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Ibraman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza)

E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, comunque?
L’ho fatto.
E cosa volevi?
Poter dire a me stesso che sono amato, sentirmi amato qui sulla Terra.
(Raymon Carvet, Late Fragment)

“Zlatan al Milan farà ancora la differenza?” è l’interrogativo massimo posto dal momento in cui lo svedese è atterrato con il suo jet privato in territorio lombardo.
“Zlatan al Milan farà ancora la differenza?” è un interrogativo posto anche a chi scrive, che nel rispondere “no, non la farà”, si è sentito a disagio. Un’estraniazione, quella, dovuta al non sentirsi in possesso della verità degli altri. Ecco, allora, l’intuizione: Ibraman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza).

Il ritorno di Zlatan visto attraverso gli occhi di Inàrritu

Il ritorno di Zlatan visto attraverso gli occhi di Alejandro Gonzales Inàrritu, sviluppato sul copione di Birdman, capolavoro del regista messicano con Michael Keaton protagonista, premiato nel 2015 con quattro Oscar e due Golden Globe. Un film in cui finzione e realtà si sovrappongono, gli attori recitano il ruolo di attori di teatro e quello di sé stessi: il mondo confuso della recita della nostra vita, ciò che siamo che non è altro che l’immagine che gli altri hanno di noi, l’io sociale che ci ossessiona, che crediamo illusione fin quando non lo ritroviamo in noi stessi. 

Ibraman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza), è, allora, la storia di Zlatan, nostro protagonista, che per tutta la sua carriera è stato un divo, persino di Hollywood, un supereroe. Zlatan è invecchiato. Forse non è fuori forma ma ha passato gli ultimi anni in un campionato mediocre dove gli altri erano solo comparse, per mantenere intatta la parvenza della sua grandezza.

L’illusione della grandezza

Quella grandezza che qualcuno cominciava a mettere in discussione dopo un infortunio grande, pesante, tanto da portarlo altrove rispetto al palcoscenico della Premier (il più importante al mondo). In Inghilterra il rischio era quello di scoprirsi all’improvviso minore rispetto a ciò che si era sempre stato. Quella grandezza che, oggi, non ha nulla a che fare con la differenza di cui si può essere artefici.

Ma Zlatan a questo non vuole credere, lui è grande perché è grande in campo non solo negli occhi degli altri, non solo per ciò che è stato. Zlatan è ciò che è, non ciò che è per gli altri.

Eppure il suo tempo sembra definitivamente passato, avrebbe potuto scegliere un Paese esotico dove gli spettatori avrebbero voluto vedere solo lui più che ciò che è ancora capace di fare, avrebbe potuto (dovuto?) scegliere un contesto idilliaco dove sarebbe stato solo la ciliegina sulla torta.

Invece ha scelto il Milan, per rilanciarsi e rilanciarlo, per dimostrare ancora quella grandezza, il suo valore a sé stesso e agli altri. La scala del calcio per mettere in scena una pièce teatrale stile Broadway, immerso in una ricerca di autenticità, deciso a misurarsi con la vera arte.

Chi è allora Zlatan?

“Avremmo dovuto fare quel reality show che ci avevano offerto…sarebbe stato bello. Figlia pazza, tossica e sarcastica, moglie MILF dalle belle tette. Alla gente sarebbe piaciuto. Sicuramente più di questa schifezza”, si sente dire da Ibraman, il supereroe che lo perseguita, che gli suggerisce di tenere fede all’ipertrofica immagine di sé, a quell’io costruito dallo sguardo degli altri. Quel supereroe gli avrà urlato di non interessarsi al valore reale, di non rimettersi in gioco.

C’è già chi lo canzona per la sua paura di scomparire e non essere importante. 

Chi è allora Zlatan/Ibraman? Un supereroe ritenuto tale per ciò che è stato o un calciatore ancora appassionato al suo mestiere, capace ancora di fare la differenza. Cosa può veramente? Solo essere negli occhi negli altri o incidere?

“La vita è solo un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia sulla scena e poi non si sente più nulla”.
Macbeth

Nessuna distinzione tra realtà e apparenza

Zlatan a Milano cerca la verità e la trova nel trionfo dell’illusione. Una cosa non è altro di ciò che si dice di quella cosa, non c’è altra verità di quella degli altri su di noi. Se negli occhi degli altri non c’è la nostra immagine allora non esistiamo veramente.

È l’insegnamento di Pirandello: gli uomini vestono dei ruoli che la società ha loro affibbiato, ruoli in cui spesso non si ritrovano e dai quali tentano di fuggire. Non conosciamo noi stessi ma conosciamo soltanto il nostro ruolo. E gli uomini, una volta consapevoli del loro ruolo e consapevoli anche del fatto che quel ruolo non gli si addice, possono impazzire nel tentativo di cambiare la loro esistenza.

Ibraman parla di ognuno di noi

Ibraman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza), ci parla di un uomo che cerca il sé stesso originale, cerca di fuggire dal personaggio a cui ormai si trova incatenato e lo fa inseguendo un nuovo successo.

Ma questa è una storia che parla di ognuno di noi, oppressi dai nostri ego, troppo forti, troppo deboli, o troppo fittizi, per liberare la nostra esistenza dall’insensatezza, per accettare che l’io sociale che ci ossessiona, non è altro che la parte più profonda di noi stessi.

Se gli altri non rinvieranno Zlatan all’immagine di Ibraman, allora semplicemente Zlatan non esisterà. Zlatan non aveva bisogno di stabilire condizioni d’esistenza alla sua grandezza, era già reale, si è ostinato a farlo. Potrebbe, così, scoprire sulla sua pelle il contrasto tra l’essere un supereroe e un giocatore al crepuscolo della sua carriera.

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