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Iron Woman: intervista a Mariah Cameron

Dopo 20 anni di assenza da un Mondiale femminile, questa estate la Nazionale italiana è stata la grande rivelazione della prima fase. Ma a sorprendere, più che il raggiungimento dei quarti, è stato il successo di pubblico. Basti pensare che la partita con l’Olanda ha incollato davanti alle tv più di sei milioni di spettatori.

Mai il calcio femminile era arrivato a così tante persone, mai se ne era scritto così tanto. Innamorarsi di quel calcio era semplice, bastava un po’ più di attenzione e provare a districarsi tra i preconcetti e il maschilismo prettamente italico. Bastava, anche, concentrarsi sulle storie di quelle ragazze, sulle loro origini, il sentimento che le muoveva, il loro impegno.

La storia che raccontiamo oggi è quella di Mariah Cameron, l’Iron Woman del Napoli Femminile (Serie B). Una ragazza originaria di Castro Valley (a circa 30km da San Francisco), cresciuta nella selezione della Washington State University, che tutti ci dipingono come bionica, per il suo modo di allenarsi, lo stare in campo oltre i tempi d’allenamento, per quello spirito americano che deriva da una cultura differente nell’approcciarsi a questo sport. L’abbiamo incontrata al training center di Schiana (Pozzuoli).

Iron Woman: intervista a Mariah Cameron

Ciao Mariah. Iniziamo citando un film di un’icona del cinema italiano. “Un americano a Roma” di Alberto Sordi. Una storia che racconta il mito esterofilo, che da il dopoguerra, gli italiani nutrono per il tuo Paese. Ti chiedo come ti hanno accolta gli italiani, come ti senti in Italia?

Sinceramente non so cosa hanno pensato di me o della cultura americana. Quello che so è che tante cose che ho fatto hanno dato un’idea agli altri che io fossi molto strana. Il modo in cui mi alleno, il mio stile, cosa mangio, come mi preparo per le partite. Tutto ciò che faccio era percepito come diverso. Ma non è una differenza negativa, questa diversità la trovavano molto interessante.

Quando ho saputo che ci saremmo incontrati ho pensato ad una cosa buffa. Ogni volta che una grande stella del calcio maschile va in MLS si dice che con la sua esperienza potrà far crescere il movimento. Mentre se parliamo di calcio femminile l’America è avanti, e siamo noi a dover imparare. Hai mai pensato di aver fatto un percorso inverso? Sei tu a portare qualcosa.

No. So quello che dici. Ma so anche che ci sono tante strade diverse che io potevo intraprendere. Ho scelto il calcio perché ci gioco da quando avevo quattro anni, tutti gli anni. Non ho mai preso una vacanza per farlo. Non sono mai uscita dagli Stati Uniti fino ai ventitré anni (oggi ne ha ventotto), quando sono andata in Inghilterra per studiare e continuare a giocare. Quindi per me questo lavoro ha rappresentato soprattutto un’opportunità di vedere il mondo.

Oggi ho visto quasi venti paesi diversi, ho abitato in tre paesi diversi (Inghilterra, Svizzera e Italia). Non sono io che ho portato qualcosa, ho ricevuto. La mia vita è più ricca adesso. La mentalità americana che ho dell’allenamento e del calcio è una bella cosa, ma in Europa ho imparato tanto fuori dal calcio. In Italia ho imparato di non pensare troppo veloce, di non vivere cosi veloce, di mangiare in serenità, di prendermi il mio tempo per le cose più importanti come le persone. C’è altro oltre il calcio dove puoi essere meno intensa.

Restando invece sul calcio e con un occhio agli USA, ci viene in mente anche che l’ultimo Mondiale è stato vinto da loro, sono il movimento globalmente più sviluppato. Quanto è grosso veramente il gap tra i nostri sistemi? Hai avvertito delle mancanze?

