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Il cheerleading è uno sport da duri!

Premessa: abbiamo guardato Cheer, la nuova serie Netflix che ci mostra da vicino il mondo del cheerleading, seguendo il percorso d’avvicinamento alle gare nazionali del team Navarro, squadra collegiale dell’Università di Corsicana (Texas). Possiamo, sin da subito, anticiparvi che il cheerleading non è la disciplina che immaginate, il cheerleading è uno sport da duri.

Cheer Netflix, fotografia per gentile concessione di Netflix

Ragazze pompon, canzoni intonate in coro, qualche capriola e tanti sorrisi e bellezza? No, quello non è cheerleading. In Cheer vediamo uno spettacolo impressionante di salti mortali, lanci, piramidi umane, lividi e ossa rotte. Il cheerleading è uno sport da duri perché vi rendete conto che essere un Navarro equivale ad essere un marines.

Cinque ore di allenamento al giorno ad un intensità pazzesca, gli infortuni, il desidero e la forza profusa per recuperi record, il talento cristallino di questi ragazzi e ragazze ventenni che in questo sport trovano una via di salvezza, il senso stesso della vita. Siamo di fronte a molti atleti dal passato tormentato, cresciuti in contesti talmente difficili che ti viene da pensare che solo il fatto che siano ancora in vita è grandioso. E loro lo sanno, o lo hanno capito attraverso uno sport che diventa manifesto della propria stessa esistenza.

Tu sei sul divano e capisci i limiti fino ai quali si può spingere il corpo umano. Quei limiti di natura prettamente mentale. Se vuoi davvero una cosa, puoi. Lo ripetono quasi tutti. E lo scopri davvero in 40 studenti (la squadra è composta di 40 effettivi, ma solo 20 verranno, poi, selezionati per la gara nazionale finale) che lavorano alacremente sui loro muscoli, piegano i tendini fino quasi a spezzarli, si avvitano e si catturano sfidando qualsiasi legge della fisica, come se non fossero umani e quelle leggi non valessero anche per loro.

Cheer cover, fotografia per gentile concessione di Netflix

I ragazzi del team Navarro sono un mix di acrobati, ballerini, bodybuilder, corridori. Atleti che si allenano un anno intero per primeggiare al campionato nazionale di Daytona, dove si esibiranno in una routine lunga circa 200 miseri secondi. Si, quasi 365 giorni d’allenamento per due minuti e quindici. Non hai margine d’errore. E, allora, devi concentrarti su ogni minimo movimento, devi registrarlo meccanicamente alla perfezione. Devi conoscere ogni tuo punto debole e quello di chi ti sta vicino, ogni tua qualità e quella di chi ti sta vicino, poi le devi miscelare e far si che 20 persone diventino una. Una squadra, un blocco, un movimento, un respiro.

Il lavoro quotidiano è estenuante, maniacale, ripetitivo, scoraggiante. Il cheerleading è uno sport da duri, perché crollerà ogni tuo pregiudizio su questo sport in meno di due minuti.
Vedrai i flyers letteralmente volare. I flyers, i più piccoli di statura, sono lanciati e catturati, spinti verso la cima delle piramidi. Gli stunt sollevano, tengono, si piegano sotto il peso dei corpi, come in un quadro di Delacroix. Le tumbler volteggiano, tra le lacrime e la paura pazza, cruda, di atterrare male sulle caviglie.

Ogni episodio, privo di sentimentalismo, è arricchito dai retroscena sui vari membri della squadra. La flyer e tumbler Morgan che da ragazzina voleva suicidarsi perché abbandonata dai suoi genitori, costretta a vivere da sola in un camper nel mezzo di una landa desolata in Wyoming. Lei che ha speso lacrime e sangue per essere parte di quella squadra, per gareggiare al loro fianco e a loro livello, nonostante avesse solo una piccola parte della preparazione degli altri. E, alla fine, quella determinazione che la porta ad essere la punta di diamante.

Morgan-Cheer, fotografia per gentile concessione di Netflix

La tumbler Lexi, poi, che osa sfidare la gravita, prima non era altro che un’adolescente in fuga, capace di cacciarsi in situazioni che potevano distruggerle la vita.

Lexi-Cheer, fotografia per gentile concessione di Netflix

Lo stunt (la roccia su cui è costruita la formazione) La’Darius anche lui abbandonato dai genitori, abusato sessualmente all’eta di nove anni, maltrattato dai fratelli che non potevano accettare la sua omosessualità e lo picchiavano affinché diventasse un uomo. La’Darius, anch’egli, vicino al suicidio, al tagliarsi le vene su uno scivolo, che ora sprigiona dal suo corpo e dal suo sguardo una forza incontenibile.

La’Darius-Cheer, fotografia per gentile concessione di Netflix

Cheer è la tenacia, non il talento, che governa il mondo. Il manifesto della perseveranza, della determinazione e della forza d’animo. Il desiderio di riuscire che permette di superare qualsiasi tipo di ostacolo.

Tutto ciò sotto lo sguardo attento della deus ex machina: Monica Aldama, l’allenatrice, trainer, mamma, amica, sorella, tiranna.
Monica Aldama è la donna che rende possibile il sogno del Navarro Team, che ha ridato una vita a quei ragazzi. L’amano, la temono.

Monica conosce ogni singolo atleta, lo conosce tecnicamente ed umanamente e sa perfettamente ciò di cui ha bisogno: un urlo, una carezza, più allenamento, riposo. Ma, soprattutto, è consapevole di essere la prima persona a chiedere a quei ragazzi di dare il meglio, nessuno gli ha mai chiesto di essere migliori, gli ha fatto sperare di esserlo. Lei si e perciò l’otterrà. 

Monica-Cheer, fotografia Monica Aldama Instagram

Lei è la sua squadra, la sua squadra è lei. Una sinergia che quasi mette i brividi, molto più forte di quella che potrebbero avere molte madri con i figli. Li accomuna la smania di essere dei vincenti a tutti i costi. Vengano le fratture, le slogature, gli ematomi. Vengano perché la vittoria (in tutti i campi) va conquistata anche a caro prezzo, è l’unico modo per godersela.

Cheer, dovete guardarla. Il cheerleading è uno sport da duri e penserete che forse l’uomo può anche volare.

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