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La rivoluzione anacronistica d’Inzaghi

Abbiamo già parlato del peso dell’estetica nel calcio contemporaneo. Abbiamo già parlato della battaglia quasi vinta dai filosofi del gioco a discapito dei risultatisti. L’esempio massimo è il mondo Juventus, club di riferimento per gli anti-teorici, che in estate ha congedato Allegri per avviare un processo di conversione alla grazia calcistica.

Conversione estetica, questa, che trova le sue radici nell’Ungheria del 54, nell’Olanda degli anni Settanta, in Sacchi, in Cruyff, naturalmente in Guardiola, fino ad arrivare a Sarri. Fino ad arrivare all’ossessione del bel gioco, nel trauma di gettare via la palla e nell’orrore nei confronti di una semplice partita di calcio, fatta di strappi, storture, astuzie e rigori.

La rivoluzione anacronistica d’Inzaghi

È in questo contesto che vogliamo, ora per la prima volta, parlare di rivoluzione accostando questo termine ad un Inzaghi, il fratello minore, Simone. Quello che nessuno mai ha accostato ad una catena di pensiero, quello che non si è mai lasciato andare in un bisogna divertirsi.

La sua Lazio, la sua rivoluzione, sta in un calcio che va controccorrente rispetto al pensiero dominante. Rispetto a chi è in cerca del bel gioco, la Lazio cerca ancora l’obsolescente vittoria e lo fa usando pochi semplici ingredienti: concentrazione e pragmatismo, attesa e ripartenze, intensità.

Il modulo di riferimento è un 3-5-2 poco pretenzioso, la volontà manifesta non è quella di dominare il campo bensì di allungarlo.

Le anacronistiche capacità biancocelesti

Non a caso la Lazio è tra le squadre, terza in Serie A, che aspetta di più gli avversari, concede l’impostazione rimanendo bassa e a copertura delle zone centrali, statisticamente quelle più pericolose e verso le quali è diretto il possesso. È in quelle zone che si punta a prevalere sui palloni contesi e le seconde palle, situazioni sporche che permettono lo sviluppo di trasizioni offensive violente e verticali.

Ecco che nei meriti dei biancocelesti rintracciamo ancora l’anacronistica capacità di vivere più partite all’interno di una partita, d’interpretare momenti differenti di gioco, di accettare la sofferenza con la consapevolezza di sentire l’odore del sangue, l’istante in cui far male agli avversari: caratteristica questa che possiamo collocare nell’antica tradizione tattica italiana.

Un disegno tattico verticale

Ecco, allora, tre centrali aggressivi, talvolta statici, semplici nei loro movimenti e forti fisicamente, che non disdegnano la costruzione bassa ragionata che risponde ad un’esigenza più che ad una cifra stilistica. In questo modo, infatti, si può invitare la pressione avversaria e attaccare il campo nel lungo dopo aver trovato lo spazio alle spalle dei difensori.

Un centrocampo che nasce dall’astuzia e l’esperienza di Leiva, rude in fase di conquista e saggio in impostazione, e dalla connessione tra Luis Alberto e Milinkovic-Savic, con lo spagnolo cristallizzazione di un hombre verticale e il serbo capace di attaccare e dare sostanza, qualità e quantità, preponderante nel gioco aereo.

Perchè il calcio lungo è ancora praticato a Formello, la ricerca della spizzata, dell’appoggio sulle corsie esterne occupate da Lulic e Lazzari, ali alte e aperte, con l’obbligo di ripiegare, di cambiare il campo e dare ampiezza.

Davanti Correa e Immobile. L’argentino è l’uomo in più,  quello che fa la differenza palla al piede grazie ad una cifra tecnica da fuoriclasse e permette l’unione dei reparti. Poi, il bomber sempre alla ricerca della profondità e del gol, senza convenevoli come il suo allenatore, come la rivoluzione di cui stiamo parlando.

La rivoluzione anacronistica d’Inzaghi che infrange le formalità, che vince come un tempo avrebbero fatto gli altri, seguendo quella tradizione che guarda al sodo e al risultato.

 

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