Si. In Europa ci sono dei campionati competitivi, penso all’Inghilterra, alla Germania, la Francia, la Svezia. Ma il calcio femminile americano è quello più avanti al mondo. È evidente in tutte le competizioni che gioca il team USA. Io penso molto anche a tornare lì, per confrontarmi con quella realtà (del calcio professionistico, avendo Mariah militato nei campionati collegiali). Voglio migliorare e imparare, vedere cosa posso fare, quali sono le mie capacità. Torno o non torno? Provo o no? Forse qualcuno mi darà un chance. Però mi dico “Voglio cambiare questa bella vita in Europa per occuparmi solo del calcio?”.

Loro stanno cambiando tante cose nel loro sistema in meglio, ma per adesso io sto bene qua. Sono molto felice in Italia.

Cosa mi dici della percezione intorno al calcio femminile qui in Italia. Questo sentimento è stato momentaneo o il Mondiale l’ha cambiata davvero?

È differente rispetto all’America ed è qualcosa molto interessante per me. Io sono arrivata in Europa, in Inghilterra, e ho visto il calcio femminile crescere rispetto al passato, stessa cosa in Svizzera, e adesso in Italia. Certo c’è ancora tanta gente che mi chiede “Tu cosa fai?”, io rispondo “Sono un calciatrice”. “Ma davvero? Non conosco una che lo fa”. Per molti sono stata la prima ragazza che gioca a calcio, era quasi impossibile pensare che una donna giocasse a calcio come lavoro. Piano piano arriverà il professionismo, il rispetto.

La crescita del movimento italiano adesso è molto veloce anche grazie alle ragazze della Nazionale, che hanno fatto un gran Mondiale. Le persone cominciano a crederci, a pensare sia possibile. Vedrai che arriverà il livello di convinzione intorno a questo sport che abbiamo in America.

E tu, invece, come hai pensato di poter giocare, come ti sei avvicinata al calcio?

Un’amica di mia madre mi portò con mia sorella maggiore a giocare in un parco e ci diede un palla per giocare a soccer. Non facemmo niente di serio, però, dopo lei disse a mia madre che io dovevo cominciare a farlo. Così io e mia sorella ci abbiamo provato, se lo faceva lei dovevo farlo anche io. Io ho praticato anche il basket, il football americano, mentre lei cominciava ad impegnarsi nel softball. Dovevo scegliere soccer o softball? Soccer.

Il tuo essere donna, la tua bellezza, ha mai condizionato le tue scelte?

Innanzitutto sentirsi dire “sei bella” è una cosa anche piacevole. Ma è qualcosa che tutti possono dire. Se mi conosci non mi puoi dire sei bella, puoi dire qualcosa sul mio gioco, sul mio essere veloce, forte. “Sei una bestia” mi puoi dire. Oppure sei gentile, intelligente. Queste sono le cose più importanti.

La mia faccia, il mio essere donna non è stato importante. Io ho il mio corpo, che è la mia forza. Io mi sento più bella in palestra quando faccio qualche esercizio e posso testare la mia forza. Sono in feeling veramente con me stessa quando gioco, quando spingo. Oppure quando ballo, sento il mio corpo che si muove. Essere in movimento. Anche quando gioco io non voglio segnare, ci sto provando si, ma quando strattono qualcuna e gli sottraggo la palla sono felice.

Iron Woman: intervista a Mariah Cameron

Possiamo dire che sei più vicina alla concezione del calcio maschile rispetto a quello femminile?

Si, mi sento forte nel contatto, nello scontro, nella vittoria. Il risultato della domenica condiziona tutta la mia settimana, se decido di uscire o restare in casa.

Una Iron Woman, forte ma anche sensibile. Una sensibilità particolare dell’atleta e anche della femminilità o no?

No. Io ho visto tanti uomini piangere, avere sensibilità. Questa mattina sulla mia home Instagram, dove appaiono cibo, calcio e tante altre cose, ho visto una foto di Marcelo (anche Mariah è un terzino) in lacrime. Questa è la normalità, non è qualcosa che ti rende debole, a seconda che tu sia una donna o un uomo. Quando sei un’atleta e ci tieni, che tu sia maschio o femmina, non puoi trattenere le tue emozioni. Abbiamo le stesse emozioni.

