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Che fine farà il Napoli?

Nell’economia industriale c’è un termine che definisce precipuamente la realtà che il Napoli sta attraversando: Obsolescenza Programmata. Che, di seguito, ci porta a chiederci che fine farà il Napoli?

Definizione del ciclo vitale

L’obsolescenza programmata è una strategia volta a definire il ciclo vitale di un prodotto in modo da limitarne la durata a un periodo prefissato. Il prodotto diventa così inservibile dopo un certo tempo, oppure diventa semplicemente obsoleto agli occhi del consumatore rispetto ai nuovi modelli che appaiono più moderni. La teoria economica del capitale ha sempre più spinto i singoli consumatori a credere che questa proprietà sia una proprietà intrinseca di tutte le cose al fine di accrescere continuamente la domanda di mercato. Di conseguenza è diventata consuetudine credere che tutto abbia una scadenza, dai prodotti alimentari alle idee.

Il Napoli è arrivato alla fine dei giochi, il termine massimo è scaduto e si ritrova a competere senza armi adeguate in una realtà che lo vede boccheggiare in cerca del consueto colpo di genio che possa salvarlo da una Waterloo ormai certa. 

Questa obsolescenza programmata era certa-connaturata, fenomeni di questo tipo hanno interessato nel corso del decennio trascorso squadre di maggior rilevanza (come il Barcellona con Guardiola e la Juventus con Allegri) e anche squadre dalle ambizioni più ridotte ma che hanno saputo ben traslare da una realtà all’altra (come il Cagliari e la Lazio). 

A quanto pare, quindi, questa obsolescenza non è irreversibile. 

I rimedi degli altri

Numerose squadre hanno provveduto in diversi modi a far fronte a questa necessità di rivoluzionare un pò tutto mettendo sù progetti molto interessanti basati sulla discrezionalità di ogni gestione societaria: il Barcellona ha sopperito all’addio del tecnico catalano grazie ad una massiccia campagna acquisti (si ricordino gli “ultimi” acquisti di Luis Suarez, Neymar, Rakitic, Dembele, Coutinho etc) e ad un programma di scouting che ha portato alla ribalta giovani prospetti di notevole interesse (Ansu Fati su tutti), la Lazio invece ha rivoluzionato la guida tattica accompagnando quest’ultima alla scoperta – riscoperta – fortunosa di talenti (Luis Alberto, Acerbi, Milinkovic Savic, Immobile, Correa) che hanno saputo fare le fortune della società.

Il caso del Napoli è diverso. 

Il presidente De Laurentiis, che nel corso della sua gestione si è sempre distinto per una visione oculata e programmatica della realtà societaria, si è fatto trovare impreparato dinanzi una collisione che era ormai scritta.

Una delle tante critiche che sono state mosse nel corso di questa decade ad Aurelio De Laurentiis, soprattutto nell’ultimo periodo, è la mancanza di un progetto totalizzante che rivestisse appieno ogni aspetto della società partenopea.

Oltre, infatti, al reinvestimento dei profitti ottenuti tramite i successi sportivi della squadra al fine di migliorare la rosa secondo i bisogni che al 90% dei casi sempre De Laurentiis in prima persona si è imputato di indagare, la gestione napoletana è manchevole di ogni tipo di piano strutturale. 

Opzioni da scartare

Essendo oggettivamente la dimensione del patrimonio della famiglia De Laurentiis non all’altezza di fronteggiare le cordate arabe e americane che presiedono i maggiori club europei ed essendo l’obiettivo del Napoli (più volte anche da De Laurentiis stesso dichiarato) quello di battagliare per un posto tra le prime 10 società del continente, un piano programmatico diverso da quello attuato fino ad ora era auspicabile. 

L’idea di creare un settore giovanile che potesse fungere da fonte cui attingere per potenziali talenti e future – come giuste che siano per una realtà societaria di medie dimensioni – plusvalenze è solo una delle possibilità che l’imprenditore De Laurentiis ha deciso di non perseguire nel corso degli anni, pur avendo a disposizione la possibilità di annoverare tra le sue file talenti del calibro di Gianluigi Donnarumma, Sebastiano Esposito e Lorenzo Insigne (unico frutto maturo del settore giovanile partenopeo). 

Difatti, il Calcio Napoli investe annualmente la misera cifra di un milione di euro per la gestione di un settore giovanile “fittizio” che sono anni ormai che non fa segnare la propria presenza in un torneo rinomato come quello di Viareggio e che viaggia anno dopo anno in campionato con una media punti ridicola che tuttavia mette bene in risalto la mancanza di interesse rispetto ad un settore che potrebbe potenzialmente essere motivo d’orgoglio e di profitto per una realtà come quella napoletana.

(L’esempio italico dell’Atalanta ne è solo una mera conferma visti i numerosi investimenti cui la società bergamasca destina anno dopo anno alla scoperta – prima – e al training – poi – di giovani prospetti dall’appeal internazionale)

Neanche il progetto di una fitta rete di scouting in tutto il mondo – ad ispirazione dell’Udinese di inizio decade e del Lipsia e del Salisburgo – capace di rintracciare giovani talenti sconosciuti da poter portare alla ribalta è stato abbastanza per attizzare l’interesse del patron romano che invece ha preferito costruire le sue fortune sui progetti tecnici degli allenatori assoldati, su investimenti centellinati e su una dose massiccia di fortuna che ha accompagnato – innegabilmente – le gesta di De Laurentiis durante il corso di tutta la sua esperienza napoletana. 

E allora che fine farà il Napoli?

La crisi societaria che ha investito e sta investendo attualmente il Napoli non vede via d’uscita. L’esonero di Carlo Ancelotti e l’affidamento della squadra nelle mani di Rino Gattuso non hanno portato alla tanto agognata “scossa” cui l’ambiente napoletano aveva bisogno. Da aggiungersi la querelle giudiziaria tra calciatori e società – dopo la Secessione dell’Aventino andata in scena recentemente – e quella che interessa invece il tifo azzurro e la società, rea di aver messo in atto alacremente delle disposizioni sulla pubblica sicurezza considerate incompatibili con il tifo da stadio. 

Sembra sempre più difficile confidare in una vana ricerca di risposte in evanescenti progetti tecnici dalla dubbia attuazione. L’idea di ingaggiare Rino Gattuso per smuovere l’ambiente non sta ripagando. 

Il tecnico ex Milan sta pagando dazio dei disastri di un progetto societario e tecnico non chiaro. Il calabrese però non è da colpevolizzare. Non è un salvatore, non avrebbe potuto esserlo. Mancavano le condizioni basilari affinché ci potesse essere quella tanta rinomata rivoluzione psicologica.

Che fare? Non resta che sperare; sperare che questa seconda parte di campionato finisca presto e ci consegni un Napoli diverso. Magari anche un presidente con delle idee più chiare riguardo il suo ruolo nella società. Forse considerare l’idea di vendere non sarebbe più una pazzia.

Il suo impero ha raggiunto il massimo esprimibile. Una forza economica come la sua difficilmente avrebbe potuto far di più, dispetto alle avversarie in ambito nazionale e in ambito europeo affrontate.

Una sua eventuale dipartita potrebbe essere la scelta migliore, considerando la svalutazione della rosa già evidenziatasi nel corso di questi ultimi 6 mesi e i suoi eventuali profitti di una potenziale vendita. Una situazione win-win.

Magari un nuovo Napoli, figlio di un’obsolescenza programmata non evitata, è proprio ciò di cui il popolo partenopeo avrebbe più bisogno. 

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