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Allenare mi fa impazzire: intervista a Christian Panucci

A metà della scorsa settimana ho visto sui social una vecchia foto di Christian Panucci, vestiva la maglia del Real e aveva tra le braccia una Coppa, una di quelle con le orecchie grandi. Ho pensato che quel trofeo Christian l’ha vinto a Madrid ma anche col Milan. Lui ha vinto anche due Supercoppe Uefa e un Mondiale per Club. É tra i calciatori italiani più vincenti nella storia, perché ha giocato nei club più prestigiosi e con dei giocatori pazzeschi. È stato un giocatore pazzesco. Un terzino che segnava caterve di gol.

“Ma quanto era forte Christian Panucci?” mi sono detto. “C’è in giro un altro Panucci?”. Sarebbe bello parlarne con lui, vedere cosa mi può raccontare dei suoi anni migliori. Così, ho recuperato il suo numero di telefono, l’ho chiamato che erano le 18:00 di un buio venerdì pomeriggio. Qualche squillo e poi ha risposto. Mi sono presentato ed è stato subito molto gentile, era indaffarato ma mi ha ascoltato e, prima di chiudere, mi ha detto “chiamami domani e ci facciamo una bella chiacchierata”. L’abbiamo fatta.

Ciao Christian, ti disturbo?

Macché, ti stavo aspettando.

Sei già pronto?

Certo, partiamo.

Van Dijk, Maguire, De Ligt assistiamo ad una continua lievitazione del cartellino dei difensori. Oggi è più complicato fare il difensore rispetto al passato o ci sono meno difensori forti in giro?

Credo ci siano, in questo momento, meno difensori forti. Van Dijk lo reputo un centrale di grandissimo livello. Maguire del Manchester, sinceramente, lo vedo un gradino sotto all’olandese anche se lo hanno pagato tanto. E De Ligt è giovane, bisogna aspettare però sta dimostrando di essere da Juventus, perciò in prospettiva vale sicuramente un top player.

L’Europa è sempre più proiettata verso un calcio posizionale e di possesso, il difensore non ha più un uomo di riferimento ma una zona e deve avere piede per cominciare l’uscita, questo è un male o un bene per il ruolo e anche per la formazione dei giovani talenti?

È chiaro che se vuoi arrivare ad avere dei difensori di qualità devi arrivarci con un lavoro che comincino da giovani. In un calcio cosi totale come quello di adesso, probabilmente, è più facile adattarsi a fare il difensore, perché basta avere i piedi buoni, un centrocampista può farlo senza problemi. È chiaro che quando poi vai sull’uno contro uno, però, diventa complicato, per cui devi saper scegliere la miscela giusta anche in questo tipo di calcio.

Allenare mi fa impazzire: intervista a Christian Panucci Real

A soli 23 anni, dopo 4 anni di Milan, arriva Sacchi e vieni venduto al Real. In una delle tue prime interviste in maglia blanca dici “Sacchi non vuole uomini di personalità, soltanto signorsi”. Senza addentrarci nel tuo rapporto con il tecnico, credi che gli allenatori dogmatici, con l’intenzione di esaltare la struttura rispetto al singolo, corrano il rischio di svilire il talento?

No. Innanzitutto con Sacchi ho sempre avuto un bel rapporto, ho un rapporto eccezionale, anche se hanno descritto invece il contrario. Quando sono andato ad allenare l’Albania è stato il primo a mandarmi un messaggio. Sacchi è un uomo che ha cambiato il calcio, una persona di grande spessore. Probabilmente, in quel momento era la mia personalità a non essere adatta. Ero molto giovane, molto esuberante con grande personalità e lui era abituato ad avere un gruppo, quello del Milan precedente, di altissimo livello ma molto scolastici, meno esuberanti di me. Credo che un allenatore faccia sempre le scelte migliori per poter vincere ed esaltare la squadra in toto, poi se un giocatore ti fa vincere non c’è mai nessun problema. In quel caso lì ci fu la mia pressione per andare a Madrid perché c’era Capello, il Real con lui, in quel momento, per me era il massimo.

Qual è l’esperienza che ti è rimasta di più dentro?

A Madrid abbiamo fatto la storia, perché abbiamo riportato la Champions in città 32 anni dopo. Tutt’ora a Madrid siamo ricordati come degli eroi, essere l’unico italiano ad averla vinta lì, essere il primo italiano a giocare nel club più prestigioso del mondo è un motivo d’orgoglio. Alla Roma, ho sempre detto, che è stata la donna sportiva più importante della mia vita, la donna calcistica. Ho vissuto delle emozioni a Roma straordinarie, io continuo a vivere a Roma. Magari non ho vinto titoli importanti come con il Milan o il Real, però è un questione di complicità.

