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A che punto è l’Italia di Mancini

L’Italia vola a Euro2020

Missione compiuta. Il pericolo di un’altra estate senza Nazionale in tv è ormai scampato. Gli azzurri hanno ottenuto con impensabile scioltezza il pass per disputare gli Europei. L’Italia vola a Euro2020: il bilancio è nettamente in positivo. Sembra ormai alle spalle l’incubo vissuto durante tutta l’estate 2018 da un popolo appassionato di calcio, come per il buon cibo e le belle donne, ma rimasto senza Mondiale. Un pensiero fisso che pian piano sembra stia già sbiadendo nella testa di 60 milioni di italiani, spesso incomprensibilmente in dovere di vestire i panni dell’allenatore non solo quando qualcosa va storto. Ma a che punto è l’Italia di Mancini?

Il naufragio targato Ventura

Non è passato molto tempo da quando, nel 2017, i critici del pallone esaltavano il bel gioco di Gian Piero Ventura. Risultati in linea con le aspettative della FIGC e dell’opinione pubblica, con l’Italia coinvolta in un testa a testa con la più quotata Spagna per il primo posto nel girone di qualificazione ai Mondiali di Russia. Non bisogna dimenticare, infatti, anche match non ufficiali, ma non per questo meno importanti. Le avversarie rispondevano al nome di Olanda, battuta per 2-1 fuori casa, e Germania, più avanti di noi nel progetto di Nazionale competitiva ma comunque bloccata sullo 0-0.

Solo nello scontro diretto decisivo contro la Spagna a Madrid si è registrato un tonfo Azzurro abbastanza fragoroso con un punteggio di 3-0 in favore della Roja. Quella sconfitta ha definitivamente dato un indirizzo su chi meritasse realmente l’accesso diretto al Mondiale disputato poi in Russia. Da quella disfatta bruciante contro gli iberici, l’ennesima, considerando gli ultimi dieci anni, l’Italia di Ventura ha iniziato il naufragio. Ciò ha portato i nostri amati colori azzurri a perdere completamente la bussola. Il pareggio in casa contro la non irresistibile Macedonia e il doppio scontro shock contro gli scomodi e catenacciari svedesi nei playoff sono stati determinanti per l’esclusione dal mondiale.

Un disastro preannunciato

Oggettivamente non possiamo attribuire una delle più grandi tragedie calcistiche italiane di sempre al solo Ventura. Allenatore di provincia, per l’appunto, forse poco o per nulla abituato a palcoscenici di respiro internazionale. E non è certo il mancato ricorso a un talento come Lorenzo Insigne, osannato eccessivamente dagli pseudo-allenatori, il motivo di una mancata qualificazione storica ad un Mondiale, come successo solo nel 1958. Non dimentichiamo che l’unica esperienza fuori dai confini italiani vissuta da Ventura è stata l’annata di Europa League al timone del Torino durante la stagione 2014-2015.

L’indimenticabile flop Mondiale è quindi da attribuire alla mancanza di abitudine prima ancora che di personalità nel giocare a certi livelli da parte del tecnico di Genova. Senza ovviamente trascurare l’incompetenza di certi dirigenti a capo della FIGC che lo hanno scelto. Leggasi qui Carlo Tavecchio. Ex capo del calcio italiano perennemente bisognoso di protagonismo e sovente oggetto di discussione per le sue uscite “velatamente” razziste o misogine a seconda dei casi. Con personalità di questo livello culturale è facile intuire come un disastro sportivo dalla portata epocale fosse già preannunciato in partenza.

Era Gravina

L’organigramma dirigenziale del calcio tricolore ha subito ora una profonda rifondazione con il gradino più alto della Federazione ricoperto da un anno a questa parte da Gabriele Gravina. Uomo serio e competente. Presidente di quella favola di nome Castel di Sangro che a metà degli Anni Novanta ha fatto scalpore per la scalata dalle serie dilettantistiche fino alla B. Inoltre, Gravina è sempre stato molto attento allo sviluppo costante del calcio femminile. Promotore dei settori giovanili fino alla ferrea volontà di un’evoluzione in senso professionistico di atlete ancora purtroppo considerate alla stregua di dilettanti. C’è quindi da aspettarsi un futuro “rosa” e roseo per il primo sport italiano. A maggior ragione dopo le prestazioni offerte dall’Italdonne durante l’ultimo Mondiale di questa estate che ha riscosso un grande successo di pubblico in tv e sui campi di gioco.

