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El Mágico González, il migliore di tutti

“Credo che sia migliore di me, appartiene a un’altra galassia.”
Diego Maradona, 1982

Anno 1982. Si giocano i Mondiali di calcio in Spagna, quelli dell’Italia di Bearzot, Paolo Rossi e Pertini. 

C’è, poi, una squadra presente a quella competizione: El Salvador, qualificatasi a sorpresa ai danni del Messico del giovane Hugo Sanchez.

ll gol vittoria porta la firma di Ever Hernández, ma lo ha confezionato Jorge Alberto González Barillas, semplicemente saltando l’intera difesa messicana e mettendo il compagno in condizione di doverla appena toccare.

(Andate al minuto 6:30)

Per la piccola squadra centroamericana i mondiali vanno come si poteva immaginare. I salvadoregni hanno volontà ma poco altro: arrivano tre sconfitte, tra cui un 10 a 1 rimediato contro l’Ungheria.

Gli appassionati li cancellano dalla memoria, tranne uno, il numero 11. El Mágico González, il migliore di tutti, lui ha giocato così bene da conquistarsi le attenzioni di tutta Europa.

Ma chi è El Mágico González?

È un figlio della Capitale, nato il 13 marzo 1958, il minore di otto fratelli. In patria è già un istituzione, l’idolo delle folle.

È solo l’inizio della storia che lo vedrà nel 2003 essere nominato miglior calciatore salvadoregno di tutti i tempi e premiato dal governo di El Salvador con il titolo di Hijo Meritísimo.

Ma dove giocava nel 1982 questo fenomeno?

Questa punta, veloce e dotata di un bagaglio tecnico immenso e sconfinato, gioca nel FAS (Club Deportivo Fútbolistas Asociados Santanecos), il più importante club di El Salvador.

Un giocatore, al quale non si riesce a togliere la palla in nessun modo, un ragazzo che ha portato da solo la sua Nazionale al mondiale a 24 anni, gioca ancora in patria. Ma perché?

Perché saltano tutti gli appuntamenti fissati con lui dai dirigenti di Paris Saint-Germain e Fiorentina, Atlético Madrid e Sampdoria. Finiscono per aspettarlo invano. La voce, insistente, è che a Parigi sono pronti a ricoprirlo d’oro. Quella voce arriva a El Mágico che risponde:

“E che ci vado a fare a Parigi? È una città troppo grande, non conosco la lingua…”

A lui non frega niente del calcio europeo, né frega dei soldi. Fa semplicemente ciò che ama e senza condizioni.

Alla fine, accetta di mettersi alla prova Oltreoceano ma sempre alle sue condizioni, condizioni che solo al Cádiz gli possono assicurare. El Mágico González, il migliore di tutti, sceglie un piccolo club di una piccola città andalusa che milita in Segunda Division. Segna all’esordio e sigla 15 reti in 33 partite. 

Il Cadiz è promosso in Liga. Lui sta bene perché sulla costa Andalusa gli permettono di tutto, ergono una statua in suo onore e gli chiedono solo di entusiasmarli con i suoi numeri. A nessuno importa se El Mágico González, il migliore di tutti, la sera precedente ha dormito in una discoteca o se il letto nemmeno l’ha toccato. Lui è Mágico, qualcosa di trascendentale, che va oltre il calcio.

“Riconosco che non sono un santo, che mi piace la notte e che la voglia di sbronzarmi non me la toglie neanche mia madre. So che sono un irresponsabile e un pessimo professionista, e che probabilmente sto sprecando l’opportunità della mia vita. Lo so, però ho una “scemenza” nella testa: non mi piace considerare il calcio come un lavoro. Se lo facessi, non sarei più io. Io gioco solo per divertirmi”.

Fatto sta che l’anno successivo (1983-84) il Cádiz non riesce a tenere botta e ritorna alla sua dimensione, retrocede. La Segunda Division è troppo piccola per El Mágico.

