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Il curioso caso di Carletto Ancelotti

Il titolo

Diciamocelo subito, il titolo di questo articolo (Il curioso caso di Carletto Ancelotti) è deliberatamente ispirato al film Il curioso caso di Benjamin Button, diretto da Fincher, e all’omonimo racconto breve di Fitzgerald.

Nell’opera Benjamin, protagonista interpretato da Brad Pitt, nasce rivelando tutte le caratteristiche di un uomo d’ottanta anni. Sembra debba morire subito, invece, il “caso” clamoroso sarà proprio definito dalla sua esistenza che si svolgerà all’esatto contrario della vita di un uomo normale. Si procederà dal vecchio al giovane, lo straordinario irrompe nell’ordinario in maniera così potente da abituarcisi.

La surreale accettazione dell’assurdità

Il paradossale del girato, o se volete dello scritto, infatti, non sta tanto nei dati di fatto forniti ma nel metabolizzare l’assurdità in maniera quasi naturale.

Ora conveniamo con voi che scrivere Il curioso caso di Carlo Ancelotti possa far pensare ad un nostro tentativo di ricercare un parallelismo tra le due storie ma questo non è il nostro intento, o meglio, magari per incapacità, non riusciamo a cogliere nessi tra le crude “vicende”.

Però, possiamo assicurarvi che agiamo solo con cognizione di causa e la corrispondenza tra il clima che coinvolge l’attuale tecnico del Napoli, il lungometraggio e il libro sta propria in una lucida e quanto mai serena accettazione dell’assurdità quella riguardante l’intoccabile incolpevolezza del tecnico di Reggiolo. È oramai un must, marchiata a fuoco nella mente di chi parla di lui e non ne può mai prescindere.

L’Ancelotti stufo

Vorremmo non chiamare in ballo altre testate né tantomeno colleghi di grande esperienza però dobbiamo farlo per rendervi conto del contesto, di quello che per noi significa Il curioso caso di Carletto Ancelotti. 

Il curioso caso di Carletto Ancelotti 2

Venerdi 4 ottobre 2019, il Corriere dello Sport spiattella in prima pagina CARLO AL BIVIO: Ancelotti vuole risposte sul futuro a cominciare da Torino, nuovi passi indietro del Napoli spingerebbero il tecnico verso il divorzio a fine stagione.

Perdonateci (tutti) ma dobbiamo continuare:

La partita di domenica, che precederà di poche ore Inter-Juventus, risulta già decisiva, se l’obiettivo è effettivamente lo scudetto: nelle prime sei giornate, 18 punti potenziali, il Napoli è riuscito a farsi distanziare di 4 dai campioni d’Italia e di 6 da Conte.

Una sconfitta, ma anche un pareggio, prima della sosta, qualsiasi risultato possa uscire da San Siro, inciderebbe pesantemente sull’umore del gruppo e su quello della piazza, peraltro già abbastanza sfiduciata e diffidente, costringendo il Napoli-squadra a inseguimenti che, per quanto si è visto, non sembra in grado di produrre.

Si è capito che questo Napoli, tecnicamente attrezzato, non è in grado di reagire in modo indipendente, difettando in personalità: Ancelotti potrebbe perciò essere costretto a semplificare i compiti per permettere ai suoi di ritrovare linee conosciute, più congeniali. sospetto tuttavia che una maggiore stabilità potrebbe giovare a un gruppo che denuncia ancora ritardi nel processo di maturazione.

Ancelotti stufo della mancanza di personalità della squadra semplifica i compiti ai suoi e medita, come giusto che sia (?), di lasciare a fine stagione sfiduciato dai ritardi nel processo di maturazione della squadra.

Dove sta il punto? Stiamo criticando il Corriere? Stiamo criticando Zazzaroni? Nulla di tutto questo anzi li ringraziamo perché sappiamo che il Direttore parla solo quando ha qualcosa in mano, che ciò che dice si basa su elementi concreti. 

Un totem inattaccabile

La nostra è una pura e semplice constatazione della preventiva innocenza affidata al tecnico, di questa superiorità, che si è costruito negli anni vincendo in ogni dove, che lo ha plasmato in un totem inattaccabile. 

Magari abbiamo dei problemi cognitivi o di ermeneutica ma ciò che salta agli occhi, dal sottotesto del pezzo citato, è un capovolgimento storico della critica calcistica italiana oramai sovente quando in ballo c’è Carletto. È qui che c’è tutta quell’assurdità che ci fa urlare al Curioso caso di Carletto Ancelotti.

La mancanza di personalità della squadra e il ritardo nel processo di maturazione del gruppo porterebbero un allenatore a stufarsi e a meditare l’addio. 