Un serbatoio da cui attingere

Gabriele Gravina, titolare della FIGC, e Roberto Mancini, in campo nelle vesti di uomo guida per i suoi giocatori, hanno rappresentato finora il binomio perfetto per il ritorno della Nazionale A ad una competizione continentale. Non bisogna poi dimenticare la scelta di affidare la panchina degli Azzurrini a Paolo Nicolato, argento con la Nazionale Under 19 nel 2018, e quarto posto ottenuto con l’Under 20 nell’ultima rassegna mondiale di categoria. All’ex tecnico delle giovanili del Chievo il compito di promuovere la rinascita di un’Under 21 che viene da una cocente delusione agli ultimi Europei, in cui era una delle favorite per la vittoria finale.

I ritardi agli allenamenti della coppia, non solo in campo, Kean-Zaniolo e le scelte tecnico-tattiche a volte troppo prudenti di Gigi Di Biagio hanno limitato il talento prorompente che aveva da offrire questa Under 21. Qualitativamente validissima in ogni reparto come non si vedeva da anni. Molti di quei giocatori passano già adesso molto più tempo in Nazionale A rispetto alla selezione giovanile.  Dimostrazione delle grandi potenzialità tecniche e umane che Mancini ha visto in loro fin da subito. Nicolato dovrà impegnarsi a fondo per garantire a Roberto Mancini la crescita costante di nuovi talenti, o la completa affermazione di altri. Il serbatoio da cui attingere per la Nazionale maggiore.

La rifondazione Mancini

Intanto c’è solo da essere felici, non euforici per carità, per il modo in cui l’Italia del Mancio ha ottenuto il visto per Euro 2020. Un cammino nel girone J che non ammette repliche con 8 vittorie su 8 finora ottenute, e una qualificazione già in tasca con tre partite di anticipo. Tra l’altro raggiunta davanti al pubblico festoso che ha gremito lo Stadio Olimpico appena qualche giorno fa. Ci è voluto meno del previsto per riaccendere la fiamma nei milioni di tifosi italiani che hanno accolto quasi con indifferenza mista a scetticismo la nomina di Roberto Mancini come nuovo ct dell’Italia.

Non proprio il miglior benvenuto per colui che aveva il compito per nulla semplice di salvatore della dignità calcistica nazionale. Di una nave affondata un po’ per volta inesorabilmente durante il tribolato mandato di Ventura. Molti sognavano il ritorno di un certo Antonio Conte, fresco di esonero dal Chelsea, sulla panchina azzurra. Il tecnico leccese ha tuttavia declinato le presunte avances della FIGC per via della più forte volontà di tornare ad allenare un club quotidianamente. Motivazioni accettabilissime e condivisibili che hanno portato la federazione a virare su Roberto Mancini, fautore della rifondazione definitiva della nostra Nazionale con tanti volti nuovi e di sicuro avvenire.

La Nations League

Mettendo da parte il bilancio delle prime amichevoli giocate dalla nuova Italia, soprattutto per un nuovo allenatore in cerca di equilibri e certezze, il percorso della nostra Nazionale nella neonata Nations League non è stato così negativo. Da considerare che siamo arrivati secondi nel nostro girone davanti a una Polonia, poi retrocessa in “Serie B”, sicuramente più avanti di noi nella formazione di un’identità di squadra. Con un leader e campione di nome Robert Lewandowski, che noi non possiamo vantare. Abbiamo poi concesso 4 punti al Portogallo. Score che ha permesso ai lusitani di chiudere da primi il nostro girone, e di arrivare addirittura a vincere la competizione con Cristiano Ronaldo sugli scudi. La Nations League è servita al Mancio soprattutto per testare e ruotare i suoi uomini in modo da avere un quadro più limpido in vista dell’inizio delle qualificazioni ai prossimi Europei.