Il Barcellona

El Mágico González, il migliore di tutti y Maradona

El Mágico, il migliore di tutti, quello che al Trofeo Ramón de la Carranza arrivò a partita iniziata. Il Cadice, in quella stagione, affrontava il Barcellona per una passerella di lusso. È ormai tarda mattina e l’incaricato del club, quello solito a recuperare il numero 11 in giro per la città o in un letto, non riesce a trovarlo, nessuna sa niente. La partita inizia, Il Barcellona di Udo Lattek e Maradona passeggia sui gaditani. Il primo tempo si chiude con un perentorio 0-3.

Nell’intervallo, Jorge si presenta nello spogliatoio, si cambia ed entra in campo. In 45 minuti scrive un pezzo di storia: due gol in un quarto d’ora, due assist da alieno. La partita finisce 4-3.

Il Barcellona si ricorda di quell’umiliazione e complice proprio la retrocessione del Cádiz lo convince a partire per la tournée negli States in maglia blaugrana, a provarci. Gonzalez accetta.

Quel salvadoregno tarchiato nel giro di poche settimane riesce ad oscurare la stella splendente del più grande Diego Maradona, gli americani sono tutti per lui, per la sua genialità.

Vederli insieme è un apoteosi, è come se fossero la stessa persona divisa in due corpi, oppure due fratelli che parlano una lingua estranea a chiunque ma non a loro, ad osservarli ti pervade una sensazione sconosciuta.

Sconosciuta quanto il Mágico González, che in una breve serie di partite dimostra che se mai esistesse un fantasista più imprevedibile di Maradona, quello è lui. Il suo calcio è indefinibile, etereo.

Il Mágico ha una visione del gioco e delle linee di passaggio impressionanti, la sua tecnica di base, poi, gli permette qualsiasi tipo di soluzione. Il Mágico non è un giocoliere, è un calciatore totale, un hombre verticale. Uno al servizio della squadra anche in fase difensiva.

Lo società catalana è decisa ad acquistarlo per metterlo al fianco del Pibe per comporre quella che sarebbe stata la coppia più forte di tutti i tempi. Un episodio, un dettaglio, però, fa saltare tutto.

In quei giorni ha giocato così bene che tutto è deciso, ma allo scadere della tournée suona l’allarme anti-incendio dell’hotel, nei pressi di Boston, dove alloggiano i giocatori. Scappano tutti, l’edificio viene isolato, arrivano i pompieri. Tutti fuori e impauriti, tranne uno. Il Mágico è rimasto a letto a dormire insieme ad una ragazza.

È cosi che Il Mágico resta, come in un letto, a Cádiz, l’unica città che può permetterselo, che accetta le sue follie, il suo essere. Il Barcellona non può.

La fine di una leggenda

Durante la stagione 1984/85 va in prestito al Valladolid, ma è triste. Fugge più volte verso Cadice, in auto o in treno. Dopo sei mesi, fa ritorno in Andalucia. Ci rimane fino al 1991, fra partite da leggenda e leggendarie pause.

Poi il ritorno in patria, al servizio del Club Deportivo FAS. Gioca fino al 1999, si ritira a 41 anni.

Nel 2006, il consiglio comunale di El Salvador decide che lo stadio Flor Blanca di San Salvador sarà rinominato Estadio Nacional Jorge Mágico González. È uno dei due calciatori in vita, insieme a J.J. Okocha, a vantare questo riconoscimento.

Oggi Jorge El Mágico González, il migliore di tutti, dopo un paio di anni passati negli USA come consulente e vice-allenatore degli Houston Dynamo, è un tassista nel suo Paese dove può vivere del solo suo decadentismo, vestendo un aura mitica nata dalla sua figura tragica spinta agli estremi.

El Mágico González, il migliore di tutti, ha rigettato i valori del calcio professionistico, conducendo uno stile di vita autodistruttivo e facendo si che il proprio talento si erigesse sempre sulla propria ambizione. Una parabola di difficile lettura, romantica, nella quale il genio non incontra la riconoscenza di un valore.

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