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Éverton è imprendibile!

Éverton è imprendibile!
“Éverton, Ney e altri nove” sono state le ultime parole famose di Tite.

Non c’era già più bisogno di chiedersi se il suo protetto riuscisse o meno ad integrarsi in una squadra di campioni, se avesse fatto bene a portare lui e non Douglas Costa, non Vinícius.  Sul numero 11 del Gremio non c’era nemmeno più una nuvola, era la rivelazione della Copa América.

Si, perché, sempre per parola di un allenatore, quello del Gremio, Renato Gaúcho, prima dell’inizio della competizione Éverton era già “il miglior giocatore del campionato brasiliano”. Il passo per diventare il migliore della sua nazionale sarebbe stato breve, o almeno lo era per lui.

Tutto è andato come previsto, l’esterno, dopo l’infortunio di O’Ney, si è caricato letteralmente il Brasile sulle spalle, come il funambolo del Psg non è mai riuscito a fare, e ha messo la Copa nei radar della Seleçao grazie alle sue giocate: 3 reti che lo hanno reso capocannoniere del torneo alla pari con Paolo Guerrero, più gli assist che gli hanno permesso di superare il peruviano.

Il premio come MVP della competizione è andato a Dani Alves ma Everton ci è andato molto vicino.

La verità è che, nonostante la giovane età e l’attitudine a giocare in un campionato non ritenuto altamente competitivo, il ventitreenne è sembrato molto più maturo di quanto ci si potesse aspettare e, soprattutto, è apparso imprendibile.

Ha stupito tutti, ha stupito chi credeva che alla fine fosse solo uno di quelli belli da guardare.

Il suo talento non è mai stato in dubbio, era lampante e dimostrato dal suo rendimento in patria, parliamo di un gol ogni due partite nel Brasileirão.

Eppure in Nazionale avrebbe trovato poco spazio, ci sarebbe stato Neymar sulla sua stessa fascia di pertinenza. 

L’infortunio del 10 parigino avrebbe cambiato poco o nulla, perché David Neres (gioiellino dell’Ajax) e Richarlison (diamante dell’Everton) scalpitavano per prendersi il posto.

Insomma le gerarchie vedevano il ragazzo del Gremio nelle ultime file.

Qualcosa è cambiato al debutto in Copa.

Brasile-Bolivia, siamo al minuto 84’, 2-0 per i verdeoro, Everton si mette in mostra: palla al piede, è in posizione defilata, viene dentro, punta l’uomo di riferimento, se l’allunga da una parte, finta il tiro e poi tira davvero, preciso, rete.

Partita successiva (Brasile-Venezuela), Tite manda in campo ancora Neres e Richarlison. Il Brasile è in difficoltà, a metà secondo tempo c’è spazio per il numero 19. Il ragazzo parte a ridosso della metà campo, ne salta uno con rimpallo, supera il secondo, evita il terzo chiedendo il triangolo a Coutinho, la riprende e brucia il quarto, scarica in mezzo e lo stesso Cou la metta dentro. Gol annullato dal Var, il Brasile pareggerà ma in Tite c’è una sensazione.

L’allenatore Gaucho ha capito che Cebolinha, il soprannome affibbiato ad Everton dal suo compagno di squadra Pará per via della somiglianza con un personaggio dei fumetti brasiliani, è l’unico capace di rompere gli equilibri, ovvero tutto ciò di cui ha bisogno una Seleçao capace di dominare il gioco ma non di alzare il ritmo, di sfruttare il momento in cui affondare.

Contro il Perù (ultima partita del girone), il ragazzo del Gremio fa un altro gol bellissimo, si accentra e tira forte sul primo palo, palla dentro.

È titolare anche con il Paraguay, fallisce con l’Argentina però si rifà in finale contro il Perù.

Cebolinha è la migliore versione di sé, è sua la rete del vantaggio, è sua la colpa per l’imbarazzo del diretto avversario: Advincula.

Finisce la Copa e Everton ci fa capire una cosa: il dribbling, il suo tratto più caratteristico, è solo un suo tratto.

Ciò che davvero colpisce del 19 è la sua estrema capacità di cambiare il ritmo delle sue giocate, di sorprendere gli avversari con dei lento-veloci scioccanti, o dei veloci-lento imprevedibili.

Si perché Everton o riceve da fermo e poi parte, oppure, prende palla in velocità e poi si ferma mentre gli altri continuano ad andare senza averci capito niente.

Non a casa i numeri segnati in campionato parlano di un giocatore che ha una media di dribbling portati a termine maggiore di tutti gli altri.

Durante la Copa questa statistica lo vede secondo solo a Messi.

Ma il calcio non è solo dribbling e non lo è nemmeno Everton, lui non è solo un funambolo. Non stiamo parlando di uno che costruisce gioco ma che sa dialogare con i compagni e sentirli, vederli. Sia al Gremio che con il Brasile, in un 4-2-3-1 o in un 4-3-3, sempre da posizione defilata lo abbiamo visto aspettare le sovrapposizioni o scaricare palloni in mezzo per non ingarbugliarsi in giocate troppo complicate.

In più è preparato tatticamente, sa inserirsi, e davanti alla porta è sensibile.

Ieri per la prima volta abbiamo sentito il suo nome accostato a quello del Napoli: 40 milioni per metà cartellino, per un’operazione complessiva di circa 80 milioni.

La trattativa potrà concretizzarsi con i suoi tempi o, alla fine, non farlo. Noi, di certo, sappiamo che chi lo acquisterà farà un colpo sensazionale, perché metterà tra le sue fila un giocatore devastante negli spazi aperti e prezioso durante le partite chiuse, un ragazzo dal controllo di palla eccezionale. Uno che ha sognato il calcio europeo sin da bambino e che è pronto per abbracciarlo.

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