Gironi di qualificazione

È bastato l’esordio della nuova Italia nel girone eliminatorio verso Euro 2020 per capire fin da subito quale fosse la filosofia dettata da Roberto Mancini e il suo staff. Nel moderno impianto della Dacia Arena di Udine gli Azzurri si sono imposti contro la solida Finlandia per 2-0 con le reti che hanno portato la firma di Nicolò Barella e Moise Kean. Il primo classe 1997, centrocampista tuttofare particolarmente bravo negli inserimenti offensivi e appena acquistato dall’Inter nell’ultima sessione estiva di mercato. Il secondo è un ragazzotto un po’ esuberante di 19 anni nato da genitori ivoriani a Vercelli e a tutti gli effetti italiano, cresciuto nella Juventus e ora in cerca di una consacrazione definitiva in Premier League con la maglia dell’Everton.

Ecco, Barella e Kean hanno rappresentato il filo conduttore che ha accompagnato l’Italia durante tutte le successive partite di qualificazione a Euro 2020. Una Nazionale all’insegna della linea verde, sfrontata, coraggiosa, affamata e che non rinuncia mai ad attaccare l’avversario, neanche in una situazione di vantaggio già acquisito. Ne è la dimostrazione la successiva partita contro un sì debole Liechtenstein, ma non per questo sottovalutato dai nuovi talenti azzurri che hanno schiantato l’avversario con un perentorio 6-0. Qui, l’Italia offensiva voluta da Mancini inizia a divertirsi anche grazie a un centrocampo che, fino a poco tempo fa, era un po’ l’anello debole della nostra Nazionale. Infatti, sul tabellino dei marcatori azzurri finiscono, tra gli altri, Marco Verratti e Stefano Sensi.

Jorginho-Verratti

La nostra mediana è comandata sapientemente dalle geometrie di Jorginho Frello, perno dell’azzurro Nazionale e di quello del Chelsea di Sarri prima e di Frank Lampard poi. Giocatore fondamentale per garantire gli equilibri di squadra grazie al suo innato senso della posizione e ad un’intelligenza tattica sempre apprezzata dai suoi allenatori. Al fianco dell’italo-brasiliano, che solo pochi giorni fa ha riaffermato il suo grande amore per la maglia italiana e per un Paese che lo ha accolto fin da giovane, troviamo Marco Verratti, il gioiello del PSG.

Il talento di Pescara, come mai realmente accaduto in passato, a 26 anni ha finalmente preso in mano il cuore del gioco azzurro grazie alla fiducia incondizionata di Mancini, forse il primo, vero allenatore che gli ha dato piena libertà di agire. A seconda dei casi può giocare in qualità di secondo play accanto a Jorginho, o di mezzala con licenza di attaccare gli spazi che si creano tra il centrocampo e la difesa avversaria. Verratti, come dimostrano anche i suoi gol contro Liechtenstein e Bosnia, deve adesso fare il definitivo salto di qualità per diventare uno dei fari della squadra per i prossimi anni.

Il regista classe 1992 deve solo cercare di porre un freno a qualche cartellino giallo di troppo per via del suo grande agonismo. Ciò senza mai snaturare, al contrario, le sue giocate talvolta rischiose ma spesso efficaci che fanno parte del suo repertorio fatto di genio e istintività, qualità difficile da trovare nel calcio tattico di oggi.

Una maglia per cinque

Data la pressoché inamovibilità della coppia di registi formata da Jorginho e Verratti, solo il terzo slot del centrocampo è oggetto di un’agguerrita concorrenza che può fare solo bene al nostro calcio. Il trio della mediana, di volta in volta, è stato completato da Sensi, Cristante, Pellegrini o Barella, senza dimenticare il graduale inserimento dell’enfant prodige del Brescia Sandro Tonali. Qualità adesso in mezzo al campo ne abbiamo per cercare di decidere lì le nostre sorti. I giocatori appena elencati presentano tutti caratteristiche diverse ma sempre nel segno della duttilità voluta da Mancini.

Stefano il “decisivo”

Stefano Sensi, ad esempio, è stato semplicemente il giocatore più decisivo nell’inizio di stagione della nuova Inter targata Conte. Una sorpresa per molti, molto meno per coloro che, come me, hanno apprezzato già nel triennio di Sassuolo le grandi qualità nel breve e nei lanci lunghi del regista classe 1995 nativo di Urbino. Sensi si è preso in mano con personalità il centrocampo interista, nonostante gli acquisti che hanno fatto più rumore nell’estate nerazzurra fossero stati il suo compagno di reparto Barella, Godin e il bomber Lukaku.

