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Ci siamo dimenticati di Paquetá

“L’ansia è sempre un vuoto che si genera tra il modo in cui le cose sono e il modo in cui pensiamo che dovrebbero essere; è qualcosa che si colloca tra il reale e l’irreale.”
Charlotte Joko Beck

“C’è un limite oltre cui nessuno riesce a restare sospeso nel vuoto senza farsi prendere dal panico.”
Andrea De Carlo

Secondo le teorie di Charlotte Joko Beck, maestra Zen americana, l’ansia si genera (o è generata da fattori esterni) in un individuo nel momento in cui le aspettative di esso (o degli altri nei suoi confronti) non collimano con quella che è la realtà dei fatti. In tal modo si crea uno spazio tra l’immaginato e la verità. Spazio, che in questi termini, non ha delle connotazioni prettamente fisiche ma, sopratutto, temporali e che, dunque, possiamo definire come vuoto. Questo intervallo, infatti, consiste, se non altro, di nulla.

Dallo sviluppo del pensiero filosofico antico a quello moderno (innanzitutto grazie agli studi in merito di Cartesio, Locke ed Hegel), possiamo affermare che il nulla non può essere concepito se non contrapponendolo all’essere e scoprendo così che nella loro indeterminatezza iniziale essi si identificano. 

Paquetá nel buio

In parole povere, la differenza che il senso comune percepisce tra l’essere e il nulla non esiste affatto; sentirli come diversi è una nostra creazione. Eppure, per esperienza empirica sappiamo che sperimentare una sensazione di vuoto, concepirsi nel nulla, in merito al rapporto tra noi stessi e il mondo, è spesso causa di panico, d’angoscia di kierkegaardania memoria: il sentimento del possibile, di quelle infinite possibilità dell’esistenza a cui facevamo prima riferimento.

Ecco, se Luca Tolentino Coelho de Lima, noto come Lucas Paquetá, sta scivolando (o è scivolato) nel vortice del panico a partire dalla scorsa domenica, tanto da chiedere di non essere convocato per la partita successiva, la colpa è nostra. Siamo stati noi a gettarlo in quello spazio tra l’essere e il non-essere, nel buio del vuoto, con le nostre aspettative intorno ad esso.

Ci siamo dimenticati di Paquetá

“Ciao Roma!, Ciao mondo! Cosa ci siamo dimenticati? Cosa? Ci siamo dimenticati? Ci siamo dimenticati di voi. Voglio essere molto chiaro. Io sono qui per una ragione molto semplice: per non dimenticare nessuno di voi. Io non lascerò mai indietro nessuno.”
Papa Pio XIII – Jude Law, Young Pope, 1° stagione

Se Stefano Pioli fosse un personaggio di un ennesimo capolavoro di Sorrentino, ci piacerebbe sentirlo in conferenza stampa riprendere il discorso con il quale Papa Pio XIII (Jude Law in Young Pope) si presentava in sogno ai fedeli dopo il fatidico “Habemus Papam”.

“Ciao Milano! Ciao Milan! Cosa ci siamo dimenticati? Cosa? Ci siamo dimenticati? Ci siamo dimenticati di Paquetá. Voglio essere molto chiaro. Io sono qui per una ragione molto semplice: per non dimenticarmi più di Lucas. Io non lo lascerò mai più indietro.

Si, perché se nella serie del pluripremiato regista italiano si parte dal presupposto che ci si è dimenticati degli uomini, dando per scontata la vicinanza di questi a Dio, nel caso del brasiliano ci si è dimenticati del brasiliano stesso, illudendoci della prossimità di questo al calcio europeo.

L’abbiamo fatto perché Paquetà ha avuto, nei suoi primi mesi italiani, un impatto sulla Serie A straordinario per un ragazzo sudamericano della sua età. 

L’exploit illusorio

L’ex Flamengo è arrivato a Milano a soli 21 anni, grazie al lavoro eccellente svolto da Leonardo, riuscito a strappare ai rubonegros uno dei prospetti più interessanti dell’intero panorama globale. Sul quale, tra l’altro, gravitava l’interesse di squadre del livello del Barcellona, del Manchester United e del PSG.

Il sentimento popolare verdeoro, infatti, si nutriva della eccezionale possibilità di aver scovato il nuovo Kakà, idolo adolescenziale di Paquetà. Erroneamente dobbiamo sottolineare, in quanto l’ex Pallone d’oro consisteva di un essere e di un passo diverso rispetto al ragazzo della Baia di Guanabara. Più verticale, a conti fatti un altro giocatore.

Fin dalla prima partita ci è apparso che Lucas fosse pronto a giocare in un contesto completamente diverso rispetto a quello del campionato brasiliano. Nessuno, nemmeno Gattuso, ha considerato di incanalarlo nel processo di adattamento che solitamente viene somministrato a giocatori giovani, alla prima esperienza europea e, soprattutto, non provenienti da una delle principali leghe.

È stato proprio Ringhio il primo a coltivare delle aspettative superiori sul brasiliano, forzando il suo ingresso nell’undici titolare alla prima occasione disponibile. Il Milan giocava, la sua prima partita del 2019, in Coppa Italia contro la Sampdoria. Paquetá non sarebbe più uscito dal campo fino ad un’altra sfida con i blucerchiati, a fine marzo, in campionato.

