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Unai Emery è un vincente sull’orlo del fallimento

“Il successo è al 99% fatto di fallimenti”
Soichiro Honda, fondatore e presidente della Honda

Il virgolettato in cima a questo articolo è la prima cosa che ci viene in mente quando pensiamo ad Unai Emery, allenatore spagnolo che nella sua carriera ha vinto tre Europa League (record per la competizione condiviso con Giovanni Trapattoni), un campionato francese, due coppe di Francia e due supercoppe di Francia. Un tecnico di successo verrebbe a dire, ma diremmo il vero?

La verità è che Unai Emery è un vincente sull’orlo del fallimento e quello con i Gunners è l’ennesimo di una lunga serie.

Se escludiamo, infatti, l’esperienza esaltante a Siviglia, dove ha vinto tre volte l’Europa League di seguito, non sappiamo se definirlo un vincente o un perdente, un uomo dedito al successo o al fallimento.

Gli inizi tra il Lorca e l’Almeria

Il suo percorso manageriale prende avvio al Lorca nel 2005, quando appende gli scarpini al chiodo e si mette ad allenare: a fine stagione conduce il club alla promozione in Segunda Division. L’anno successivo (2005-2006) la sua squadra è la rivelazione del campionato, tanto da lottare fino all’ultima giornata per far conquistare al club la prima promozione storica nella Liga. Non ci riesce, ma il suo nome comincia a circolare, così come il suo calcio contemporaneo.

A fine stagione viene ingaggiato dall’Almeria. In Andalusia riesce dove aveva fallito: ottiene il secondo posto e la promozione alla massima serie. Resta alla guida dei biancorossi, per godersi la sua prima esperienza nel calcio che conta. È un’avventura più che positiva, la neopromossa lascia tutti a bocca aperta, mettendo in cascina 52 punti che valgono l’ottavo posta in classifica.

Unai Emery si prende i titoli dei giornali e l’attenzione dei top club spagnoli, uno su tutti: il Valencia.

Spartiacque Valencia

Il 22 maggio 2008 il Valencia presenta Unai Emery come nuovo tecnico, a 37 anni è l’allenatore più giovane della storia del club. Unai sa che Valencia è uno spartiacque, potrebbe significare la sua consacrazione definitiva o un passo falso, magari prematuro. Resterà nel mezzo.

Il primo anno i Blanquinegres conquistano l’accesso all’Europa minore, mancando di cinque lunghezze quella dei grandi. La seconda stagione, invece, i punti sono 71 e valgono la Champions al club e il prolungamento di contratto ad Unai.
La terza stagione, quella degli adii di David Villa e David Silva, è ancora positiva: terzo posto.
Il quarto anno, comincia con un’altra perdita importante, quella di Juan Manuel Mata. La squadra parte a razzo, poi le prestazioni calano, cosi come le posizioni in classifica.

I primi attriti con la piazza nascono per l’eliminazione dalla Champions ai gironi, dove Chelsea e Bayer Lerverkusen hanno la meglio. Unai resta saldo in panchina, raggiunge le semifinali di Europa League (la sua coppa preferita) e di Coppa del Re, ma sbatte contro i muri di Atletico Madrid e Barcellona, conquista ancora il terzo posto in campionato. La società decide che è arrivato il momento di separarsi, Emery ha fatto il meglio possibile, la panchina sarà affidata a Pellegrini.

Spedizione russa

L’Unai Emery che lascia Valencia non è ancora un allenatore all’apice del suo percorso, ha mostrato buone potenzialità ma non ha sfondato.

Il suo prossimo step è in Russia. Il tecnico spagnolo accetta lo Spartak, una meta esotica a carriera ancora da definirsi. È una scelta sbagliata la sua. In pochi mesi i risultati sono terribili: un derby in casa perso per 1-5 contro la Dinamo Mosca detta il suo esonero che non siamo nemmeno a novembre.

