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De Laurentiis è alla fine dei giochi?

Nei 16 anni di gestione De Laurentiis la Società Sportiva Calcio Napoli ha intrapreso un cammino di progressiva crescita. Dal fallimento del 2004, con conseguente perdita del titolo sportivo, il Napoli Soccer (prima denominazione del club dopo il fallimento) ha inanellato una serie di risultati sportivi utili volti a riportare sul palcoscenico europeo una delle squadre più rispettate in Italia e oltralpe tra gli anni 80 e 90. Il giocattolo di De Laurentiis però, da un anno a questa parte, pare essersi rotto. Per indagare le ragioni di tale battuta d’arresto bisogna focalizzare la propria attenzione sul 2011, anno in cui la gestione societaria napoletana cambia radicalmente. 

L’ingenuo di Voltaire

Come l’urone ingenuo di Voltaire - che da una vita tutta natura campestre canadese si trova catapultato nella “civilissima” e “cristianissima” Francia - Aurelio De Laurentiis nel 2011 si ritrova catapultato in una realtà diversa, una realtà che non aveva mai vissuto e che si era fatto solo raccontare.  L’ingenuo di Voltaire, nel suo affrontare una realtà socialmente così diversa dalla sua, mette in evidenza - con la sua franchezza e la sua ingenuità - le particolari storture della monarchia del re francese Luigi XIV e soprattutto le contraddizioni della religione cattolica con particolare riferimento agli uomini di Chiesa. Aurelio De Laurentiis, invece, alle sue prime esperienze in campo internazionale fa trasparire più di una volta un grande senso di inadeguatezza. Vedere il proprio Napoli - con un valore approssimativo non superiore ai 180milioni di euro - fronteggiare avversari del calibro di Villarreal, Manchester City, Bayern e Chelsea è motivo d’orgoglio, ma anche di grande difficoltà.  Difficoltà dovute ad un progetto societario non ancora all’altezza e ad una rosa composta nella sua totalità da giocatori che non avevano alcuna esperienza internazionale (ad esclusione di Andrea Dossena, ex-Liverpool). Questo senso di ingenuità, misto a inadeguatezza, non hanno però compromesso il cammino del Napoli in Champions durante la sua prima apparizione. Il Napoli è riuscito a ben figurare con avversarie di gran lunga più attrezzate e più blasonate grazie alle capacità manageriali di Walter Mazzarri. Quest’ultimo è riuscito a infondere nei propri giocatori quello spirito d’appartenenza che ha condotto poi la rosa del Napoli a prestazioni inimmaginabili, sebbene anch’egli peccava di inesperienza in ambito internazionale.  De Laurentiis, conscio delle opportunità - non solo mediatiche - che un progetto di respiro europeo poteva garantire, decide di comune accordo con Mazzarri di interrompere l’esperienza lavorativa con il tecnico toscano alla fine del suo contratto nel giugno 2013. Ad aggiungere ulteriore amaro in bocca ai tifosi partenopei ci pensò Edinson Cavani - incredibile mattatore uruguagio - che decise di lasciare il Napoli proprio al termine di quella stagione.  
De Laurentiis è alla fine dei giochi?
Edinson Cavani e Walter Mazzarri

