was successfully added to your cart.

Carrello

Sans-serif

Aa

Serif

Aa

Font size

+ -

Line height

+ -
Light
Dark
Sepia

La zampata del leone tedesco

Siamo arrivati al 15esimo appuntamento del Mondiale 2019, il circus della F1 abbandona l’Europa e si dirige verso Oriente. Prima tappa, Singapore: un Gran Premio in notturna immerso nelle abbaglianti luci artificiali di Marina Bay e un gruppo di duellanti guidati da un Lewis e un Sebastian.

Singapore è un posto strano. La sua storia, dal suo anno di debutto (2008), è stata sempre costellata da episodi emblematici che hanno condizionato il giudizio di molti appassionati sulla realtà motoristica cittadina di Marina Bay.

Senza addentrarci in un racconto troppo agè, rivivendo episodi di oltre una decade fa (lo scandalo Briatore e Renault), è importante rivivere una rivalità, britannico-tedesca, che nel corso di quest’anno ha trovato difficoltà a mostrarsi.

Dal 2010 l’albo d’oro di Singapore attesta 4 vittorie e 4 pole per Sebastian Vettel, la maggior parte conquistate in sella alla RedBull, e 4 vittorie e 4 pole per Lewis Hamilton. Vittorie che per Vettel potevano essere in numero maggiore.

Settembre 2017. Vettel in pole con Verstappen al fianco; Raikkonen che scatta meglio di tutti dalla seconda fila, Vettel che stringe verso sinistra dove ci sono già Verstappen e lo stesso Raikkonen: una collisione spaventosa e clamorosa, doppio ritiro Ferrari, fuori Max; fuori anche Alonso coinvolto senza colpa, vittoria per Hamilton che partiva dalla fila tre.

Ma quest’anno è un’altra storia. La rivalità “storica” delle due casate non risulta spezzata da un’altra scuderia, bensì, dalla giovane seconda guida di casa Ferrari: Charles Leclerc. Ed infatti è il pilota monegasco che rappresenta la più grande insidia per la scuderia tedesca (complice un Sebastian Vettel in preda ad una crisi esistenziale che non accenna a placarsi, irriconoscibile).

Come si è avuto modo di affermare nelle precedenti analisi post gara, il percorso del giovane Charles è strabiliante. Un crescendo continuo fino ad un traguardo che sembrava impossibile: la pole a Marina Bay. Sì perché, sebbene le vittorie conquistate prima a Spa e poi in casa Ferrari a Monza siano eccezionali, la pole sul circuito di Marina Bay è stato qualcosa di trascendentale. Circuito da sempre tra i favoriti in casa Mercedes, il tracciato di Singapore non ha dato poche difficoltà alla seconda guida del Cavallino. Infatti, la pole di Leclerc arriva da un hotlap conquistato in extremis con vari, se non molti, margini di miglioramento.

Malgrado le qualifiche ci consegnino il miglior risultato fatto segnare dalla Ferrari quest’anno, la gara è storia a sé. E l’episodio del 2017 risuona ancora nell’immaginario Ferrarista, tra addetti e appassionati.

Tutti in riga allo start dietro il poleman Leclerc. La partenza del gran premio non subisce alcuno scossone per il primo quarto di gara, con Leclerc al comando e a seguire Hamilton, Vettel e Verstappen.

Si profila, sin da subito, una gara senza colpi di scena e con Leclerc che sembra avviato all’ennesima vittoria, anche perché dietro Hamilton sembra proprio non averne più di tanto e con Vettel, Verstappen e Bottas che sembrano non aspettare altro che la fine della gara.

Ma ecco, all’improvviso, quello che non ti aspetti.

In tanti presagivano l’under-cut di Hamilton ai danni di Leclerc ma, invece, a presentarsi prima di tutti ai box per il cambio gomme è a sorpresa Sebastian Vettel.

Il tedesco con questa mossa fa di un sol boccone Leclerc e Hamilton, trascinando con sé l’olandese Verstappen che scavalca anche il britannico, il quale finirà quarto solo perché Bottas ne uscirà peggio di lui.

A nulla servono tre safety car dovute a Russell prima e a Perez e Raikkonen poi.

