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Fernando, il leone di Pamplona

«La mia qualità da piccolo erano i piedi. Poi sono cresciuto tanto e ho dovuto adattarmi alle trasformazioni del mio fisico. Inevitabilmente non sei più tanto veloce. Ma per fortuna sono riuscito a mantenere la destrezza che la natura mi ha dato».                                                      Fernando Llorente

In Spagna ti insegnano, fin da piccolo, ad accarezzare il pallone. Ti insegnano ad elevare la tua tecnica di base verso un livello maggiore. Un calcio sulle punte, leggero e pulito in cui il talento prevarica sempre sul fisico. Calciatori come Xavi, Iniesta, Silva hanno puntato tutto sull’accrescimento delle loro doti tecniche. Dove è mancata la fisicità, è emerso il talento. Era l’unica direzione da poter percorrere per ottenere dei risultati.

Fino all’adolescenza Fernando Javier Llorente Torres era un calciatore simile a quelli succitati, fisicamente minuto, veloce e tecnico. Poi la natura, come è capitato a Fabian Ruiz, gli ha regalato una crescita strutturale imponente che ha cambiato il suo stile di gioco, mantenendo tuttavia, un calcio educato.

Dall’armonia sono emerse caratteristiche di natura diversa: il “Leone di Pamplona” è un ariete vecchio stampo, un calciatore di presenza che fa un grande lavoro per la squadra e che abbina a questa sua qualità oscura, un bagaglio ricco dei cosiddetti “fondamentali”. Una vita da sponda, da apri acque per gli inserimenti dei compagni, da punto di riferimento stabile e costante in quel rettangolino di pochi metri, denominato “arietta piccola”. 

Fernando è quel centravanti che mancava alla squadra di Ancelotti, uno abile nel gioco aereo (sia in fase passiva che attiva) e nella difesa della sfera spalle alla porta. Utile per fornire una variante tattica in più al tecnico di Reggiolo, ma, soprattutto, adatto a sbloccare quelle partite paludose tipiche della nostra serie A. 

Unica grande pecca: non può essere definito propriamente un Goleador. In carriera ha superato solo due volte quota 20 reti, nella stagione 2009/2010 e in quella 2011/2012 quando militava nell’Atletico Bilbao. Questa evidente aridità in zona gol viene inesorabilmente schiacciata dal fondamentale apporto qualitativo che lo spagnolo riesce a dare, mettendosi pienamente al servizio della squadra. 

Forse questa sua attitudine al “sacrificio” è quella che non lo ha trasformato, negli anni, in un vero e proprio killer dell’area di rigore. 

Alcuni sostengono che dalla vita non si può avere tutto, nemmeno se sei il “Rey Leon”.

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