Attenzione! Nei copioni classici della narrazione pallonara è sempre stato il contrario. Riavvolgiamo. L’allenatore non è riuscito ancora a dotare la squadra di personalità e c’è chiaro ritardo nel processo di maturazione, il che potrebbe portare (logicamente) la piazza o il Presidente (dipende dalla situazione) a stufarsi dell’allenatore citato.

Il cortocircuito

Vi suona meglio? Questo è il cortocircuito di cui stiamo parlando, l’incongruenza che sembra disturbare la vista come fette di prosciutto ma che non ci fa urlare “Sono cieco” ma dire fermi “Ho sempre visto così”.

Non vogliamo che voi pensiate che siamo troppo affezionati ad Allegri ma l’allenatore che nell’ultimo decennio ha vinto più scudetti di tutti se sbagliava due partite (e diciamo due) era massacrato dalla critica, dai tifosi, dal solito Sacchi e anche da Adani. Bastava dirgli alza i terzini e fai girare la palla più veloce per accumulare consensi come se si fosse tutti tecnici navigati.

E non diciamo nemmeno che fosse giusto ma che questa è la realtà italiana. Ci sono passati tutti, lo stesso Ancelotti quando sedeva sulla panchina bianconera, poi è passato al Milan e le cose sono cambiate. A cambiarle sono state le coppe che ha vinto in rossonero, al Real, al Chelsea, al Psg, al Bayern.

È diventato Re Carlo, forse questo spiegherebbe tutto. I Re non si possono contestare.

Eppure a Napoli, città di sangue borbonico e rivoluzionario, alcuni hanno osato farlo e non si sono mai fermati.

Il suo arrivo non era ben visto dalle vedove di Sarri e non lo è ancora. La protesta di alcune fazioni sbatte contro il muro alzato dai papponisti degni vassalli del palazzo dell’opinione nazionale.

La verità, secondo il nostro modesto parere, quella nascosta che rende Il curioso caso di Carletto Ancelotti così interessante, è che Carletto andrebbe criticato (costruttivamente) e dovrebbe dare delle risposte (non a noi ma a chi ne capisce, se non temono la lesa maestà).

Il primo anno: Carlo I e la transizione

Il suo primo anno è stato definito di transizione, un calderone nel quale poteva finirci di tutto: brutte prestazioni, condizione fisica in calo nel momento clou della stagione, poca concretezza, nessun’identità, zero titoli. Il negativo era gettato nel pentolone “transizione”.

Doveva (!) essere un anno difficile perché ostile si sarebbe rivelato il passaggio da un gioco di sistema ad un gioco di individualità, perché un certo tipo di uomini era per un certo tipo di calcio e non viceversa. Bisognava togliere catene mentali e fisiche, trovare un spirito europeo e libertario, la personalità delle grandi squadre. Instillare tutto ciò che Sarri era stato incapace di instillare.

Noi non diamo etichette ma crediamo che la prima stagione sia stata positiva a metà. In campionato si poteva fare di più, non più del secondo posto ma arrendersi un pochino dopo. In Champions uguale, il girone era proibitivo ma non puoi fare grande figura con le grandi e giocarti il passaggio a Belgrado (il pareggio ottenuto con il Genk è della stessa pasta).

Discorso simile per l’Europa League, siamo molto affezionati all’Arsenal ma il Napoli ci è arrivato come peggio non poteva, gli uomini di Emery erano tutt’altro che irresistibili e lasciavano praterie centrali chilometriche. 

In fin dei conti gli azzurri non sono mai parsi capaci di prendersi con la forza qualcosa d’importante, era difficile vederli come una grande squadra (non nei giocatori, non vogliamo essere linciati, ma nello spirito).

Il secondo anno: Carlo II il contemporaneo

Arriviamo alla fine del Curioso caso di Carletto Ancelotti, al contemporaneo.

La stagione attuale è iniziata con una speranza grande: il ritardo di Juve e Inter favorirà il Napoli. Lo abbiamo detto anche noi.

Vantaggio sprecato a Torino, dove il Napoli è sceso in campo a 30 minuti dalla fine, e in casa col Cagliari.

Due passi falsi, tre se aggiungiamo quello in Belgio, sono tollerabili. Siamo d’accordo. Ma adesso vogliamo dirvi ciò che non ci convince.

Punto primo: la gestione tattica e degli uomini.

Il calcio liquido è un mare verso il quale si dirige il gioco contemporaneo. I numeri fanno per i matematici non più per gli allenatori, ciò che conta non è un modulo bensì l’interpretazione dei ruoli in campo e dei diversi momenti della partita. Su questo ci siamo ed è soddisfacente osservare una squadra che sappia essere nel complessivo e negli interpreti dinamica e camaleontica. Ma i grandi cicli di vittorie degli undici che ricordiamo sono partiti da vesti tattiche definite, basi dalle quali trasformarsi nel corso dei 90′ minuti.