Eurialo e Niso

La stagione 2013-2014 del Napoli inizia con il botto. Aurelio De Laurentiis decide di mettere a frutto gli introiti economici che gli ottimi risultati sportivi della gestione Mazzarri gli hanno garantito, mettendo sotto contratto l’allenatore spagnolo ex-Liverpool Rafa Benitez.  Aurelio decide di ingaggiare un allenatore del calibro dello spagnolo per garantire una certa continuità di apparizioni sul palcoscenico europeo. Il presidente del Napoli decide inoltre di investire più di 100milioni di euro circa in una rifondazione totale della squadra, garantendo le acquisizioni di atleti che siano in perfetta accordanza con le idee calcistiche di Rafa. Benitez - forte della sua nomea - riesce a portare all’ombra del Vesuvio giocatori del calibro di Gonzalo Higuain, Raul Albiol, Pepe Reina e Jose Maria Callejon. Tutti prodotti dei settori giovanili di Real Madrid e Barcellona. Proprio a voler certificare l’impegno societario e manageriale di voler costruire un nuovo Napoli, non più solo protagonista in ambito nazionale, ma anche capace di grandi imprese (come quella del 2011-2012) in Champions. Sotto la direzione tecnica dello spagnolo il Napoli di De Laurentiis è passato da un terzo posto in Serie A, con annessa vittoria della Coppa Italia (Napoli - Fiorentina 3 1), ad una vittoria della Supercoppa Italiana (Juventus - Napoli 6 7) e ad un quinto posto in campionato con esclusione dalla Champions League per l’anno successivo. Un rollercoaster di emozioni.  Sebbene il popolo napoletano sia abituato all’incostanza eterna dello status quo, la dimensione calcistica è posta su un piano metafisico altro: su questo piano del “reale” non è ammesso l’errore, o meglio, non è ammesso il perpetuarsi dell’errore.  Rafa Benitez, dopo i due successi conquistati (lontani nel tempo per più di 20anni), finì sul banco degli imputati. Tutti volevano la testa di Rafa Benitez, soprattutto Aurelio De Laurentiis - il maggior defraudato dall’operato dello spagnolo. Ma su questo punto è meglio soffermarsi. Il rapporto lavorativo tra De Laurentiis e Benitez nacque e si consolidò sulla costiera amalfitana. L’intento del presidente del Napoli era (come traspare in precedenza) quello di creare una certa alchimia con l’uomo che di lì a poco avrebbe dovuto coronare gli enormi sforzi messi in campo durante l’era gestionale targata De Laurentiis.  
De Laurentiis è alla fine dei giochi?
Presentazione alla stampa di Rafa Benitez
Il rapporto di amicizia che nacque tra i due è paragonabile al rapporto di amicizia che Virgilio descrive quando ne l’Eneide ci parla di Eurialo e Niso. 
« … Appresentossi in prima Eurïalo con Niso. Un giovinetto di singolar bellezza Eurïalo era; e Niso un di lui fido e casto amico »          Virgilio, Eneide
Il particolare rapporto che lega i due giovani guerrieri troiani è definito dall’autore “amore”, ciò che nel contesto dell’epoca va inteso come serena  manifestazione di continuità tra l’amicizia fraterna e l’affettuosità omoerotica.
Eurialo e Niso, Jean Baptiste Roman
Come Eurialo e Niso, Aurelio e Rafa instaurano un rapporto d’amicizia fraterno e di mutuo rispetto. Alla ricerca di una base solida su cui costruire i futuri traguardi.  Però la realtà non si rispecchia mai totalmente nella lirica mitica, e quello che era un solido intreccio interpersonale - nel giro di due moti circolari terrestri - si trasforma nel paradosso per eccellenza: la coesistenza di amore e odio.  Rafa Benitez non si identifica più con l’idealizzazione che De Laurentiis aveva fatto di lui illo tempore. Egli diventa il capro espiatorio perfetto per incanalare tutto il livore dei desideri insoddisfatti di De Laurentiis e tifoseria.  Il rapporto tra tecnico&dirigenza e tecnico&tifoseria è ormai indissolubilmente incrinato, e soltanto un colpo di spugna potrà ricostruire invece quella fievole fiducia che la tifoseria serbava nei confronti della gestione societaria della SSC Napoli. 

