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Che differenza c’è tra la Juve di Sarri e quella di Allegri?

“Vorrei vedere la squadra più continua, ma dobbiamo tenere conto delle caratteristiche dei nostri giocatori. Non si può seguire un gusto personale contro le caratteristiche della squadra. Abbiamo grandi margini di miglioramento. Per valutare la prestazione della mia squadra non ho bisogno di leggere quello che scrivete.

Cerco di leggere il meno possibile. Questa squadra ha determinate caratteristiche, prima ero un talebano perché volevo giocare sempre il mio calcio, ora non va bene perché mi adatto alle caratteristiche dei giocatori. Se dovessi continuare ad ascoltare uscirei matto”
Maurizio Sarri in conferenza stampa prima dell’Atletico

“Che differenza c’è tra la Juve di Sarri e quella di Allegri?”
Questa è stata, più o meno, la questione sottintesa posta al tecnico bianconero ieri in conferenza stampa pre Atletico. È la questione che attanaglia i tifosi e gli stessi critici, ovvero tutti coloro che si aspettavano finalmente un matrimonio tra la Vecchia Signora e l’estetica applicata al calcio. Tutti disillusi.

La Juve continua a vincere di misura, spesso segnando negli ultimi minuti di gara (vedi l’ultima giocata a Bergamo), così come se fosse ancora partorita dalla mente di un uomo di Livorno.

Dall’inizio dell’era Sarri e della stagione, i bianconeri hanno ottenuto 11 delle 14 vittorie stagionali (su 17 partite) con un solo gol di scarto, e segnato 11 dei 32 gol complessivi nell’ultimo quarto d’ora di gara (non abbiamo aggiunto quello del Pipita a Bergamo al minuto 74’). 

Numeri, dunque, che non ci parlano di un undici capace di “ammazzare” le partite ma ancora, probabilmente di riflesso genetico, di una squadra abile nel capire le partite, e i momenti di queste, per poi risolverle con gesti tecnici straordinari dei propri singoli.

Non vincono gli schemi ma i gesti tecnici

Non vincono gli schemi ma i gesti tecnici, come al basket”, sembrerebbe ancora di sentire Allegri nella sua diatriba esistenziale con Lele Adani.
Lo stesso Allegri allontanato da Torino da una società che ricercava un cambio di DNA, per vincere in Europa occorreva altro.

Scrivevamo qualche tempo fa:

“Come abbiamo detto nella Juve e in Allegri scorreva lo stesso sangue, qualcosa che aveva molto a che fare con l’identità del club.

Se riassumiamo in un motto l’identità bianconera ne viene fuori: vincere è l’unica cosa che conta. Non importa come si arriva alla vittoria, meritatamente o immeritatamente, esteticamente impeccabili o brutti come la morte. Vincere!

La Juventus non ha mai giocato per lo spettacolo. Ora Agnelli ha capito che questo è il next step, lo spettacolo dovrà farne parte.

Il next step della Juve è affermarsi come club leader nel mondo (non solo in Europa) essere riconoscibile e spendibile. Per fare tutto ciò hai bisogno di un’identità moderna, salvaguardare la tradizione guardando al futuro. I bianconeri non sono un club, sono un’azienda da proiettare nel domani. Stiamo parlando di una comprensione del mondo circostante, una rivoluzione culturale nell’epoca della sollecitazione delle fantasie.

“Svegliatevi” vi direbbe Andrea, alzare la Coppa dalle grandi orecchie è solo un evento collaterale, la Juve è calcio ma non è più solo calcio. Quel vincere non è più, e non sarà più, circoscrivibile solo al campo. Ora da guadagnarsi c’è il consenso.”


Consenso che la Juve di Sarri sembra non ancora in grado di guadagnarsi, se non sotto il profilo dei risultati. Chi si attendeva qualcosa di diverso, chi aspettava di vedere fiumi di champagne scorrere sotto gli scarpini di Ronaldo&Co non è stato accontentato. 

Il circo a Torino non è arrivato e quei giocatori come Khedira e Matuidi, intoccabili della gestione Allegri, sono ancora lì, inamovibili.

