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Vincere senza divertirsi o divertirsi senza vincere?

Ormai da mesi il dibattito è sempre lo stesso: la filosofia del bel gioco contrapposta al principio scarno del risultato. Vincere senza divertirsi o divertirsi senza vincere?

Se non stessimo parlando di sport sarebbe quasi dolce naufragare in questo dibattito amletico, calarsi in questo gioco delle posizioni per poi difenderne una. Però è di sport che stiamo parlando e, per quanto questo possa essere un gioco, ha uno scopo: la vittoria.

“Vincere senza divertirsi o divertirsi senza vincere?” diventa, allora, quasi una questione pretenziosa. “Giocar bene o giocare male” dal piano estetico va risolta in quello del risultato: se hai vinto bene, se hai perso male. Perché la realtà è che a nessuno piace perdere.

Prendiamo il caso dell’ultima Supercoppa, la prima finale persa da Sarri in bianconero. Il tecnico di Figline era stato atteso, dal popolo e della dirigenza bianconera, come l’uomo del gioco nuovo, dello spettacolo, della modernità rispetto all’obsolescenza d’Allegri. Ogni frangia bianconera era coesa con le altre in questa propensione al bello.

Così è scomparsa la vecchia Juve ma non è apparsa la nuova. È arrivato il primo obiettivo stagionale fallito, non si è vinto e, soprattutto, qualcuno si è accorto che se non si vince non ci si diverte.

Il tifo ha cominciato ad usare ironia per non piangersi addosso e non scoprirsi vedovo d’Allegri. Lapo ha urlato vergogna. Ronaldo ha scoperto che anche lui può perdere una finale e Pjanic, che non ha toccato 500 palloni, ha ammesso i passi indietro.

L’umore alle stelle era sulla altra sponda, batteva nel cuore di Simone Inzaghi. Il fratello di Pippo, quello che nessuno ha mai accostato ad una catena di pensiero, quello che non ha mai voluto divertirsi.

Attenzione e pragmatismo, attesa, ripartenze, poche palle giocate in verticale. Pochi ingredienti per rendere la sua Lazio una sorpresa in Europa nel giro di tre anni e mezzo. Ieri è arrivata la seconda Supercoppa sotto la sua gestione.

Mentre Sarri imbottiva la sua rosa di giocatori offensivi per creare trame, lui, senza paura ha tolto due tra i giocatori più tecnici tra i biancocelesti (Leiva e Luis Alberto) per non restare in dieci e assicurare equilibrio e sicurezza. Ha vinto e si è divertito. 

Ma tutto ciò è questione pretenziosa anche se si ascoltano le parole di De Zerbi, battuto dal Napoli a pochi minuti dalla fine. Lui cultore del bello che si immola per il risultato: “se vogliamo fare lo step in più dobbiamo capire che l’obiettivo del gioco che produciamo è la vittoria, nient’altro. Non dobbiamo accontentarci della forma, dell’estetica. La strada che abbiamo intrapreso deve portare alla vittoria e devono girarci le scatole se in una partita del genere non riusciamo a raccogliere i tre punti”.

La vittoria, per chi scrive e per chi legge, soprattutto quella è divertente, la sconfitta è triste. Quando c’è un titolo in palio non può esserci bel gioco che tenga. Che sia la finale di un Mondiale, oppure di Champions, di torneo fra scapoli e ammogliati. Viviamo per il risultato. Badiamo al sodo come gli animali che per natura siamo, non c’è religione che tenga.

Vincere senza divertirsi è impossibile, quanto lo è divertirsi senza vincere.

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