Proprio Barella si gioca il posto da titolare sia in Nazionale che nell’Inter con Sensi. Il funambolo sardo, come un po’ tutti i centrocampisti azzurri citati poco sopra, sa rendere bene sia da mezzala che da trequartista e, come Verratti, deve solo essere meno irruento in alcuni frangenti di gioco. Il carattere e la personalità per emergere anche in campo internazionale non gli mancano di certo.

Mediana capitale

Poi ci sono Cristante e Pellegrini che formano un’ottima coppia di intermedi già nella Roma da un paio d’anni a questa parte. Giocatori complementari che stanno acquisendo un po’ per volta capacità importanti anche in fase di copertura unite al loro già innato senso di inserimento offensivo. Pellegrini, in particolare, già nella scorsa stagione, ma soprattutto dall’inizio di questa, è come se sentisse addosso il peso “positivo” di essere adesso la vera bandiera rimasta nella Roma insieme a Florenzi. Questa assunzione di responsabilità ha favorito uno slancio decisivo alle sue prestazioni, risultando spesso determinante in termini di gol e giocate.

Difesa affidabile

Detto del centrocampo, architrave dell’Italia manciniana, non per questo l’aspetto difensivo è stato trascurato. L’Italia ha subito solo 3 reti nelle 8 partite finora giocate nel girone di qualificazione per Euro 2020, mostrando una solidità ritrovata nella retroguardia. Ancora resistono gli unici due “vecchi” rimasti in Nazionale, l’inossidabile duo juventino Bonucci-Chiellini. Se poi il numero 3 della Juventus si fa male al legamento crociato con rientro previsto per la primavera del 2020, sono stati pronti a subentrare Alessio Romagnoli, Gianluca Mancini e Francesco Acerbi.

Tralasciando quest’ultimo, una sicurezza su cui si può contare ad occhi chiusi nella Lazio come in Nazionale, il primo è il capitano di un Milan purtroppo disastroso negli ultimi anni. Tuttavia, non per questo il difensore romano ha smesso di migliorare le sue doti di leadership e di presenza nella propria area di rigore e in quella avversaria. Il secondo è appena passato alla Roma dopo due stagioni sempre in crescendo in una squadra in costante ascesa come l’Atalanta, in cui Mancini si è spesso tolto lo sfizio di segnare qualche gol oltre ad evitarli.

In porta

Dietro i difensori, a chiudere la porta in faccia agli avversari si sono spesso avvicendati Donnarumma e Sirigu, con i talentuosi Cragno e Meret pronti a giocarsi le loro carte all’occorrenza. Gigio è ormai un portiere dalle spalle larghe che ha spesso salvato la barca milanista in preda alla tempesta e che si appresta a prendere in mano definitivamente i pali dell’Italia per i prossimi 10-15 anni. Le stimmate del portiere fenomeno ci sono. Manca apparentemente quel pizzico di personalità in più che ha sempre permesso a Buffon, ad esempio, di comandare con autorità indiscussa negli anni il reparto arretrato con semplici gesti.

I terzini

Pacchetto difensivo che vede una discreta disponibilità di terzini alla causa di Mancini con i titolari che sembrano essere Florenzi a destra e l’oriundo Emerson Palmieri del Chelsea sulla fascia opposta. Dalla panchina pronti a subentrare i vari Spinazzola, Biraghi, Zappacosta, D’Ambrosio o Di Lorenzo. Gli ultimi due appena citati sono entrati nel giro azzurro da pochissimo tempo grazie a una bella gavetta nelle serie inferiori, ma rappresentano due mine vaganti nel toto-convocazioni che ci aspetterà da adesso fino a giugno prossimo.

D’Ambrosio è diventato il terzino titolare dell’Inter già da un po’ a suon di prestazioni dal rendimento costante. Ciò grazie alla sua bravura nella doppia fase di spinta e di ripiegamento che permette all’esterno basso sull’altra fascia di avanzare più spesso senza il rischio di scoprire la difesa. Di Lorenzo è, invece, esploso nell’Empoli come terzino di spinta a tutta fascia dopo alcuni anni in Lega Pro, e quest’anno ha avuto la meritata chiamata dal Napoli di Carletto Ancelotti. Allenatore che gli sta già regalando un ruolo da assoluto protagonista con tanti minuti giocati tra campionato e coppa a discapito di Hysaj.