Diamo i numeri

Per addentrarci nella questione “che differenza c’è tra la Juve di Sarri e quella di Allegri?” chiamiamo in causa i numeri, senza ci sentiremmo come un elefante in un negozio di cristalli.

Serie A 2018/19, prendiamo in considerazione le giornate fino alla trentatreesima, le ultime cinque partite non fanno testo e potrebbero sviare la nostra analisi, la Juve era già campione, Allegri sul piede di partenza e alcuni giocatori già mentalmente in vacanza.

  1. Nelle prime 13 partite di campionato la Juventus di Sarri sta segnando meno gol di quella di Allegri, media di 1.76 gol a partita contro i 2.03 dell’edizione precedente. I bianconeri registrano attualmente un numero medio di circa due tiri in più per match, con una migliore percentuale di conclusioni nello specchio, eppure si imbattono in prestazione realizzative inferiori.
  2. Sotto la categoria “difesa”, le statistiche sono simili. L’ultima squadra targata Allegri subiva 0.82 gol per partita, quella di Sarri è a 0.76 gol per match. A diminuire sono i gol concessi in situazione di azione manovrata, la Juve attuale subisce meno tiri (8 per partita) rispetto a quella di Allegri (8.7). Dunque i bianconeri tirano di più e subiscono meno tiri su azione. E sui risultati, come dicevamo, che nessuno può imputare nulla a Sarri. La discussione, allora, si concentra sulla maniera con la quale si genera calcio.

Le strategie

Da inizio stagione abbiamo visto Maurizio Sarri lavorare sul 4-3-3 e il 4-3-1-2.

Le prime uscite mondane della nuova Vecchia Signora sono state caratterizzate dalla difesa a quattro, tre centrocampisti e un tridente offensivo che potesse concedere agi e libertà a Cristiano Ronaldo. Modulo, quest’ultimo, di allegriana memoria, che permetteva sovente il passaggio al 4-4-2, con lo scivolamento sull’esterno non più di Manduzkic ma della sola mezzala sinistra: Matuidi.

Qualcosa è cambiato, a livello di strategie, dopo la trasferta di Firenze e il conseguente infortunio di Douglas Costa. Sarri è passato al 4-3-1-2 con Bernardeschi, Ramsey o Bentancur sulla trequarti dietro le due punte.

Dunque, taglio netto rispetto al passato più recente. Allegri aveva utilizzato questo modulo (il 4-3-1-2) solo durante la sua prima stagione in bianconero, quando per concedersi il privilegio di schierare tutti i suoi migliori centrocampisti a disposizione (Pogba, Vidal, Marchisio e Pirlo) era solito schierare il cileno, o al massimo Pereyra, dietro a Tevez e Llorente.

Al di là dei moduli, però, le differenze più sostanziali tra la Juve odierna e quella in salsa livornese sono nella gestione e l’assunzione dei compiti dei singoli, se con Max regnava una certa libertà individuale, con Sarri le strategie sono ben codificate, ognuno ha il suo compito e non si trasgredisce.

I principi di gioco 

La Juventus del “Comandante” è una squadra posizionale. Una squadra che ricerca costantemente il dominio del gioco, da ritrovare nel palleggio, dunque: tanti uomini in zona palla e ricezione alle spalle delle linee degli avversari.

Non a caso se il numero medio di passaggi per 90 minuti è quasi identico a quello della scorsa stagione, notiamo un incremento dei passaggi corti e una diminuzione di quelli lunghi, passati al 9% dall’11.5%. Inoltre, sono drasticamente aumentati i passaggi completati nell’ultimo terzo di campo, da 89.8a 106.1.

Numeri questi che possiamo spiegare attraverso i principi di gioco diametralmente opposti dei due tecnici. Allegri cerca spazi sfruttando l’intera ampiezza del rettangolo verde, cercando di “allargare” gli avversari aumentando la distanza dei propri calciatori; Sarri, invece, preferisce giocare in piccole porzioni di campo, facendo si che gli avversari siano attratti dal pallone e lascino spazi scoperti una volta saltata la pressione.