Una rinascita (mancata) di sangue, sudore e identità

L’11 giugno 2015 il presidente romano decide di affidare le redini tecniche del Napoli al toscano Maurizio Sarri.  Self-made man del mondo pallonaro, come direbbero molti. Un uomo della gavetta, quella seria. Non quella fatta di panchine di Primavere e squadrette di Serie B perché ex giocatore di Serie A, ma quella che parte dalla Seconda Categoria con lo Stia e prosegue a Faella, per poi arrivare alla sua prima apparizione - dopo mille tribolamenti, propri di qualsiasi eroe Omerico - dopo 15 anni, su un palcoscenico semi-professionistico. 
De Laurentiis è alla fine dei giochi?
Prima conferenza stampa di Sarri come nuovo tecnico del Napoli
Il rapporto, questa volta, tra il neo-tecnico del Napoli Maurizio Sarri e De Laurentiis nasce in maniera più blanda, più sobria: nessuna mini crociera in costiera amalfitana o tra le bellezze naturali di Capri a siglare un patto di sangue.  Maurizio Sarri è un ex-banchiere, figlio di un operaio, che un giorno della sua vita decide di mollare il cosiddetto posto fisso per inseguire un sogno che alla fine si è tramutato in realtà. Non è un tecnico della fama dello spagnolo, ed è proprio per questo motivo che il rapporto tra il presidente e l’allenatore non è fatto di riverenza e stima aprioristica. Quella stima Sarri se la sarebbe dovuta guadagnare con i risultati sul campo attraverso sangue e sudore. Il triennio sarrista è ben noto anche a quelli che non masticano calcio.  L’ambiente partenopeo riesce a compattarsi come mai prima d’ora sotto un’identità ben coesa e i limiti individuali dei singoli, uniti ai limiti strutturali di una società che non è paragonabile alle potenze in campo nazionale e sovra-nazionale, appaiono poca cosa rispetto ad un progetto tattico chiaro e altamente promettente.  Malgrado l’incredibile esperienza calcistica vissuta all’ombra del Vesuvio sia stata stupefacente (tanto da attrarre l’attenzione di club e media europei), il vissuto non si accompagna a risultati giudicati soddisfacenti da un Aurelio De Laurentiis che alcuni mesi dopo aver concluso i rapporti lavorativi con Maurizio Sarri lancia un attacco per nulla velato al ex-tecnico del Napoli. 
De Laurentiis: “91 punti? Non mi fate incazzare pensando a quei 91 punti che servono soltanto a chi dico io”
I motivi della rottura sono molteplici e non sono gli stessi che tre anni prima hanno spinto il presidente del Napoli a interrompere la collaborazione con Benitez. Da una parte, Maurizio Sarri ha rappresentato la scelta migliore per una società che da 8anni a questa parte è in continua lotta ai vertici della Serie A ma che è manchevole di una forza economica strutturale che possa farle compiere quel salto richiesto per il raggiungimento di un traguardo prima sportivo e poi economico (la vittoria del massimo campionato calcistico italiano e l’approdo ai Quarti di Finale di UEFA Champions League).  Maurizio Sarri ha perseverato nella costruzione di un progetto tattico volto all’inseguimento del sogno tricolore, tralasciando volutamente gli impegni in ambito europeo. Nel corso del suo triennio all’ombra del Vesuvio il tecnico toscano non ha avanzato pretese economiche eclatanti alla dirigenza partenopea, ma si è concentrato solo sul tempo concessogli. La dirigenza De Laurentiis durante la guida Sarri ha continuato incessantemente un’opera di acquisti di giovani prospetti utili (nel 70% dei casi), non solo, nel breve periodo alla causa del tecnico, ma anche volti a creare potenzialmente grossi margini di profitto nel lungo periodo.  Nulla di straordinario. Semplice amministrazione finanziaria che ben si è sposata con la guida tattica del tecnico di Figline Valdarno.  Ma dall’altra, la scelta consapevole di snobbare gli impegni calcistici in ambito europeo - con conseguente mancanza di introiti economici provenienti dalla qualificazione ai gironi prima e alla fase ad eliminazione diretta poi in Champions - e il finale tentennamento mostrato dal tecnico toscano dinanzi ad un rinnovo contrattuale offertogli nel maggio del 2018, sono tra le motivazioni che hanno leso l’orgoglio (e il portafoglio) di Aurelio De Laurentiis.  E hanno spinto quest’ultimo alla ricerca suicida di un nuovo tecnico a cui affidare le ambizioni e le speranze di una piazza che difficilmente avrebbe dimenticato la figura ingombrante - anche e soprattutto per Aurelio - di Maurizio Sarri.

