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“O Clássico”: calcio, rivalidade e maledizioni

Nel mondo del calcio quando dici “O’Clássico” fai riferimento ad una sola cosa: la partita tra le due squadre più titolate del Portogallo, il Benfica e il Porto, che si ritroveranno contro, ancora una volta, questo sabato al “da Luz”.

“O’Clássico”, però, è molto di più di un match, è calcio, rivalidade e maledizioni.

Sono doverose due premesse.

La prima è che per questa partita non c’è rivalità che tenga. I ben informati tra voi potranno obiettare che il termine “O Clássico” è nato per un altro match di cartello.
È nato per il derby, quello tra il Benfica e i cugini dello Sporting. Obiezione accolta, ma vi invitiamo a fare un giro in città, magari sulla linea 28.

Se il tuo cuore è bianco e rosso, vuoi solo battere il Porto, perché questo duello ha un significato che va oltre il calcio.

La seconda premessa è che i Dragões arriveranno al primo scontro diretto della stagione con il fuoco dentro, perché la scorsa li ha visti bruciare un vantaggio enorme nei confronti degli avversari, rendendolo definitivamente polvere in casa sotto gli occhi dei propri tifosi, che avrebbero preferito vedere qualsiasi altra cosa a quello.

“Qual é o monumento mais bonito que existe em Lisboa?
A placa que diz Porto.”

La rivalità tra Benfica e Porto nasce nel popolo, più che tra le fila dei supporter.

Lisbona si è sempre sentita il cuore pulsante del Portogallo, la forza trainante, la classe operaia che vede Porto (proprio come lo Sporting) la culla dei borghesi e della ricchezza.

Una rivalidade che non ha tardato a coinvolgere la politica. La Capitale indigesta, per il suo peso amministrativo ed economico, alla città del Nord, che lamenta di essere all’ombra, che da anni sogna una ribellione.

Idee e posizioni differenti che si riversano in campo e sul pallone, attraverso il quale trovare la supremazia sull’altro, la rivalsa dei concetti.

Rivendicazione che i Dragões hanno fatto valere nel tempo. Questa sfida 11 contro 11 diventa molto più equilibrata.

Dicevamo “squadre più titolate del Portogallo”, diamo i numeri.

Palmarès Benfica: 37 campionati, 26 Coppe di Portogallo, 6 Supercoppe di Portogallo, 2 Coppe dei Campioni.

Palmarès Porto: 28 campionati, 16 Coppe del Portogallo, 21 Supercoppe di Portogallo, 1 Coppa dei Campioni, 1 Champions League,  1 Coppa Intercontinentale, 1 Mondiale per club, 2 Europa League, 1 UEFA Supercup. 

Se le Aguias primeggiano in patria, i rivali si divertono in giro per il mondo, celebrando la loro attitudine come una beffa ai danni degli altri, incatenati dalla “maledizione di Guttmann”.

“Senza di me il Benfica per 100 anni non vincerà una coppa europea”
Belà Guttman, 1962.

L’allenatore delle aquile non ricevette un premio in denaro dopo la conquista della seconda Coppa dei Campioni consecutiva. Lanciò l’anatema. Da allora il club ha perso 10 finali europee consecutive.

Per tutto quello che vi abbiamo raccontato la partita è storia, cultura popolare, qualcosa che va avanti dal 28 aprile 1912, giorno in cui per la prima volta le aquile e i dragoni si affrontarono. È passato un secolo.

Sabato assisteremo al 238esimo incontro tra le due compagini.

Il Benfica, che ha vinto le prime due partite della Primeira Liga, è nelle mani sapienti di Bruno Lage, uomo che doveva essere tecnico ad interim, il traghettatore che avrebbe portato l’undici dal regno di Rui Vitoria a quello di un santone. 

Bruno Lage di Setubal, paese natale di Mourinho, invece, subentrato lo scorso gennaio con la squadra quarta in classifica, si è preso il proprio posto vincendo il campionato. Avendo il merito di puntare sui giovani e sorprendere il “da Luz”.

Il suo gioco è fatto di verticalizzazioni, profondità, gol, dialoghi corti, organizzazione.

La rinascita è passata attraverso giocatori rivitalizzati come Seferovic, Rafa Silva e un talento: Joao Felix.

La stellina portoghese è andata persa in questa sessione di calciomercato, si è accasata all’Atletico di Madrid diventando l’erede di Griezmann. Insieme a lui sono partiti Raul Jimenez, Andrè Carrillo e Salvio.

I sostituti sono stati de Tomas, prelevato dal Real, Vinicius dal Napoli, Chiquinho e Cadiz.

L’undici titolare si articola su un 4-4-2. Vlachodimos tra i pali, Tavares a destra, centrali Ruben Dias, gioiello della nazionale portoghese, e Ferro, a sinistra il solito Grimaldo. In mediana Florentino e Samaris. Le ali sono affidate a Rafa Silva e Pizzi, o Taarabt. Avanti de Tomas e il bomber Seferovic.

La guida tecnica del Porto, invece, è una vecchia conoscenza: Sergio Coinceçao. L’ex Lazio siede sulla panchina dei Dragoes dal 2017, in biancoblu ha vinto un campionato e una Supercoppa, facendo molto bene in Europa.

La squadra di Oporto fa poche cose e bene. Due cardini, per un concetto semplice. Si difende solidi, si attacca dinamici.

Molti uomini aiutano i 4 difensori in fase di non possesso, un mediano deve far ripartire la squadra e giocare in avanti, due esterni offensivi con l’obiettivo di saltare sempre l’uomo e almeno un buon finalizzatore: tanto equilibrio e pochi rischi.

Lasciato andare Casillas, dopo il problema al cuore, e partito Herrera, venduto sempre all’Atletico Madrid, il nuovo asse centrale della squadra è composto da Marchesin in porta, Pepe in difesa, Danilo a centrocampo e Moussa Marega in attacco.

Gli altri uomini fissi nel disegno tattico di Coinceçao sono: il terzino destro Saravia, arrivato per sostituire Militao, quello sinistro Telles, Uribe, mezz’ala colombiana, gli esterni Corona e Luis Diaz. Accanto a Marega uno tra Zè Luis e Soares.

Avrete capito che è davvero tutto pronto.

A noi non resta che metterci comodi e goderci uno tra gli spettacoli più affascinanti e passionali che il panorama europeo può offrirci.

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