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Il solco è tracciato, la lega Serie A in scia della Premier

Dunque ci siamo. Sembrerebbe che abbia ottenuto riscontri positivi l’incontro avvenuto tra l’Assemblea della Lega Serie A e Mediapro, gruppo cinese-spagnolo interessato all’acquisizione dei diritti televisivi 2021/2024 della Serie A. Unanime assenso da parte dei venti club del massimo campionato nei confronti dell’offerta avanzata da Mediapro.

Con questa dichiarazione l’Assemblea ha comunicato la più che possibile realizzazione di un canale della Lega Serie A: “L’Assemblea della Lega Serie A, all’unanimità, intende mantenere la piena facoltà di rivolgersi agli operatori del mercato della comunicazione per l’assegnazione dei diritti audiovisivi per il triennio 2021/2024, valuta positivamente l’ipotesi di realizzazione del canale della Lega (ai sensi dell’art. 13 della Legge Melandri) e delibera di dare mandato al Presidente e all’Amministratore Delegato di negoziare e di definire l’accordo contrattuale con Mediapro entro e non oltre il 30 settembre 2019 sulla base dell’offerta economica (quasi 1,3 miliardi all’anno) di cui alla proposta Mediapro del 26 luglio 2019”.
Questo ci porta a fare alcune considerazioni in merito a come i guadagni e i ricavi siano gestiti in maniera ben differente nello sport americano, e come l’intero sistema generale ne tragga beneficio. In seguito illustreremo il sistema europeo, con alcune peculiari differenze che emergono nelle varie nazioni ospitanti i rispettivi campionati.

In tutte le leghe americane è regola aurea rispettare il revenue sharing, si può tradurre in italiano con il termine “condivisione delle entrate”, ovvero si sostanzia nel passaggio di denaro da una squadra all’altra. Questo meccanismo è utile specificatamente per ripartire in modo equo le risorse ottenute attraverso la vendita dei diritti televisivi e degli introiti dai botteghini, e nella maggior parte dei casi il riparto è determinato sulla base del numero dei tifosi di ciascun team partecipante, mentre in Europa non esiste una vera e propria condivisione, se non in parte, dei diritti televisivi come vedremo in seguito, i quali vengono suddivisi con diversi criteri e percentuali. Una domanda che può sorgere è se questo meccanismo, articolato e differente da lega a lega, sia la giusta scelta per assicurare un’equa ripartizione delle risorse in vista di un miglioramento dell’equilibrio competitivo.

È stato dimostrato che questo metodo di condivisione delle entrate non varia il ricavo marginale di ciascuna squadra, se l’obiettivo di queste è la massimizzazione dei profitti (Profit Maximization), perché ogni club diminuirebbe i costi e di conseguenza la propria domanda di talento; a meno che non venga inserita una norma che impone un minimo di spesa, come presente già in tutte le leghe chiuse americane (salary floor). In un campionato in cui le squadre cercano di raggiungere il massimo numero di vittorie (Winner Maximization), i club più piccoli troverebbero vantaggio vedendo aumentare la quota del loro sussidio, mentre i club più grandi cercherebbero di contrarre i propri acquisti. Il risultato ottenuto dalle due variazioni della domanda di talento rappresenterà il nuovo punto di equilibrio. Dunque, il costo dell’unità di talento aumenterà dato che la variazione di costo verso il basso dei club più grandi risulterà minore rispetto all’aumento dei club più piccoli.

Se il club più piccolo avesse un comportamento PM (massimizzazione profitto) e quello più grande WM (massimizzazione vittorie) il sistema di condivisione dei ricavi non varierebbe il ricavo marginale, al contrario varierebbe quello medio, riflettendosi sul vincolo di bilancio del club WM. In altre parole, il club più grande avendo meno ricavi spenderebbe meno in talento, mentre non cambierebbe il ricavo marginale del club più piccolo che ha lo scopo di raggiungere il massimo dei profitti. Il nuovo punto di equilibrio perciò sarà una percentuale di vittorie più vicina a quella di equilibrio competitivo, ma con un costo del talento minore.

Si può notare come nello sport americano uno degli elementi fondanti delle varie leghe sia la condivisione dei ricavi in maniera equa tra tutte le squadre partecipanti, indipendentemente dai risultati da esse conseguiti. In Europa non esiste tutto ciò e l’unica forma di condivisione (comunque non in tutti i campionati) sono gli introiti derivanti dalla vendita dei diritti televisivi. Il criterio con cui vengono venduti i diritti di trasmissione e di come i proventi derivanti siano poi distribuiti, sono elementi essenziali di discussione a fini sia economico-finanziari che competitivi, i quali influenzano sensibilmente i risultati dello sport europeo, specialmente il calcio. In quest’ultima fattispecie, si tratta di quei diritti venduti per trasmettere le partite su qualsiasi piattaforma televisiva: una questione cruciale che caratterizza numerosi dibattiti, principalmente per i vari problemi che si creano sia dal punto di vista legislativo (politiche antitrust), che da quello economico.