Una pasta scaldata dal sapore diverso

23 maggio 2018. Mentre il silenzio assordante di De Laurentiis incupisce Maurizio Sarri, lo stesso presidente del Napoli negli studi della Filmauro a Roma stringe un accordo di massima su base triennale con il prossimo allenatore del Napoli. Aurelio De Laurentiis stupisce tutti e si prende la piazza partenopea portando un pezzo da novanta a Napoli. Carlo Ancelotti. Il Carlo Ancelotti del grande Milan, il Carlo Ancelotti della Premier al primo anno con il Chelsea, il Carlo Ancelotti della dećima con il Real Madrid. Il Re di Coppe. 
Carlo Ancelotti e Aurelio De Laurentiis alla firma del contratto
 Benché l’eredità calcistica e culturale lasciata da Maurizio Sarri sia rilevante, Carlo Ancelotti si presenta con la sua pacatezza che l’ha sempre contraddistinto da calciatore prima e da allenatore poi. Il tecnico emiliano mette in chiaro sin da subito di essere un allenatore aziendalista, e che la sua gestione della SSC Napoli camminerà di pari passo con la visione societaria proposta dal patron azzurro.  Aurelio De Laurentiis appare visibilmente eccitato all’idea di essere riuscito ad ingaggiare - a detta sua - uno dei top3 allenatori più forti del mondo. Difatti, la comunicazione social del Napoli cresce all’impazzata. Proprio a voler sfruttare il consenso mediatico che gravita intorno ad una figura di rilievo mondiale come quella di Ancelotti.  Tra i due parrebbe riproporsi lo stesso tipo di amicizia/amore ripropostosi anni or sono tra Aurelio e il tecnico spagnolo Rafa. Eurialo e Niso di nuovo. Soltanto che questa volta il gioco-forza instauratosi tra i due parrebbe diverso: se attraverso il rapporto di lavoro con Benitez era palese l’emergere di quell’ingenuità dovuta all’inesperienza di De Laurentiis a trattare con un allenatore di un certo calibro, Aurelio con Ancelotti decide di non lasciare il ruolo da protagonista a quest’ultimo ma, punta a rendersi comprimario sulla scena mediatica. Cosicché tutti sappiano che l’errore di aver lasciato troppa autorità decisionale ad un allenatore non si ripeterà più.  De Laurentiis è sicuro che le capacità manageriali di Ancelotti ben si confaranno alle ambizioni del suo Napoli, malgrado non metta a disposizione di Ancelotti sin da subito un capitale economico da re-investire per poter modellare a proprio gusto la rosa.  Ancelotti inizia però immediatamente a mettere in chiaro la sua volontà di non voler rivoluzionare l’operato del suo predecessore (anche perché enormi cambiamenti in rosa non ce ne furono). Il suo intento sarebbe quello di integrare maggiore verticalità alla manovra offensiva del Napoli aggiungendo alcuni piccoli ritocchi alla formazione in fase di possesso e costruzione.  L’idea del tecnico emiliano è quella di adattare una rosa composta totalmente da giocatori educati al 4-3-3 ad un tradizionale 4-4-2, con l’inserimento di alcuni innesti provenienti dal calciomercato (Manolas, Fabian Ruiz e Di Lorenzo su tutti). Acquisti che si ultimeranno totalmente soltanto nell’estate di quest’anno.  
De Laurentiis è alla fine dei giochi?
A sinistra il 4-3-3 si Sarri e a destra il 4-4-2 ultimato di Ancelotti
La scelta del 4-4-2 è volta - oltre ad aumentare la verticalità di un gioco che (a detta di Ancelotti) si concentrava troppo sul giro palla dimenticandosi di premiare repentinamente i movimenti degli attaccanti e delle ali - a mettere in scena un sistema di gioco che avrebbe dovuto concedere pochissimi punti di riferimento alla squadra avversaria sapendo adattare le posizioni dei singoli in campo in base all’avversario fronteggiato giornata dopo giornata.  L’ibrido 4-4-2 si sarebbe trasformato in un 2-4-4 in fase di costruzione avanzata e in un 4-4-2 standard in fase di non possesso a schermare la trazione offensiva avversaria con pressing sul portatore di palla scaricato agli interni di centrocampo.  La disponibilità di due centrali di difesa forti fisicamente e dotati di ottime capacità di palleggio come Koulibaly e Manolas ha reso vita facile alla costruzione dal basso della manovra offensiva.  Sulla sinistra l’alternarsi tra l’infortunato Ghoulam e il portoghese Mario Rui ha, sin da subito, destato parecchi dubbi sulla riuscita dell’esperimento in questione. Sulla destra invece l’innesto di Giovanni Di Lorenzo ha rappresentato una sorpresa in positivo. Una manovra fluida in fase offensiva e un’attenzione particolare in fase di lettura difensiva hanno garantito la titolarità fissa all’ex Empoli, a discapito di un Hysaj troppo in difficolta con i compiti offensivi richiestigli da Carlo Ancelotti.  Come è facile notare, il compito del pressing se imputato ad un singolo per volta nella maggior parte dei casi risulta inefficace se non si dispone sempre in campo di un giocatore come Allan.  