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Il calcio secondo Saba

Il calcio secondo Saba potrebbe sembrare a molti di voi un titolo pretenzioso, uno dei tanti altri modi per essere poco più che banali.
Una maniera forzata di applicare i concetti stra-sbandierati del romanticismo, della nostalgia e dell’epica ad uno sport, al calcio.

Il calcio secondo Saba, però, non nasce con l’intento di costruire poesia sul calcio, di imbottirlo con parole inutili. Il calcio secondo Saba è, bensì, per chi scrive, la sorpresa di rintracciare un uomo che nel calcio ha trovato la poesia della vita e il tentativo di rendere partecipe chi legge di quest’emozione.

Umberto Saba, il poeta, non era un appassionato di calcio, non lo seguiva. Eppure come un Odisseo richiamato dalle muse, avvertì la potenza e la prossimità del calcio alla vita dalle emozioni che trasparivano sul volto del suo ragazzo di bottega, Carlo Cerne.

Il fido Carletto, che intratteneva, per definizione di Saba, i clienti strani e che, in futuro, si sarebbe finto proprietario della Libreria Antiquaria quando il poeta dovette nascondersi per la persecuzione degli ebrei, viveva di un umore lunatico ogni lunedì.
La domenica, infatti, si recava allo Stadio per seguire la Triestina e, a seconda che queste vincesse o perdesse, di lunedì si presentava radioso o afflitto.

Volle avvicinarsi, allora, alla cosa più importante di tutte tra le cose meno importanti recandosi allo stadio insieme a Carletto. Lo fece un paio di volte. Bastarono. 

Dai riscontri sappiamo che seguì un Triestina-Ambrosiana (1933). In campo c’è Giuseppe Meazza che sbaglia un rigore, e la partita tra quella che era l’Inter, che non si poteva chiamare così per l’Internazionale Comunista, e i padroni di casa finisce zero a zero.

Queste poche esperienze fecero si che un uomo non appassionato di sport cominciasse a scrivere di sport, cominciasse a scrivere poesie sul calcio, a trovarle dentro di esso: “Trepido seguo il vostro gioco. Ignari esprimete con quello antiche cose meravigliose.”
Ecco cosa significa tifare per una squadra, quanto questo basti per far riaffiorare nell’uomo un impulso vitale atavico.

Umberto Saba capì che il calcio conteneva tutto, non era poesia, era vita e lui scriveva della vita con le parole giuste per crearla la poesia. Così, nella sezione Parole del terzo volume del suo Canzoniere (1934), troviamo il calcio secondo Saba ne’ Le Cinque Poesie per il gioco del calcio.

Il mondo del pallone che è ritratto, come frutto naturale della sua poetica, è un mondo senza esagerazioni, vicino a quelle che sono le condizioni esistenziali dell’uomo, vero più che straordinario, crudo, esaltante ma anche triste.

La stessa partita può risultare povera, non eccezionale ma, allo stesso tempo, ricca fino allo spasimo, perché di straordinario ed esagerato c’è il modo in cui questa partita viene percepita. I gesti tecnici non hanno pathos, ma siamo noi a viverli in questo modo e a donarglielo.

Nella poesia Tre momenti racconta quel pareggio a cui assistette: Nessun’offesa varcava la porta.

Ma è il primo componimento a restituirci ciò che il poeta ha provato davvero. In Squadra Paesana troviamo un uomo che era lontano dal calcio e poi, all’improvviso, vicino a tutti quelli che erano lontani, invece, dalla poesia. Ora c’era qualcosa in comune.

Anch’io tra i molti vi saluto, rosso-alabardati,
sputatidalla terra natia, da tutto un popolo amati.
Trepido seguo il vostro gioco.
Ignari esprimete con quello antiche cose meravigliose
sopra il verde tappeto, all’aria, ai chiari
soli d’inverno.
Le angosce che imbiancano i capelli all’improvviso,
sono da voi così lontane!
La gloria vi dà un sorriso fugace: il meglio onde disponga.
Abbracci corrono tra di voi, gesti giulivi.
Giovani siete, per la madre vivi;
vi porta il vento a sua difesa. V’ama
anche per questo il poeta, dagli altri
diversamente – ugualmente commosso.

In Squadra Paesana Umberto Saba si riferisce ai giocatori, in particolare a quelli della squadra del paese, per il legame quasi viscerale che corre tra questi e i tifosi, la comunità che rappresentano. Si richiama al senso di collettività ma ci si sofferma anche sul singolo: il calciatore ignaro eroe ed eterno, il poeta uomo alla stregua degli altri ma unico capace di cogliere la poesia e l’epicità che si cela dietro a quelle casacche che si trasportano sul campo.

La più celebre delle Cinque poesie sul gioco del calcio è Goal:

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non vedere l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con la mano, a sollevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo: intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questi belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.

In Goal ci si sofferma sulla rete, il momento del sentimento puro, in maniera quasi classica.

In questo brano Saba anticipa la regia televisiva moderna. Pensate ad una rete segnata, la regia va in primo piano sul portiere che ha subito il goal e che viene consolato, poi l’inquadratura si allarga sulla squadra e la folla che esulta. 

Ma la parte più affascinante, l’intuizione del poeta, e riservata all’altro portiere che, quello che esulta da solo, e dice “della festa anch’io son parte”.  

La solitudine del numero uno che stride con la gioia smisurata degli altri.

Soli nella tristezza ed in compagnia nei momenti di gloria, emozioni incontenibili, reazioni psicologiche evidenti. Il parallelismo tra dolore e felicità come un passe-partout nell’interpretazione di tutte le cose.

Il calcio secondo Saba è metafora dell’esistenza. 

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