Ritorno alle origini

Unai, allora, ritorna in Spagna, sta fermo relativamente poco perché decide di ritornare alle origini, in Andalusia dove tanto bene aveva fatto all’Almeria. La squadra è sempre bianco rossa ma è di un altro rango: il Siviglia.

Il 14 gennaio 2013 subentra a Michel firmando un annuale. Il suo calcio fatto d’intensità e pressing spasmodico attecchisce quasi subito, cosi come la sua passione viscerale che tanto bene si sposa con la città.

A fine maggio vince la sua prima Europa League, ai rigori contro il Benfica di Jorge Jesus. L’anno seguente arriva la seconda ai danni del Dnipro e poi, ancora, la terza, la stagione successiva, questa volta superando il Liverpool. Il Siviglia di Emery segna il record di successi nella competizione ed Unai ha raggiunto tutto ciò che ricercava: l’attestazione della sua grandezza, una continuità di successi a dispetto del fallimento.

Lo vogliono tutti: Napoli, Milan, in Inghilterra. Lui sceglie il PSG, per fare le cose alla grande.

Parigi dolceamara

L’arrivo in Francia è segnato dalla diffidenza. Unai, infatti, è arrivato alla ribalta in una società completamente diversa da quella qatariota. A Siviglia, ogni anno la squadra è ricostruita da capo per esigenze finanziarie, a Parigi non hanno di questi problemi.

Qui, però, c’era uno dei pregi maggiori dell’allenatore di Hondarribia: la crescita individuale dei singoli all’interno di un contesto tattico semplice, cosa che permetteva, poi, un aumento di valore dei giocatori e la successiva rivendita a prezzo maggioritario.

Ai fatti, dunque, ciò significa che Emery utilizzava la prima parte di stagione per sperimentare, sia i nuovi che gli assetti da gara, che poi sarebbero stati sviluppati nella seconda parte della stagione, quella decisiva. Non è un caso se il suo Siviglia diventava grande negli scontri diretti, in scena nelle fasi conclusive di un’annata.

Il PSG rappresenta, allora, un banco di prova. A Parigi il mercato è fatto in maniera diversa, alla ricerca solo dei migliori nomi in circolazione, nonostante ciò porti a delle difficoltà evidenti nella creazione di un contesto tattico e tecnico omogeneo. Emery, inoltre, non ha più a che fare con giovani ma solo con prime donne e nella gestione di “queste” possiamo rintracciare una delle sue più grandi pecche.

A ciò possiamo aggiungere che, mentre al Siviglia si partiva da una condizione d’inferiorità in cui la vittoria restava un’eccezione, al PSG vincere il campionato è solo il minimo.

Il minimo, è quello che Unai riesce a raccogliere. Il primo anno, in verità, forse nemmeno quello.
La stagione 2016-17, la prima a Parigi, si apre con la conquista della supercoppa francese ma si chiude con un coppa di Francia e una coppa di Lega, niente Champions e niente di Ligue1. In campionato trionfa il Monaco, dopo ben diciassette anni.

Unai è riconfermato, nonostante le voci. Arriva un’altra supercoppa, un’altra coppa di Francia, un’altra coppa di Lega e finalmente la Ligue 1. In patria il PSG vince tutto. In Europa va male, se l’anno precedente aveva subito un’eliminazione rocambolesca al Camp Nou (il famoso 6 a 1 dei blaugrana sui parigini), la stagione 2017-2018 li vede uscire agli ottavi, ancora in malo modo contro il Real.

Il tabellino dice: due anni, sette trofei da catalogare sotto la voce fallimento. A Parigi non poteva bastare, Unai ne è consapevole e di comune accordo decide di separarsi con il club.

L’avventura londinese

Emery è stato licenziato come allenatore dell’Arsenal questa mattina.

L’addio è seguito a una sconfitta per 2-1 contro l’Eintracht Frankfurt in Europa League, che ha reso ancora più grave il percorso di una squadra che non aveva mai fatto cosi male dal 1992. Sono solo 18 i punti in campionato in 13 partite, una sola partita vinta nelle ultime nove in tutte le competizioni, con l’ultima successo in Premier League datato 23 settembre.