Ed infatti il Napoli, non disponendo nei due anni (anno e mezzo) di guida tecnica di Ancelotti di un rimpiazzo adeguato ad Allan, non ha saputo fare sua questa indicazione tattica altamente fondamentale per lo sviluppo del gioco, sia in fase difensiva che in fase offensiva. Il Napoli ha dovuto sopperire alla mancanza di materiale umano per il centrocampo con esperimenti d’ogni genere: Allan titolare fisso in combina con uno a turno tra Hamsik (prima di essere ceduto nel gennaio del 2019), Zielinski e Fabian Ruiz.  Piotr Zielinski è ancora in ricerca di una collocazione tattica stabile che gli garantisca serenità decisionale e di manovra. Fabian Ruiz ha alternato l’interno di centrocampo con la collocazione sulla fascia sinistra in mancanza di un vero esterno di centrocampo. Lo spagnolo ha saputo - per larghi tratti - ben interpretare il ruolo affibbiatogli da Ancelotti, sia quando gli veniva richiesta maggior copertura al centro del campo sia quando gli veniva richiesta una spinta maggiore in trazione offensiva. Jose Maria Callejon rappresenta nella visione del tecnico emiliano, come in quella del tecnico toscano, un punto fondamentale delle due fasi del Napoli. Il supporto dello spagnolo in fase difensiva d’accompagnamento al pressing e alla transizione difensiva è di primaria importanza, tanto da considerarlo un difensore aggiunto in fase di non possesso. In fase di costruzione il suo apporto risiede primariamente nell’alternativa di scarico concessa ad un eventuale giro palla che diventi troppo sterile tra i centrali di centrocampo. Da non dimenticare i suoi continui movimenti senza palla volti a liberare spazi tra le linee verticali di centrocampo e i suoi tagli alle spalle della difesa avversaria.  Successivamente sul versante sinistro del centrocampo andrà a stanziarsi Lorenzo Insigne, il capitano. Dopo i primi 6 mesi in cui il partenopeo ha affiancato Arkadiusz Milik come punta/mezzapunta (con risultati altalenanti), il talento di Fratta viene spostato sulla fascia sinistra affinché riesca a destreggiarsi con maggior consapevolezza dei propri limiti in un zolla di campo che conosce come le sue tasche.  I compiti offensivi vengono lasciati ad Arkadiusz Milik e a Dries Mertens, capaci di giocare da comprimari svolgendo uno - Mertens - compiti di movimento in profondità concedendo un’alternativa di gioco lunga per i centrali di centrocampo e le ali di centrocampo, e l’altro - Milik - compiti di fulcro del gioco accentrandosi a mo’ di boa sulla trequarti per smistare palla sulle fasce e consequenzialmente riposizionarsi in area per un eventuale traversone proveniente dalle ali o dai terzini in sovrapposizione.  Le indicazioni qui delineate sono delle semplici linee guida che Ancelotti ha cercato di instillare con il tempo nei giocatori, rendendoli comunque consapevoli della libertà di movimento e di decisione che gli veniva concessa una volta calcato il campo da gioco.  Le prime criticità riscontrate risalgono a dicembre 2018. Dopo un inizio molto promettente in campionato e il raggiungimento di un tabellino di marcia in Champions League di tutto rispetto, le capacità manageriali di Ancelotti iniziano a vacillare.  La sua rinomata capacità gestionale dello spogliatoio soccombe difronte alla richiesta esplicita di un maggior interventismo tattico volto a sopperire ai limiti dei singoli.  L’ampia conoscenza di Carlo Ancelotti del palco scenico europeo è un’arma che il Napoli ha saputo sfruttare al massimo, senza però ottenere la tanto bramata qualificazione agli Ottavi di Finale di Champions. C’è da dire che combattere strenuamente in un girone di ferro composto da Liverpool (futura regina d’Europa), PSG e Stella Rossa non è per nulla scontato. La mano di Ancelotti si è vista, ed infatti i tifosi non hanno recriminato una qualificazione mancata. Discorso diverso per la seconda parte di campionato. 
De Laurentiis è alla fine dei giochi?
Fonte Serie A - Classifiche, Sky Sport
Il Napoli di Ancelotti inizia a perdere smalto: l’idea tattica di base proposta dal tecnico non è sufficiente e il Napoli cade in un vortice fatto di sterile palleggio a metà campo, alternative vacue nei movimenti offensivi degli attaccanti e difficoltà in fase di lettura da parte di una coppia di centrali difensivi che interpreta il ruolo in maniera precipuamente similare. 10 vittorie, 5 pareggi e 4 sconfitte. Questo lo score della seconda parte di campionato del Napoli di Ancelotti. Una media di 1,84 punti per match.  Tutt’altro discorso rispetto al tabellino di marcia della prima parte di stagione coronato da 14 vittorie, 2 pareggi e 3 sconfitte con 2,3 punti per match.  Il raffronto matematico tra Ancelotti I e Ancelotti II è dovuto, il confronto matematico e tattico tra Ancelotti e Sarri è necessario. 