Prima ancora dei Paesi Bassi, in cui nel 2002 le autorità antitrust olandesi vietarono definitivamente la vendita collettiva dei diritti televisivi da parte della lega, anche Italia e Spagna, rispettivamente nel 1999 e 1998, avevano adottato un sistema decentrato sulla vendita dei diritti di trasmissione per quanto riguardava le partite di campionato, con le squadre stesse impegnate nel contrattare direttamente con le reti televisive. L’Inghilterra, invece, presenta una situazione diversa. La vendita centralizzata, ossia da parte della lega come mediatore per tutte le squadre, dei diritti televisivi della Premier League, è stata esaminata dall’Onice of Fair Trading (OFT), l’autorità antitrust britannica, sulla base di profitti anomali. Il caso fu discusso nel 1999 di fronte alla Corte Restrictive Practices. In quell’occasione l’OFT sostenne la necessità di lasciare alle singole squadre il controllo dei diritti di trasmissione delle partite disputate nel proprio stadio. La corte si schierò a favore della Premier League, affermando che il decentramento della vendita dei diritti di trasmissione avrebbe compromesso la capacità della Premier League per la commercializzazione del campionato nel suo complesso, riducendo i profitti delle squadre e ostacolando il mantenimento di un equilibrio ragionevole fra le società calcistiche piccole e grandi.
La situazione odierna dimostra che la vendita dei diritti di trasmissione di tutto il calcio europeo è caratterizzata da un sistema di vendita centralizzata. In Francia con la legge Lamour del 2003 ha determinato la commercializzazione collettiva dei diritti televisivi da parte delle federazioni sportive, confermando il sistema già in uso. In Germania la Deutsche Fussball League detiene i diritti di trasmissione e li vende a livello centralizzato. In Inghilterra la Football Association Premier League controlla e vende i diritti di trasmissione in diretta, mentre i diritti internazionali di trasmissione rimangono di proprietà dei club.

In Italia è solo dalla stagione 2010/2011 che esiste una ripartizione collettiva, mentre prima avveniva solo in parte, o se le piccole squadre si “associavano” tra di loro nella contrattazione. Con la vendita collettiva dei diritti di trasmissione dal 2010, la serie A italiana ha iniziato ad avvicinarsi alla Premier League inglese. L’Italia infatti è il paese del mondo che presenta la più alta dipendenza dai diritti di trasmissione: il 61% del totale dei ricavi. Secondo l’indagine condotta da una società di consulenza dello sport business, la Premier League resta il campionato con i maggiori ricavi derivanti dalla vendita dei diritti di trasmissione nazionale (per i prossimi tre anni ammontano a 3 miliardi e mezzo di euro), ma la Serie A ha aumentato i propri ricavi da quando ha adottato il nuovo sistema (attualmente pari a 975 milioni annui). In questa speciale classifica europea il campionato italiano si trova al secondo posto rispetto agli altri principali campionati europei, con entrate nazionali maggiori rispetto a Germania, Francia e Spagna.

In conclusione, se non è nella natura del sistema europeo una condivisione dei profitti mirata al punto d’equilibrio che consenta massimi profitti per i club più modesti, e maggiori vittorie per quelli più prestigiosi, mantenendo però una eccellente competitività grazie anche a un costo minore del talento, è perlomeno consigliabile orientare le strategie all’insegna di tre capisaldi.
L’effetto di “potere negoziale” delle leghe rispetto al singolo club, ovvero quando i diritti di trasmissione sono venduti collettivamente, il potere contrattuale dei club cambia rispetto al sistema di vendita individuale. L’impatto di questo effetto è ambiguo e dipende dal livello relativo di potere contrattuale di ogni club. “L’effetto premium”, derivante dalla capacità della lega di creare un premio specifico grazie ad un’adeguata scelta dei sistemi di assegnazione delle entrate, ossia gli incentivi alla vittoria, di tipo esogeno (vittoria del campionato o la qualificazione alle coppe) ed endogeno (determinati dalla lega). Infine quello che viene definito l’effetto “free riding”, dove si agisce con un contrappeso rispetto agli incentivi esogeni, adottando un criterio di ripartizione più equilibrato nei casi in cui il premio sia già relativamente alto.

Il solco è tracciato, non resta che aspettare e vedere come si evolverà il sistema calcio italiano.

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