Fortunatamente per la Ferrari, la gara si è trasformata – inaspettatamente – in un trionfo. Collezionare una doppietta su di un tracciato che è da sempre considerato territorio nemico non è da tutti i giorni e – per di più – facendolo con il pilota meno in forma: Sebastian Vettel.

Ma in tutto ciò c’è un qualcosa che stridula. La vittoria di Sebastian Vettel sembra quasi smorzata. La solita frenesia di cui si riempie/iva dopo ogni vittoria qui, beh, non è assente.

A tradirlo è il team radio, ancor prima dell’atteggiamento del corpo. Niente cover di impolverati successi canori italiani, niente strane onomatopee, niente pirotecniche urla liberatorie. Solo una serie di “Grazie”, rivolti tanto agli uomini Ferrari presenti a Singapore quanto ai ragazzi del Reparto Corse a Maranello. Una sequela di ringraziamenti moderati, compiti, quasi timidi. 

Poi Sebastian scende dall’auto, quella SF90 che in più di un’occasione aveva avuto modo di vulnerarne mortalmente la fiducia nel corso di questo 2019. Dito alzato al cielo, volante Ferrari brandito nell’altra mano – a sottolineare un’appartenenza viscerale ancor prima che contrattuale – ma niente rabbia. Niente salti. Niente gesti bruschi, vibranti, tesi, per festeggiare un successo che, in casa Vettel, mancava da 392 giorni – praticamente un’eternità.

La sua, all’indomani del primo successo di un travagliato 2019 che avrebbe dovuto farlo brillare di felicità, è una gioia composta. Una gioia sorprendentemente, quasi inspiegabilmente, composta.

Ma perché?

Perché Sebastian Vettel non è mai stato uno stupido. E la realtà la vede nitidamente davanti ai suoi occhi, prima ancora che le volute di fumo incensanti dei media possano avvolgerla in una nebbia infida. Sebastian Vettel sa che oggi, pur dopo un successo come quello ottenuto a Singapore, non è ancora il momento di festeggiare come vorrebbe. 

Il tedesco della Ferrari, infatti, continua a sbagliare. In maniera meno marchiana rispetto a quanto accaduto a Monza, ma la patina traslucida di perfezione di cui si era ammantato stagioni or sono continua ad incrinarsi.

A Singapore, Vettel ha perso una potenziale pole position per via di due sbavature commesse nel momento decisivo, quel secondo tentativo nella Q3 in cui la pista era in grado di offrire il massimo grip e dunque la massima prestazione. Ha sbagliato, ancora una volta, e si è messo nuovamente nelle condizioni di dover inseguire Hamilton prima e Leclerc poi.

Nelle condizioni insomma che lui, storicamente, non predilige.

Sebastian questo lo sa. Ed il fatto che per ottenere la vittoria abbia dovuto affidarsi più alla strategia che non al suo talento (sempre presente perché attenzione, un conto è avere il potenziale per vincere ed un altro conto è vincere davvero), forse, non gli va del tutto giù.

Vettel è consapevole del fatto che lui, questo Gran Premio, sarebbe stato in grado di vincerlo confidando solamente sulle sue capacità di guida, le uniche che vuole sfruttare per dimostrare al mondo di poter stare lì, assieme ad Hamilton, Verstappen e Leclerc, in un Olimpo del circus che sembrerebbe averlo scaraventato brutalmente nel mondo dei comuni mortali.

Avrebbe voluto, potuto, dovuto trionfare essendo il migliore al volante, non – o meglio, non solo – essendo il pilota con la strategia più efficace.

Sebastian, dunque, non festeggia come vorrebbe, come vorremmo, come ci si aspetterebbe visti i precedenti. Non lo fa perché nel weekend di Singapore ha vinto contro Leclerc, contro Verstappen e contro Hamilton ma non del tutto contro sé stesso; quel sé stesso che sotto pressione continua a mostrare più crepe del previsto.

Per avere la meglio in questa lotta, a Sebastian occorrerà ancora un po’ di tempo; tempo che la vittoria di oggi ha beneficamente ridotto portando in dono ottimismo, fiducia e speranza in un ragazzo di 32 anni che ancora si commuove – come se vivesse un sogno – quando sale sul gradino più alto del podio con indosso la tuta rossa.

Poi, e solo dopo la battaglia più importante, Sebastian potrà tornare a festeggiare davvero.

Lascia un commento