Il peso del paragone

Come molti hanno ripetuto a iosa nel corso di questo anno, la situazione cui Ancelotti ha ereditato dal suo predecessore è diametralmente opposta rispetto a quella che Sarri ha dovuto fronteggiare durante il suo primo ritiro estivo in Trentino.  Da una parte il toscano, che aveva ereditato un Napoli sfinito da un progetto (quello di Benitez) che aveva creato malumori all’interno dello spogliatoio, della dirigenza e tra la tifoseria. Compito di Sarri era quello di ricompattare l’ambiente e di concedere nuova linfa vitale ad un organico che aveva ancora del potenziale.  Convincere Gonzalo Higuain a restare, insieme ai nuovi compiti tattici impartiti a Kalidou Koulibaly e Jorginho, è stato solo il primo passo per la creazione di una realtà calcistica altra rispetto a quella del suo predecessore. Il materiale umano scarseggiava e solo i successivi innesti provenienti dal calciomercato hanno garantito un progressivo miglioramento della rosa in termini di adattabilità al gioco di Maurizio Sarri.   Dall’altra l’emiliano, che aveva ereditato un Napoli al culmine di un progetto tecnico esaltante: 91 punti stagionali, record di goal stagionale per Mertens e Insigne, una percentuale di possesso palla che mostrava appieno le capacità di controllo del gioco da parte della formazione partenopea e una solidità difensiva mai vista sul golfo di Napoli.  Il valore della rosa era incrementato esponenzialmente grazie ai risultati calcistici raggiunti; risultati che hanno spinto Manchester City e Chelsea a darsi battaglia per l’acquisizione del centrocampista brasiliano - naturalizzato italiano - Jorginho per l’eclatante cifra di 57milioni di euro. Da ricordare come lo stesso fu acquistato nel gennaio del 2014 per circa 9milioni di euro dal Verona. Un incremento di valore del 500%. Il mercato del Napoli dell’estate 2018 avrebbe potuto portare all’estromissione dai piani tecnici di Ancelotti di molti pezzi pregiati dell’era sarrista, con l’unico intento di fare cassa.  De Laurentiis, di comune accordo con Ancelotti, decise di muoversi diversamente: i due avallarono l’idea di preservare la rosa, lasciando partire solo alcuni nomi dichiarati “sacrificabili” - Jorginho uno di questi.  Un passo importantissimo per la gestione De Laurentiis, da sempre mossa a fare cassa per gli investimenti intrapresi, qualora ce ne fosse l’opportunità. Un segnale - forse - di alterità. Una nuova gestione societaria stava nascendo, probabilmente mossa dallo sforzo economico messo in campo per la sottoscrizione del contratto di Ancelotti.  O magari per coronare finalmente quel grande sogno che i tifosi partenopei stavano (e stanno) ancora aspettando: il Tricolore.  D’aggiungersi l’acquisizione di prospetti interessanti e utili come il centrocampista centrale del Betis Siviglia, Fabian Ruiz, il giovanissimo portiere italiano della SPAL, Alex Meret, e il sogno eterno di Maurizio Sarri, Simone Verdi. Le condizioni per ben figurare c’erano tutte. Una rosa all’altezza delle aspettative (come spesso detto dallo stesso Carlo Ancelotti), una dirigenza protesa ad uno sforzo economico importante pur di soddisfare le richieste del proprio allenatore e una piazza euforica per un nuovo capitolo calcistico targato Ancelotti. Ebbene, il finale ha disilluso le aspettative. Sul piano tattico, i punti cardinali del gioco sarrista vengono via via dissolti nell’etere. Gli schemi di costruzione dal basso con i due centrali di difesa e il perno del centrocampo (Jorginho) volti ad un’uscita lineare dal pressing asfissiante avversario, la complementarietà degli interpreti della catena di sinistra, la costante presenza di almeno due linee di scarico/passaggio per ogni giocatore in possesso palla, la pressione ultra offensiva in situazione di transizione difensiva e sui rinvii del portiere avversario volta a rubare palla e concludere in porta, la compatezza in 30metri della formazione utile all’accompagnamento del pressing e all’utilizzo attivo del fuorigioco come arma difensiva, la capacità - concessa dal frequente possesso palla - di poter alzare e abbassare il ritmo a proprio piacimento, sono per sempre scomparsi. 

Il capitolo Hamsik

Altra pecca di Carlo Ancelotti è stata quella di aver sottostimato l’apporto di un giocatore come Marek Hamsik alla squadra, decidendo di non porre il veto sulla sua vendita nel gennaio del 2019 Marek è stato fondamentale per gli ingranaggi di gioco nel periodo di guida Sarri, ma in realtà già dalla guida tecnica Reja 2007-2008 e a proseguire in quelle successive. 
Parallelismo analitico tra Marek Hamsik e il centrocampista del Chelsea Mateo Kovacic
Giocatore ideale sia quando deteneva le chiavi del centrocampo con Reja e Donadoni, sia quando fu reinventato mezzapunta alle spalle di Cavani con Mazzarri, sia quando gli venivano richiesti maggior compiti offensivi nell’interpretazione del ruolo di trequartista alle spalle di Higuain con Benitez, ma soprattutto quando il triangolo di centrocampo con Sarri si ergeva sulle capacità di Hamsik di far passare in secondo piano alcuni suoi fondamentali movimenti senza palla in mezzo al campo al fine di premiare i movimenti di Insigne e le sovrapposizioni di Ghoulam e Mario Rui sulla fascia sinistra. 
De Laurentiis è alla fine dei giochi?
Numero e accuratezza dei passaggi di Marek Hamsik nell'ultimo decennio
Forse - e dico forse - proprio il mancato rimpiazzo di una figura di tale rilievo  in mezzo al campo, come quella di Marek Hamsik, ha guidato verso una tramontana certa l’esperienza di Ancelotti a Napoli. 
Riepilogo dell'azione incredibile in cui tutti i giocatori (Reina compreso) toccano il pallone almeno una volta prima del 3 a 0 di Marek Hamsik
[Da ricordare la prestazione superba di Hamsik in Cagliari - Napoli 0 5, suggellata da un gol in cui tutta la letteratura calcistica di Maurizio Sarri è esplicata alla massima potenza]