Il punto debole

Il reparto offensivo potrebbe rappresentare l’unico vero cruccio per Roberto Mancini.  Punto debole della nostra Nazionale alla quale manca forse il bomber di razza, un Luca Toni per capirci, quello dal killer instinct che vede rosso quando si trova di fronte alla porta avversaria. Sugli esterni di attacco non dovrebbero esserci grandi problemi, vista la ricchezza del nostro patrimonio calcistico attuale tra i futuri predestinati Chiesa e Zaniolo e le sicurezze Bernardeschi, Insigne, El Shaarawy con Politano e Berardi un po’ più dietro nelle gerarchie.

L’ariete

Sul piano dell’ariete centrale tuttavia forse la coperta è corta e non di primissimo livello allo stato odierno. Sia Immobile che Belotti sono due ottimi attaccanti, bravissimi nel sacrificarsi per la squadra, ma che non hanno ancora raggiunto fin qui numeri in Nazionale sul piano realizzativo come quelli ottenuti con le loro squadre di club.

Qui si vede probabilmente la differenza tra una strada del gol più agevole in Serie A e una meno comoda sui palcoscenici internazionali. Questione molto più complicata soprattutto se, come Belotti, non hai avuto molte possibilità di giocare le coppe europee con la squadra di club. Quello che non manca al “Gallo” è la capacità di trascinare la squadra in ogni frangente con il suo entusiasmo e la sua forza d’animo prorompente da vero cuore granata. Dote che può aiutare tantissimo il gruppo azzurro a crescere ulteriormente.

Dietro i due attaccanti più utilizzati da Mancini, ancora non pronti per la definitiva promozione tra i grandi Kean e Cutrone, entrambi sbarcati in Premer League nella scorsa estate ma che faticano ancora ad adattarsi al calcio inglese. Soprattutto Moise è un talento cristallino da salvaguardare con tecnica e intuizioni da potenziale grande campione già mostrate a sprazzi nella Juventus e in azzurro. Ma è anche un puledro imbizzarrito, ancora da svezzare dal punto di vista comportamentale.

Variabile Mario

Poi c’è un certo Mario Balotelli, che ormai ha tolto da qualche anno i panni del supereroe per vestire quelli di un giocatore capace di tutto nel bene e nel male. La discontinuità è il termine ricorrente nella descrizione di un personaggio che poteva diventare tra i più forti attaccanti al mondo, emblema costante del “vorrei, ma non posso”. A 29 anni, dopo buone stagioni vissute in Francia soprattutto al Nizza, Mario ha voluto fortemente rimettersi in gioco nella sua Brescia natia per convincere Mancini a dargli un posto ai prossimi Europei.

L’allenatore di Jesi è uno dei pochissimi ad essere riuscito, almeno in parte, a plasmare il carattere spigoloso ed esuberante di Balotelli nel corso della sua carriera. Tant’è che il primo gol del nuovo corso azzurro targato Mancio è stato realizzato, neanche a dirlo, proprio da Mario nella prima amichevole contro l’Arabia Saudita del maggio 2018. Questa è forse l’ultima chiamata importante per Balotelli, almeno a livello di Nazionale.

Se dovesse decidere di giocare al servizio della squadra, con la tecnica immensa che si ritrova, potrebbe fare la differenza in una competizione più difficile e più qualitativa di un Mondiale com’è l’Europeo.

L’interpretazione agli uomini

A prescindere da chi saranno i 23 convocati definitivi di Mancini per l’avventura di Euro 2020, questa “giovine Italia” ha fatto già ricredere buona parte dei critici legittimi, rimasti troppo scottati per il fallimento Mondiale.

L’età media bassa, una linea difensiva alta, il possesso palla fatto di scambi veloci, rapide verticalizzazioni e un pressing alto per buona parte della partita sono alcune delle armi che abbiamo ammirato finora nell’Italia di Mancini. Tutto ciò unito a una costante applicazione, alla versatilità e all’interpretazione del ruolo richiesta soprattutto agli uomini di centrocampo.