La tua è una risposta perfetta per chi dice che il calcio non è un gioco per signorine.

Chi lo dice è stupido. Chi lo dice del calcio può dirlo di quasi tutto no? Questo non è per le donne, questo altro non è per le donne. È una storia che va avanti dall’inizio dei tempi. Abbiamo aspettato di poter guidare, di poter votare o di lavorare fuori dalle case. Non possiamo aspettare il mondo che ci dica “siete pronte per fare questo o quello”, altrimenti non ci riterranno mai all’altezza. Il mondo può dire quello che vuole, anche che il calcio non è per noi. Io ho la mia opportunità per farlo e sono felice.

A proposito di battaglie femminili, una delle figure più forti del vostro movimento è una californiana come te: Megan Rapinoe. Cosa pensi di lei?

I genitori di mia mamma abitano nella sua città (Redding), quindi loro mi parlano sempre di lei. Sai, io gioco a calcio, lei gioca a calcio, quindi il collegamento è veloce. Io penso che è fico vederla dov’è, perché dimostra che non è importante da dove arrivi o dove sei nata. Redding non è una grande città, non è male ma non è Los Angeles, non ha tutte quelle risorse. La sua è una storia da prendere come esempio. Nella vita puoi fare cosa vuoi.

Lei si spende molto per l’equity pay, in Italia a dicembre è passato un emendamento che parla per la prima volta di professionismo accostandolo al calcio femminile. A chi livello siete? Senti che il tuo lavoro è riconosciuto?

Io sono fortunata perché questo è il mio solo lavoro. So però che non per tutti è così. Sono con loro, appoggio il sogno dell’equity pay. Però, capisco anche che se non ci sono soldi è difficile. Le partite dei maschi sono più seguite, le persone vanno allo stadio.

Negli Stati Uniti è diverso, le statistiche dicono che durante la Coppa del Mondo le persone hanno guardato le donne più degli uomini. Allora lì la battaglia è normale. Qui l’affluenza è ancora bassa ma è qualcosa che io voglio per il futuro. Devono succedere tante cose prima di arrivare al professionismo in Italia. Mi dispiace che per la mia età forse non vivrò quella fase. Ma potrei sempre decidere di giocare altri vent’anni.

Iron Woman: intervista a Mariah Cameron
Di certo le partite più prossime che giocherai saranno importanti. Il Napoli femminile è primo in classifica e in città, da quando il Napoli maschile va male, l’attenzione si sta spostando su di voi. Siete la squadra della città che vince. Stai avvertendo questa pressione?

Si questo è uno scenario molto interessante. Dopo le nostre partite, io torno a casa e guardo i match su Facebook. Allora, posso leggere i commenti degli altri, del tipo “sono il Napoli che vince” e cose così.

Un ragazzo ha taggato un suo amico dicendogli “Guarda sono come i maschi, loro dominano le partite e poi alla prima occasione prendono gol”. Era un commento negativo ma mi ha reso felice, perché vuol dire che ci stanno seguendo e parlano di noi come lo farebbero dei maschi.

Mariah, ti lascio con una speranza e con la prospettiva di un interesse futuro del popolo napoletano nei vostri confronti: auspichiamo che la prossima stagione per voi significherà massima serie ma questo vorrà dire Napoli-Juve anche nel calcio femminile.

Si, per me è un sogno affrontarla. Quelle sono le partite per le quale vale la pena lottare e giocare, altrimenti perché lo facciamo? Pensa che la mia squadra, quando ero in Svizzera, subito dopo il mio trasferimento affrontò la Juve in amichevole e ci rimasi male. Sono tre anni che aspetto di giocare quella partita.

Mariah ti auguriamo (incrociando le dita) di giocarla dalla prossima stagione. La tua mentalità ha colpito anche noi.

 

 

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