Una collisione ormai annunciata

Per quanto la campagna acquisti dell’estate 2019 abbia portato con sé uno tra i migliori difensori del campionato italiano, Kostas Manolas, il terzino ex-Empoli vera sorpresa di questa gestione, Giovanni Di Lorenzo, un giovane prospetto di centrocampo, Elif Elmas, il crack del calcio messicano, Hirving Lozano, e l’esperta punta ex-Juve, Fernando Llorente, non sono mancate le delusioni.  Dal tweet controverso della società riguardo ad un treno proveniente da Yuma (velato ammiccamento alla trattativa imbastita ma poi sfumata con il Real Madrid per l’acquisto del trequartista James Rodriguez) alla vendita di Raul Albiol - perno fondamentale della difesa partenopea - e Amadou Diawara, considerato l’unico sostituto possibile a Marek Hamsik.  Quel treno per YumaLa stagione 2019/2020 inizia con un amaro in bocca che si spera si tramuti di lì a poco in rivalsa. Il mancato arrivo alla corte di Ancelotti del trequartista colombiano rovina i piani tattici del tecnico emiliano, il quale era intenzionato a mollare lo sterile 4-4-2 per un più offensivo 4-2-3-1. Nelle prime apparizioni stagionali Ancelotti decide di scendere in campo schierando un 4-4-1-1 ibrido in fase difensiva, che si trasforma in un 4-2-3-1/4-1-4-1 in fase di trazione offensiva con Insigne alle spalle di Mertens prima punta e la coppia di centrocampo formata da Fabian Ruiz, a cui erano stati delegati compiti di regia, e Allan (quest’ultimo nella proposizione del 4-1-4-1 sarebbe stato il mediano di spinta che si andava ad anteporre alla linea difensiva a mo’ di diga).  I risultati raccolti nelle prime due gare di Serie A ci mostrano un Napoli molto diverso rispetto alla scorsa stagione. La maggior incisività sotto porta e l’instabilità difensiva sono tra i tratti preponderanti del nuovo Napoli di Ancelotti. Malgrado il Napoli sia costretto ad affrontare prima la Fiorentina fuori casa (vittoria per 4 a 3) e poi la Juventus allo Stadium (partita terminata con un rocambolesco 4 a 3 finale in cui un maldestro intervento difensivo di Koulibaly regala i tre punti ai torinesi), i ragazzi di Ancelotti riescono a portare a casa un bottino niente male. L’identità messa in mostra dalla squadra in queste due prime gare - con annesse disattenzioni difensive da una parte e spunti offensivi molto interessanti dall’altra - non è sufficiente ad appagare la sicurezza di Ancelotti.  Il tecnico ex-Milan decide di ritornare al rodato 4-4-2, al fine di preservare quella stabilità difensiva che avrebbe poi aiutato il Napoli a proiettarsi in attacco.  Ne seguono due racconti atipici della stessa squadra: da una parte il Napoli in Serie A, il quale in 15 giornate accumula un bottino di 5 vittorie, 6 pareggi e 4 sconfitte con una media di 1,4 punti per match - una media punti da squadra che lotta per la decima posizione; dall’altra il Napoli in Champions League, che riesce a racimolare 3 vittorie e 3 pareggi con 12 punti totali, utili per l’accesso diretto alla fase ad eliminazione della Champions.  Il tutto scandito da una gestione societaria allucinante.  Forte del decreto legislativo Salvini Bis, la dirigenza del Napoli decide di emanare un nuovo regolamento per i fruitori dello stadio San Paolo dopo che la Regione Campania ha consegnato quest’ultimo alla città metropolitana di Napoli (dopo i lavori di luglio scorso per le Universiadi). Il nuovo regolamento dello stadio San Paolo è definito da molti distopico, un mix tra la teorizzazione foucaltiana dell’opera Sorvegliare e Punire e il regime autoritario descritto da Orwell in 1984.  I tifosi non possono più guidare cori ed organizzare il famoso tifo partenopeo a causa di moderne telecamere di video sorveglianza dotate di riconoscimento facciale. Pena multe che vanno dai 100 ai 500 euro. Oltre all’organizzazione del tifo sono vietati: l’occupazione di posti a sedere non confacenti al posto assegnato sul proprio tagliando d’acquisto (pratica molto comune per i fruitori delle curve) e la sosta per un tempo prolungato al ridosso della balaustra.  Al secondo divieto all’interno dello stesso campionato scatta la sanzione amministrativa del daspo.  Le misure fin qui descritte hanno portato alla ribalta i silenti malumori che attanagliavano le curve nei confronti di una società che non è mai andata a genio alla tifoseria tutta. La successiva decisione dei gruppi in curva di abbandonare lo stadio fino a nuovo ordine si va solo ad aggiungere ad un ambiente per nulla sereno. Pochi giorni prima della partita di Champions tra Napoli e Salisburgo il presidente Aurelio De Laurentiis, visti gli scarsi risultati ottenuti dalla squadra, decide di indire un ritiro forzoso senza il consenso del tecnico Carlo Ancelotti. Quest’ultimo si esprime per la prima volta in merito al ritiro durante la conferenza stampa pre-partita di Champions esternando il suo disappunto riguardo una tecnica che in vita sua non ha mai ritenuto efficace. Dopo il pareggio del 5 novembre con il Salisburgo i giocatori partenopei decidono in massa di mettere in scena un ammutinamento. Nessuno si presenta sul pullman diretto a Castelvolturno dopo il rientro negli spogliatoi. L’unico a salire sul quel bus è proprio Carlo Ancelotti. I vertici societari decidono quindi di procedere con un’opera di punizione: tutti i calciatori della SSC Napoli vengono multati con decurtazione di parte dello stipendio. 
«La società comunica che, con riferimento ai comportamenti posti in essere dai calciatori della propria prima squadra nella serata di ieri, martedì 5 novembre 2019, procederà a tutelare i propri diritti economici, patrimoniali, di immagine e disciplinari in ogni competente sede»
Si passa dai 354mila euro richiesti ad Insigne - considerato capopopolo - ai 154mila euro richiesti ad Allan e ai 625euro richiesti al talento della primavera Gianluca Gaetano. Successivamente, l’azione legale dei calciatori prosegue per via del AIC - Associazione Italiana Calciatori - a cui sono state denunciate le pratiche coercitive di un ritiro non pre-annunciato nei tempi dovuti a norma di contratto. A nulla serviranno le successive prese di posizioni di Ancelotti, volte a rasserenare l’ambiente in vista dei prossimi impegni di campionato e di Champions contro il Liverpool.  I risultati in campionato continuano a rispecchiare una situazione ormai troppo cupa: oltre alla querelle giudiziaria tra società e calciatori, ci sono le svariate interviste rilasciate dal presidente Aurelio De Laurentiis che decide di scagliarsi in una raffica di insulti ad personam contro quei calciatori accusati di pensare troppo alle loro tasche e poco al rispetto verso una società che ha dato loro tanto. Parallelamente però, il Napoli riesce a centrare la qualificazione in Champions; grazie anche ad una prestazione eccellente andata in scena ad Anfield. Il Napoli è l’unica squadra ad essere uscita da Liverpool imbattuta in questo 2019. E così, dopo aver messo nero su bianco la qualificazione ottenuta a discapito del Genk in un 4 a 0 rocambolesco, Aurelio De Laurentiis il giorno 11 dicembre decide di sottoscrivere un contratto con Gennaro Gattuso come nuovo allenatore del Napoli mettendo alla porta il suo tanto venerato Carlo Ancelotti. 