A due partite dalla fine del nostro girone eliminatorio siamo già qualificati con tre partite d’anticipo e a punteggio pieno con 8 vittorie su 8. Dati che rappresentano il miglior biglietto da visita possibile da presentare alle nostre principali avversarie europee della prossima estate. Lo stesso ct ha sicuramente cambiato, almeno in parte, le sue dichiarazioni rispetto a qualche mese fa, quando parlava naturalmente di squadra in costruzione e sul bisogno di lavoro intenso per avvicinarsi alle selezioni top europee del momento.

La voglia di notti magiche

Adesso abbiamo assistito ad un Mancini sicuramente più sbilanciato che, dopo la vittoria con la Grecia del 12 ottobre scorso che ci ha regalato la sicurezza aritmetica dell’Europeo, parla di “notti magiche” da rivivere. Possibilmente già nella partita inaugurale di Euro 2020, quando l’Italia tornerà a giocare davanti a un Olimpico che siamo sicuri sarà stracolmo come qualche sera fa.

La nostra Nazionale, infatti, è già sicura di giocare due o forse tre partite della massima competizione continentale a casa propria, nella “Città eterna”. E, si badi bene, non era scritto da nessuna parte che l’Italia giovane e pimpante di Mancini sarebbe risorta così in poco tempo dalle ceneri della catastrofe di due anni fa.

Infondo storicamente abbiamo sempre sofferto avversarie ostiche come potevano essere Bosnia e Finlandia, con alcuni giocatori di livello europeo nella loro rosa. Lo stesso dicasi per il rischio figuraccia incombente con tanto di risultato striminzito contro un Liechtenstein qualunque. La classica selezione capace di mettere un “pulmino” davanti alla porta e creare problemi agli avversari, con il pericolo di incappare in pareggi horror o vittorie di misura.

Invece, l’Italia è stata abile nel non sottovalutare nessuna squadra, qualunque fosse il suo nome, facendo incetta di vittorie con tanti gol e prestazioni convincenti sul piano del gioco e dell’intensità.

Gli avversari

Non si può dire lo stesso in termini di rendimento costante di Nazionali come l’Inghilterra, che ha vinto 6-0 l’ultimo match in casa di una Bulgaria in crisi tecnica, così come è stata capace di perdere in casa della Repubblica Ceca. La Spagna si è appena qualificata all’Europeo lasciando, però, per strada due pareggi deludenti ottenuti contro le scandinave Svezia e Norvegia.

Il Portogallo, campione uscente di Nations League, invece, rischia ancora grosso nel suo girone che vede già qualificata l’Ucraina, contro cui i lusitani hanno pareggiato all’andata e addirittura perso al ritorno. Ora Cristiano Ronaldo & company devono stare molto attenti alla Serbia, distante solo un punto con ancora quattro partite per giocarsi il tutto per tutto.

Anche la Germania non se la passa benissimo visto il secondo posto attuale nel suo raggruppamento a pari punti con l’Olanda, che però è avanti per il vantaggio acquisito negli scontri diretti. L’Irlanda del Nord è a sole tre lunghezze dalla Mannschaft ragion per cui è ancora tutto in gioco.

Infine, la Francia, campione del Mondo in carica, dovrà sudare presumibilmente fino all’ultima giornata per ottenere il pass. Accerchiata dalla Turchia prima in classifica, anche per via della sorprendente vittoria in casa proprio contro i Bleus, e dall’Islanda terza, che non ancora stanca di sorprendere il mondo intero con la determinazione e l’agonismo dei suoi geyser-man.

Bravi ragazzi!

Ed è proprio situazione delle altre big in sofferenza in gironi non certo irresistibili e più competitivi del nostro che può aiutarci a capire a che punto è l’Italia di Mancini, cogliendo l’impresa realizzata, i margini di miglioramento.

Roberto è stato bravo nel tenere a bada la tenuta nervosa prima ancora che fisica dei suoi giovani calciatori ai quali ora chiede certamente un ulteriore salto di qualità per tornare a farsi rispettare in giro per il mondo. Rimane ragionevole non scomporsi troppo per un risultato che era lecito attendersi dopo un flop Mondiale storico. Tuttavia, il modo in cui L’Italia vola a Euro 2020 lascia ben sperare per il prossimo futuro.

Prima ancora che mettere sul piedistallo sempre le altre Nazionali, usanza italica comune e, a mio avviso, fastidiosa, non sarebbe male ogni tanto vedere come più verde risulti il proprio giardino rispetto a quello dei vicini.

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