Pensare che questo doveva essere l’anno del rilancio, o almeno questi erano i piani. Pensare che, nonostante l’ombra del fallimento, la prima stagione non era stata poi così tanto male.

Unai arriva a Londra nel maggio 2018 per far rinascere i Gunners dopo il ventennio Wenger, l’obiettivo è chiaro fin da subito: ritornare in Champions. Il club crede fortemente nel 48enne, solo qualche tempo fa i dirigenti ne sottolineavano l’operato “inesorabile nei suoi sforzi per riportare la società a competere al livello che tutti ci aspettiamo e chiediamo”.

Emery avrebbe dovuto costruire nella prima stagione e spiccare il volo nella seconda, come abbiamo detto.

La prima stagione della sua avventura londinese, nonostante i numerosi enigmi irrisolti, segna un solco da cui partire. L’Arsenal manca, per incapacità e non per sfortuna, la qualificazione in Champions di un punto, vincendo solo una delle ultime cinque partite di Premier, e si conquista la finale d’Europa League, persa contro il Chelsea di Sarri.

Qualche segnale incoraggiante c’è, il lavoro con i giovani, la rifondazione dalla rosa e la caduta dei dogmi “wengeriani”. Unai è entusiasta per quanto pensa di poter costruire, tanto che pensa di rendere la sua squadra più all’avanguardia, durante la pre-season 2019 lavora su un’uscita palla dalla difesa più veloce e pulita, cosi come su un pressing ancora più intenso: cardini che si riveleranno poi i punti deboli dei Gunners soprattuto nelle sfide con avversari di grande livello.

I risultati d’inizio stagione sono altalenanti, l’Arsenal fa fatica e nemmeno un ritorno al passato e a tattiche più conservative restituiscono sicurezza alla squadra. Poi c’è il problema della lingua, i giocatori non capiscono il loro allenatore, saltano alcune sedute video e spesso è lo staff a dare indicazioni.

130 milioni di sterline spesi sul mercato (per Nicolas Pepe, David Luiz, William Saliba e Kieran Tierney) per rafforzare la squadra e un crollo clamoroso, con i tifosi pronti a scendere in piazza. Ecco il fallimento che si ripresenta.

Ma oltre alla mancanza di prestazioni e gioco c’è di più, le relazioni all’interno dello spogliatoio sono tesissime, le situazioni ambigue sono all’ordine del giorno.

Spogliatoio in subbuglio

Solo nel mese di ottobre, il centrocampista, nonché capitano, Granit Xhaka aveva perso la fascia dopo aver rifilato ai tifosi che lo fischiavano un clamoroso “f ** k off” .

Mentre, solo qualche settimana fa, Pierre-Emerick Aubameyang, aveva creato ulteriore caos all’interno dello spogliatoio per l’iscrizione all’AFTV, un canale Youtube dedicato ai fan, tanto da esser stato accusato di essere a capo di un gruppo di calciatori che avrebbero rovinato i rapporti tra compagni di squadra e, chiaramente, anche con l’allenatore. Il motivo sarebbe da collegare ad alcuni like messi dal centravanti del Gabon a dei contenuti pubblicati dal canale social.

L’attaccante rispose alle critiche su Instagram dicendo: “Sono appena arrivato in Gabon e ho sentito un sacco di cazzate. Parlo con chi voglio, quando voglio e se qualcuno non è contento … lo sai già. ”

All’Arsenal è venuto a mancare tutto

L’impressione è che, all’improvviso, all’Arsenal sia mancato tutto: equilibrio, motivazione, professionalità. Emery, per la prima volta in carriera, ha perso i suoi giocatori, il suo credo tattico e quello stesso desiderio che lo rendeva in qualche modo speciale.

A Londra non c’è stato nessun trionfo, solo questo fallimento, ad Unai non resta che ripartire per mitigarlo con nuove vittorie.

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