Quousque tandem abutere, Aurelio, patentia nostra?

Le ambizioni societarie riposte in Carlo Ancelotti sono sfumate, colpa di un progetto tecnico per larghi tratti fumoso e una condizione atletica imbarazzante. Il presidente del Napoli si ritrova a fare i conti con una gatta da pelare non indifferente: ricompattare l’ambiente e la rosa dopo i casini creati da lui stesso non sarà facile. Non sarà facile soprattutto se non ce ne sarà la voglia.  In più di una occasione il patron azzurro ha dato modo di palesare comportamenti che i meno scettici non indugerebbero a definire ambigui: dai mancati investimenti nel corso di questi 16anni nel settore giovanile, alle scelte opinabili in merito alle operazioni di mercato in entrata e in uscita, dalle continue promesse di costruzione di fantomatici stadi allocati prima sull’ex-ItalSider a Bagnoli e poi a Melito, alla struttura ben troppo monarchica di un CdA dai costi esorbitanti, dalle innumerevoli querelle contro i tifosi partenopei rei di essere troppo cafoni, alle continue diatribe politiche imbastite con il Comune della Città di Napoli sul mancato pagamento in tutti questi anni del canone di affitto dello stadio San Paolo. É evidente che la gestione societaria De Laurentiis sia arrivata ad un punto di stallo definitivo; nessun progetto tecnico rivoluzionario lo salverà. De Laurentiis è arrivato al massimo delle sue potenzialità, economiche e gestionali. Il perseverare di questa situazione societaria, non più florida, non farebbe altro che svalutare il suo operato. La scelta di voler affidare la panchina ad un traghettatore come Gattuso può ripagare nel breve periodo ma, non si può pensare che una squadra sprovvista di gioco, di condizione atletica e di mentalità possa fronteggiare un avversario ostico come il Barcellona in Champions.  Malgrado Ancelotti abbia fallito, egli era però riuscito - paradossalmente - a saper trasmettere le giuste motivazioni ai calciatori per le partite della vecchia Coppa Campioni. E, più di ogni altro, (il portafoglio di) De Laurentiis avvertirà a breve questa mancanza. Chissà cosa si inventerà a giugno De Laurentiis. Chissà se sarà stata effettivamente una scelta intelligente quella di sottoscrivere un contratto di 18mesi con un traghettatore come Gattuso per 2milioni di euro all’anno. Chissà. 

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