Terzino destro, ma anche sinistro, all’occorrenza centrale, 34 reti messe a segno in Serie A, che ti rendono tra i difensori più prolifici di sempre. Capello di te diceva “il migliore al mondo”. C’è un nuovo Panucci in giro o qualcuno che ti assomigli?

A Roma ho fatto 31 gol, almeno dieci in più rispetto a qualunque altro, questo è un altro trofeo che porto dentro di me. Non so se c’è qualcuno che mi assomiglia. Per certi versi le mie sembianze le ritrovo in De Sciglio. Adesso mi rivedo un po’ in Ghiglione del Genoa, per come mette la palla. Poi c’è sempre qualcun altro, qualcuno migliore. Io ero io e gli altri hanno le proprie qualità.

Allenare mi fa impazzire: intervista a Christian Panucci Milan

A 19 anni, fai il grande passo dopo gli esordi al Genoa. Arrivi al Milan e nel tuo ruolo c’è un mostro sacro come Mauro Tassotti. Cos’hai pensato in quel momento?

Sicuramente sono arrivato come uomo mercato nonostante avessi 19 anni. Sapevo che non sarebbe stata facile però entravo in un gruppo di straordinari campioni, capì subito perché avevano vinto tanto. Si misero subito a mia disposizione per aiutarmi, per farmi crescere. Dopo due mesi giocavo titolare e, probabilmente, quella personalità di cui ti parlavo è uscita fuori lì. Poi, per quanto riguardo Mauro Tassotti, lui per me rimane un uomo e un campione straordinario, ed è stato un piacere sia essere suo compagno che suo sostituto nel Milan.

A proposito di spogliatoio, nel 95’ lo hai condiviso con Weah e Roberto Baggio, c’è qualche aneddoto che magari li vede coinvolti?

George Weah era straordinario, dopo ogni suo gol facevamo sempre un balletto assieme. George era scaltrezza, forza, intelligenza, un giocatore unico in quel ruolo, oggi guadagnerebbe e costerebbe cifre improponibili. Parliamo di campioni immensi, ci si diceva “metti la palla in banca”. Quando la davi a Roberto la mettevi in banca, potevi andare a prendere il caffè e poi tornare, la palla l’aveva ancora lui.

Allenare mi fa impazzire: intervista a Christian Panucci RomaA Roma, invece, c’erano Cassano, Totti e Batistuta, il miglior attaccante con cui hai lavorato lo hai incontrato qui?

Il più grande di tutti è stato Marco Van Basten in assoluto, sopra ognuno. Poi Bati, Totti sono stati di top livello, anche Cassano ma non metterei nessuno all’altezza di Marco.

Restando su Roma e Milan, come valuti Fonseca e cosa manca al Milan per tornare grande?

Fonseca sta facendo un lavoro eccellente, ha una squadra di grandissima qualità. Riuscire a fare una fase difensiva e metterla apposto dopo le prime giornate è sintomo di grande lavoro, di un allenatore che vede le cose. Gli vanno fatti i complimenti. Per quanto riguarda il Milan, credo che sia una buona squadra. L’hanno sempre detto che hanno cominciato un percorso di crescita, ci vorrà qualche anno, però un po’ di qualità ce l’hanno, sicuramente valgono più dei punti che hanno adesso. Se dovesse arrivare Ibra porterebbe un po’ la tensione su sé stesso, ha la personalità per prendersi responsabilità, è un campione e potrebbe dare una mano. Poi, dipende dagli equilibri societari ma Ibra è Ibra.

Oggi Panucci è anche un allenatore. Nella tua carriera hai lavorato con i migliori allenatori italiani del secolo: Trapattoni, Capello, Sacchi, Lippi. Quanto c’è di loro nel tuo calcio?

Io ho avuto la fortuna di avere tutti questi grandi allenatori. È chiaro che ognuno poi ci mette del suo, le sue idee. Naturalmente dipende anche dalla rosa dei giocatori che hai. Ho avuto grandi maestri e la mia speranza è quella di fare qualcosa di grande anch’io.

Hai ricucito il rapporto con Capello dopo l’avventura russa?

Non ci siamo mai più visti ma non c’è nessun problema, nella vita si guarda sempre avanti.