Gli azzurri, da due anni a questa parte, non hanno ancora trovato un modulo di riferimento (si abbiamo detto proprio modulo), una base di partenza dalla quale evolvere con il cambiare delle circostanze.
Ciò comporta un’evidente mancanza di sicurezza, toglie ai giocatori una certezza fondamentale lasciandoli senza il salvagente madre, quello a cui affidarsi in caso di difficoltà. Ne sono palesi sintomi i continui e paurosi vuoti di memoria e di gioco, le prestazioni altalenanti degli atleti.

Non tutti i calciatori sono uguali, non tutti i calciatori riescono a tenere il campo di sola personalità, soprattutto quelli che non hanno vinto molto, hanno bisogno di più sicurezze.

In sostanza, a nostro parere, la ricerca spasmodica dello squilibrio rende il Napoli troppo spesso vittima e non artefice di quello stesso squilibrio.

Punto secondo: il turnover.

Questo è un tema che non si discosta molto dal punto primo. Nessuno meglio di un allenatore conosce la propria squadra e i propri uomini, li guarda in allenamento, sa chi può scendere in campo e chi meno. Vi risparmiamo  “avere un undici iniziale definito dal quale partire…”, non vogliamo essere ripetitivi. Tralasciamo anche il fattore sicurezza. La sensazione è solo quella che si stia andando oltre con la rotazione degli uomini, questa fa sentire parte integrante del progetto tutti gli uomini a disposizione e aiuta a dosare le forze, ma la rivoluzione costante toglie continuità, fiducia e conoscenza del campo.

Punto terzo: il centrocampo fuori ruolo.

La nostra personale opinione ad inizio stagione era che al Napoli mancasse un nato mediano, ovvero non un interno o mezz’ala capace di stare davanti alla difesa ma un centrale nativo. Nel 4-4-2 o nel 4-2-3-1 Ancelotti ha bisogno di almeno un uomo capace di posizionarsi in maniera naturale davanti alla difesa in fase di non possesso, per non lasciare diagonali scoperte, e di salire lavolpianamente tra i due centrali di difesa in fase di costruzione. Nell’organico attuale il solo Elmas ha le caratteristiche per farlo.

Allan è un interno di centrocampo, ha raggiunto l’apice e le sue migliori prestazioni facendo da guardaspalle (a Jorginho o Hamsik) e da frangiflutti. Dal passaggio in mediana (qualcuno dice dalle sirene PSG) non è più quello di una volta, ha continui blackout e rischia troppo.

Di Fabian Ruiz siamo innamorati, lo faremmo giocare anche in pantofole, ma al centro è fuori ruolo. La sua ascesa al San Paolo è partita dalla sinistra, con la Spagna Under 21 ha dimostrato di essere letale .
Questo accade quando ha pochi compiti difensivi e licenza di offendere. Da regista Fabian sviluppa poco il gioco, non verticalizza mai e non riesce a trovare la profondità nemmeno palla al piede. È pretestuoso sacrificare il suo talento.

Dobbiamo soffermarci anche su Zielinski, poi saremo più rapidi. Il polacco è un enigma: lo abbiamo visto esterno, da doble pivot e sottopunta. Nulla da fare Zielinski è a suo agio solo da mezzala dove ha fatto tanto bene con Sarri e Giampaolo. La qualità massima e rara di Piotr è l’attacco verticale delle difese, punta alla porta, ma questa è una caratteristica individualista che non può sposarsi con ruoli diversi, che prevedono scambi continui con i compagni per creare spazi da attaccare, rendendolo un giocatore bloccato.

Punto quattro: leadership e personalità.

In questi due anni abbiamo detto (per primi noi) che Ancelotti fosse l’allenatore perfetto per restituire personalità agli azzurri. In questi due anni abbiamo visto ottime prestazioni, qualche buon risultato ma mai la personalità che ci aspettavamo. Vincere con il Liverpool per poi credere che in Belgio lo si farà ancora per una sorta di superiorità manifestata con i Reds non è sintomo di personalità ma di superficialità. Il problema è oramai sempre lo stesso, ed è forse quello più grande da risolvere, le partite sprecate lo sono sempre per mancanza di temperamento e furore agonistico necessari per avere la meglio sugli avversari “tosti”. Quando si fa dura il Napoli non ha mai coraggio e carisma.

Conclusione

Non abbiamo l’intenzione di scrivere un trattato, quindi la finiamo qui. Volevamo soltanto darvi le nostre ragione per giustificare un titolo (Il curioso caso di Carletto Ancelotti) e discutere su un cortocircuito e la sua naturale e surreale accettazione. Sul perché abbiamo accettato il divieto di commentare, modificare e analizzare le gesta di Re Carlo.

 

 

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