Se con Max le mezzali arrivavano a giocare sulla linea degli attaccanti o risalivano il campo con il pallone spostandosi sulla fascia in modo da svuotare il centro, con Sarri gli interni sono sempre più vicine al pivot (Pjanic) per supportarlo o per offrigli una linea di passaggio corto, senza escludere inserimenti più profondi.

Fase difensiva

Della fase difensiva abbiamo già parlato in un pezzo di qualche tempo fa. Il gioco di Sarri fatto di dominio territoriale non passa solo dal possesso palla ma anche, e soprattutto, da una fase di recupero palla attiva, ovvero perso il controllo si corre in avanti per riconquistarla più velocemente possibile.

Lo stesso Sarri, in una recente intervista, ha dichiarato di curare maniacalmente questo aspetto già dai tempi di Napoli, ritenuto fondamentale per lo sviluppo della sua idea di calcio.

Con Allegri il discorso cambiava, in quanto l’utilizzo del pressing non era costante, bensì cadenzato. In generale persa palla si scappava all’indietro, per chiudere gli spazi e schierarsi compatti alle offensive avversarie.

Inoltre, se con Sarri notiamo un pressing posizionale con Allegri il pressing era a uomo, ovvero, oggi si tende a chiudere la linea di passaggio, prima ci si orientava a seconda della posizione dei singoli attaccanti.

La fase di non possesso

Detto ciò, anche la fase di non possesso attuale presenta macro differenze rispetto a quelle delle passata stagione.

Qui Sarri tiene fede ad un suo principio atavico: la difesa a zona, dove le iniziative offensive avversarie sono affrontante in maniera collettiva.

Nella strategia difensiva di Allegri, invece, l’attenzione si concentrava, come abbiamo detto, sempre sui singoli,  così definendo, di partita in partita, una vera e propria marcatura individuale.

Inoltre se la Juventus di Allegri accettava di assumere un approccio basso da squadra umile, Sarri è di un’idea opposta perché abbassarsi inficerebbe sulle stesse transazioni offensive.

Tale cambiamento sotto l’aspetto difensivo fa si che la Juve ha ridotto del 12% i passaggi concessi nel proprio terzo difensivo ed ha avanzato di quasi due metri l’altezza media degli interventi difensivi.

Arrivare al gol

Abbiamo già detto che la Juve di Sarri tende ad occupare maggiormente il centro del campo, sia che sia disposta con il 4-3-1-2 che con il 4-3-3, privilegiando questa allo sviluppo sulle fasce laterali. Tutto ciò con lo scopo di tagliare e superare verticalmente la pressione avversaria.

Con Allegri la strategia offensiva mirava, invece, ad eludere la pressione, non superarla ma evitarla passando dalle corsie.

Così nella passata stagione si provava ad arrivare a rete aggirando gli avversari, sfruttando l’ampiezza del campo con continui cambi di gioco per allargarli.

Che differenza c’è tra la Juve di Sarri e quella di Allegri?

La Juve odierna, frutto della volontà di Sarri di esprimere il proprio gioco indipendentemente dagli avversari, è una squadra più simile a se stessa sempre, con un’idea di gioco precisa che non subisce mutamenti con il cambiare delle circostanze.

Quella di Allegri, figlia maggiormente della contingenza, era invece un undici camaleontico capace di cambiare pelle a seconda degli avversari, del risultato e della convenienza.

A conti fatti, allora, possiamo affermare che tra la Juve di Sarri e quella di Allegri c’è una differenza sostanziale e rientra nel campo della tattica. 

Il gioco di Sarri non è stato completamente assimilato dai bianconeri, non vediamo il pressing che il comandante richiedete e la stessa qualità della costruzione lascia a desiderare, se consideriamo gli standard del tecnico di Figline.

La produzione offensiva, così come la finalizzazione, risente di lentezza e mancanza di continuità ma ci sono margini di miglioramenti e dopo soli tre mesi di campionato sarebbe prematuro osservare un processo di integrazione tattico arrivato già al suo apice. 

È per questo che siamo costretti a vedere la Juve vincere ancora con le vecchie armi di sempre. Non riuscendo ad applicare con costanza i principi del nuovo tecnico, gli uomini in campo tendono a risolvere la partita a loro maniera, d’esperienza.

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