La tua ultima gara in Nazionale è stata ad Euro 2008, ma nel biennio che ha portato al Mondiale del 2006 non sei mai stato preso in considerazione da Lippi nonostante fossi un giocatore integro. Pensi ancora a quel Mondiale e cosa avrebbe potuto significare?

Si. Ci penso, ci penso eccome. Quell’anno avevo fatto dodici gol tra campionato e coppe, per questo ci penso. Però il mio rapporto con Lippi era chiuso ed era normale che lui non mi prendesse in considerazione. Io non ho mai sperato di andarci anche se per quello fatto sul campo lo meritavo. Nessun rimorso. Nella vita, cosi come nel calcio, si prende in tutte le circostanze. Io sono stato un privilegiato, ho vinto quasi venti trofei, ho giocato nei club più importanti del mondo, quindi non posso parlare di aver perso qualcosa, è tutto parte della vita.

Sei uno tra i calciatori italiani più vincenti di sempre in Europa, con 2 Coppe dei Campioni, una Supercoppa Uefa e un Coppa Intercontinentale. L’ultima squadra italiana a trionfare in Europa è stata l’Inter nel 2010. Cosa è mancato in questi anni e, soprattutto, credi che ci sia ancora un gap tra le big nostrane e quelle europee?

La Juve in Italia è una spanna sopra a tutte. Il Napoli sta facendo bene, perché nel suo girone ha preso 4 punti ai Campioni d’Europa. Il problema è che noi in Italia diciamo sempre “questa è una grande squadra”. La grande squadra vince, prima di dirlo bisogna vincere. Anche in Europa League facciamo fatica. Il gap da colmare c’è. Noi stiamo tornando ai nostri livelli. I campionati esteri hanno più budget, quindi più qualità ma poi lavorano molte meglio con i settori giovanili, questo aiuta la crescita di un movimento e i ricambi. Noi stiamo prendendo una strada giusta basta guardare la Nazionale.

A proposito di Nazionale che ambizioni può avere all’Europeo?

Io spero che Mancini possa fare bene. Bisogna dire la verità, ha avuto un girone abbastanza facile. Però fare 30 punti non è semplice. C’è qualità per arrivare fino in fondo ma i veri test arriveranno quando si affronterà quella competizione, per giudicare la squadra dobbiamo aspettare l’Europeo.

Una delle tue più importanti esperienza in panchina l’hai vissuta in Albania. Come la valuti e, sopratutto, quali sono i perché di un esonero arrivato alla prima partita di qualificazione ad Euro 2020?

Innanzitutto è stata un’esperienza di un prestigio enorme. Ho trovato una federazione molto seria, un Paese bellissimo, educato dove sono stato benissimo. Purtroppo, prendere la panchina dell’Albania dopo Euro 2016 credo fosse per un’allenatore la cosa più difficile di tutte. Loro per la prima volta nella storia erano stati agli Europei, se c’era un panchina difficile era quella dell’Albania. L’ho presa quarta nel girone delle Qualificazioni Mondiali ed è arrivata terza. Sapevo che quell’impresa era irraggiungibile, forse lo sarà per i prossimi venti o trent’anni, sarà molto difficile. Però, ho avuto un grande gruppo, ho fatto un grande lavoro con ragazzi molto seri. L’esonero me l’aspettavo, perché essendo un testone avevo pochi rapporti con la stampa e quindi mi massacravano, se avessi pareggiato io 2-2 con Andorra mi avrebbero fatto nero. Quando sono stato allontanato sapevo che era giusto così. Loro volevano dare una sterzata e io non ho nessun rimorso. Alla fine vediamo che sono quarti nel sorteggio.

Che ambizioni e che programmi ha Panucci per il futuro?

Ho avuto delle proposte all’estero ma ho rifiutato, perché volevo aspettare. Vediamo cosa ne esce, qualcosa che bolle in pentola c’è ma per il momento sono solo chiacchiere. Spero di tornare in panchina al più presto possibile perché mi manca un po’ il campo, è un ruolo che mi piace, mi fa impazzire, mi ci vedo, voglio coltivare questo sogno.

Il sogno è la Serie A?

Magari. Però ho l’umiltà di capire che le cose si ottengono piano piano e se si ottengono in questo modo sono più belle. Poi, alla fine devi sempre avere la fiducia di qualcuno, perché vedi allenatori che arrivano più velocemente per questa fiducia. Io non sto lì a cercarla, voglio meritarmela come mi ha insegnato la mia famiglia. Ho fatto un po’ più fatica, probabilmente mi piace fare più fatica. Faccio un giro un po’ più lungo sperando comunque di arrivare.

Grazie Christian.

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