Ferrari ha sempre dato alla fine l’impressione di migliorare anno dopo anno ma di non essere capace di mettere in campo una vettura che si affiancasse a campioni del calibro di Alonso, Vettel, Raikkonen e della stella nascente Leclerc e potesse essere determinante nella lotta al titolo iridato.

Dal riferimento precedente, la Scuderia Ferrari pare essere affetta dal paradosso di Zenone più famoso, quello su Achille e la tartaruga.

In sintesi (qui Jorge Luis Borges ci dà una mano), Achille – simbolo di rapidità – deve raggiungere la tartaruga – simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille corre quei dieci metri e la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille percorre quel millimetro, la tartaruga percorre un decimo di millimetro, e così via all’infinito; di modo che Achille può correre per  sempre senza raggiungerla. 

La confutazione più immediata è del filosofo Diogene di Sinope, che non disse nulla sugli argomenti portati da Zenone, ma si alzò e camminò, allo scopo di dimostrare la falsità delle conclusioni di quest’ultimo. Secondo Aristotele, invece, il tempo e lo spazio sono divisibili all’infinito in potenza, ma non sono divisibili all’infinito in atto. Una distanza finita, che secondo Zenone non è percorribile perché divisibile in frazioni infinite, è infinita nella considerazione mentale, ma in concreto si compone di parti finite e può essere percorsa.

Mettendo in campo le dovute sostituzioni, è facilmente intuibile come la Ferrari rappresenti Achille e la Mercedes rappresenti la tartaruga. Non tanto per il vantaggio che quest’ultima ha ricevuto dalla Ferrari, ma perché la Mercedes si posizioni anno dopo anno in vantaggio rispetto alla Scuderia del cavallino e quest’ultima pare sempre più impossibilitata a colmare il gap che la separa dalla storica rivale. 

Questo limbo in cui è sprofondato il Cavallino si fa anno dopo anno sempre più pesante da sopportare perché, come il paradosso di Zenone ci insegna, è col tempo che la frustrazione, per una realtà che appare sempre di più vicina ma mai raggiungibile, ci logora dentro fino a perdere fiducia nei propri mezzi. E forse, è proprio per questo motivo che ad inizio anno abbiamo assistito ad un cambio di regia nell’organico della Ferrari con uno stanco Maurizio Arrivabene che ha ceduto il posto ad un giovane intraprendete Mattia Binotto.  

L’unica classifica in cui è possibile ritrovare la scuderia Ferrari dinanzi a tutti è quella che accorpa i punti di Vettel e Leclerc per superare la soglia raggiunta dal solo Hamilton; da qui capiamo il minimo livello di competizione al quale si è arrivati.

Fa ancora di più effetto vedere che i restanti 7 team della stagione non riescano a totalizzare, presi tutti insieme, un punteggio sufficiente per poter – almeno – eguagliare i punti ottenuti da Valtteri Bottas.

Il divario tra le scuderie è immenso. E queste testimonianze non fanno che schiaffeggiarci con una realtà in cui non esiste competizione se non interna alla stessa Scuderia tedesca.

 

 

 

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