Il suo inserimento nello scacchiere rossonero fu così naturale da solleticare anche le nostre prime aspettative su quel ragazzino sudamericano capace di saltare gli uomini con biciclette da circo.

Da un’intuizione di Barbieri

Sia che giocasse da mezzala sinistra, sia che lo facesse da destra, o, ancora da trequartista, fummo rapiti dalla sua straordinaria tecnica nello stretto, quell’abilità particolare di proteggere la palla con il corpo e con la suola, in grado di migliorare sensibilmente il possesso palla dei rossoneri.

Tale aspetto aveva origini nell’intuizione di Mauricio Barbieri, suo ex allenatore al Flamengo, che lo portò almeno 15 metri indietro nel campo, abbassando il suo raggio d’azione in modo da integrarlo al meglio in un contesto collettivo.

Nel 4-1-4-1 rubonegros Paquetá si ritrovò a spartirsi le zone centrali con Diego, ex meteora bianconera, e Gustavo Cuellar, riuscendo ad esaltarsi nella conquista dello spazio, con e senza palla, e nella creazione di linee di passaggio in fase di costruzioni.

Aspetto, però questo, che ha avuto un grosso risvolto sul piano estetico e che ha portato velocemente al nostro associativo innamoramento nei confronti di questo ragazzo. Ma come sappiamo il sentimento provato verso l’oggetto d’amore è spesso causa di un’innalzamento delle aspettative nutrite verso quello oggetto stesso, e, in questo caso, ci ha spinti a dimenticarci di Paquetá o, meglio, di quel processo di adattamento al quale lo si stava sottraendo.

Il confronto con la realtà

Già, negli ultimi scorci della scorsa stagione, cominciavamo, però, a scorgere i primi limiti del brasiliano. 

Lo stesso Gattuso, rendendosi conto della poca incisività del’ex Flamengo, cercava un modo per coinvolgerlo maggiormente nelle fasi conclusive delle azioni. Infatti, era solito chiedergli di venire in avanti a giocare palla con la punta. Lo score di produzione offensiva nei primi sei mesi rimase ancorato a due assist e una rete.

Con l’arrivo di Giampaolo il confronto con la realtà è stato durissimo, in quanto l’ex tecnico della Sampdoria ha, sin da subito, puntato il dito contro l’istintività del brasiliano e la sua mancanza di disciplina: “Deve imparare a essere meno brasiliano alcune volte, più concreto e meno giocherellone”.

Fatto sta che le panchine hanno cominciato ad intaccare la media della sua titolarità. Almeno fino all’insediamento di Pioli, che lo ha schierato titolare in sei partite su nove, trovando comunque modo di lamentarsi del suo contributo nelle fasi conclusive della manovra e rimpiazzandolo nell’idea di gioco con Bonaventura, in gol due volte in cinque partite da titolare.

Gli è stato rubato il tempo

Tali difficoltà a contribuire in maniera determinante allo sviluppo del gioco, secondo questa tesi, sono da attribuire proprio a noi e ai suoi tecnici, poiché riconducibili ad una questione di caratteristiche personali del giocatore, non plasmate da un processo di apprendimento ed adattamento al nostro calcio.

Come si diceva poc’anzi, tra le qualità migliori del talento brasiliano annoveriamo la tecnica nello stretto, che il ragazzo, però, usa soprattuto per mettere in scena giocate spettacolari che gli permettano di saltare l’uomo in fasi di gioco difficili. 

Stessa tecnica, invece, che non viene utilizzata veramente al servizio della squadra e dello sviluppo del gioco. Ad esempio negli ultimi 16 metri del campo avversario, diventando così preziosa nell’inizio della manovra ma troppo spesso ininfluente nella chiusura della stessa.

Per uno della sua pasta troppe sono le scelte di opzione sbagliate, i tempi mancati e i palloni semplici giocati, preferiti a traiettorie coraggiose o, addirittura, non viste. Troppi sono i dribbling che non portano all’apertura del campo.

La fortificazione delle potenzialità

La verità è che il ragazzo non è ancora in grado di gestire in solitaria la manovra, così come di incidere sulle partite con personalità. 

Ci siamo dimenticati di Paquetá per la naturalezza con la quale si è abbattuto sul nostro campionato. Ci siamo dimenticati dei suoi 21 anni. Ci siamo dimenticati dei lati più oscuri del nostro calcio, esigente e duro. Ci siamo dimenticati di dargli tempo, di cercare di capire la sua vera forma nel tempo. Ci siamo dimenticati del peso dei paragoni, del peso delle aspettative. Ci siamo dimenticati di concedergli la libertà di crescere.

“Miei carissimi figli. Non solo ci siamo dimenticati di giocare ma anche di essere felici. E c’è una sola strada che conduce alla felicità. E quella strada si chiama libertà”.
Tratto da Young Pope

A Paquetá è stata tolta la felicità ed è andato in panico. Al Milan spetta la preservazione delle sue qualità e la fortificazione di esse all’altezza della realtà.

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