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Quando Dio era bulgaro

“Oggi Dio ha confermato di essere bulgaro”

Nikolay Kolev e Petar Vasilev, commentatori televisivi Francia-Bulgaria

Sarebbe davvero difficile risolvere la questione circa l’appartenenza geografica del Creatore. Eppure, all’inizio degli anni 90′, questo interrogativo trovava risposta in uomo che ne portava il nome del figlio e che sembrava essersi materializzato per portare una Nazione alla vittoria. Stiamo parlando di Hristo Stoichkov, il genio.

Potremmo raccontarvi la sua vita, l’infanzia difficile, l’arruolamento nell’esercito. Parlare di quando già Maresciallo riusciva a vivere grazie ai due milioni al mese guadagnati da calciatore.

Discutere circa la sua intelligenza tattica e l’immenso bagaglio tecnico, di un talento con un carattere burrascoso, di un pigro. Poi, della lite con Cruijff, del rapporto d’amicizia finito in frantumi con Romario.
Il dream team blaugrana composto da Laudrup, Koeman, Romario e Stoichkov, capace di vincere quattro scudetti consecutivi, tre Supercoppa di Spagna, una Supercoppa Europea e la Coppa Campioni.

La storia di Hristo Stoichkov potremmo condirla con la Scarpa d’oro del 1990, il Pallone d’oro del 94’, il titolo di capocannoniere al Mondiale. Niente di tutto ciò potrebbe spiegarvi quell’assurda correlazione tra il Signore e quello che in patria pensavano fosse il figlio o giù di lì, venuto per portare la Bulgaria in trionfo.

La prima manifestazione

Dio ha confermato (o sembrava lo facesse) di essere bulgaro, per parola dello stesso Stoichkov, al Mondiale del 94’ in USA.

La Bulgaria viveva un periodo difficile, la situazione politica era travagliata, con lo stallo segnato da un governo tecnico (guidato Lyuben Berov) incapace di gestire il Paese. L’inflazione raggiungeva picchi del 59,4% e le cosche criminali si arricchivano col traffico d’armi favorito dall’embargo della Jugoslavia.

Quell’estate, però, ci sarebbero stati i Mondiali, un momento di svago per la popolazione: la Nazionale rischiava di non andarci.
La squadra allenata da Dimitar Penev si giocò il passaggio nell’ultima gara di qualificazioni, al Parc des Princes contro la Francia.

17 novembre 1993, ai blues basta un pareggio.  Al 32’ la sblocca Cantona. Dopo cinque minuti arriva il pareggio di Emil Kostadinov (uno che nei primi anni 90’ ha fatto le fortune del Porto, vincendo in terra lusitana trofei a raffica). Al 90esimo si è ancora sull’uno a uno, così passa la Francia, lo avrebbe fatto se in campo Kostadinov non ci fosse stato. L’attaccante si invola sulla destra come un cavallo e piazza un diagonale imprendibile. L’arbitro fischia subito dopo, è avvenuto un miracolo.

I commentatori della nazionale bulgara non hanno più dubbi: “Questa sera Dio è bulgaro!”. L’hanno detto, diventerà di uso comune.

L’aneddoto

Parecchi anni dopo ci sarà svelato anche un mistero celato dietro quell’evento divino: Emil Kostadinov e Luboslav Penev erano entrati in Francia senza autorizzazioni. Avendo problemi per il visto si affidarono al portiere Borislav Mihajlov e al centrocampista Georgi Georgiev (entrambi giocavano nella squadra francese del Mulhouse) che aiutarono i due ad attraversare il confine tra Germania e Francia su un’auto guidata da Georgiev, scegliendo con cura un posto di frontiera di bassa sicurezza

USA ’94: quando Dio era bulgaro

Ai mondiali, dopo l’impresa di Parigi, la Bulgaria è tenuta in stretta osservazione: Hristo Stoichkov è la stella, il genio dei pigri, ma c’è anche Yordan Lechkov, Balakov, poi Ivanov, Sirakov, Penev. Mai quella Nazionale ha avuto così tanto talento e, allo stesso tempo, mai è riuscita a ben figurare ad una competizione mondiale: prima del 94’ in cinque apparizioni non ha vinto una sola partita.

La storia sembra ripetersi, il destino sembra segnato, perché alla prima partita contro la Nigeria arriva una sonora sconfitta: 3 a 0. Ma non è così. Il divino ha i suoi tempi, lo capisce dapprima la Grecia superata con un 4 a 0 secco (doppietta di Stoichkov, gol di Lechkov e Borimirov) e poi, addirittura, l’Argentina (con Maradona in panchina) sconfitta 2 a 0 per mano, naturalmente, di Stoichkov e Sirakov. In patria il clima cambia, cominciano a crederci, la gioia muove una Nazione intera. Si avverte qualcosa.

Il Messico è l’avversario degli ottavi. Stoichkov al sesto minuto scappa in contropiede, è imprendibile, la mette dentro con un bolide.

I centroamericani pareggiano su rigore. L’equilibrio non si spezza più fino al 90esimo, non lo fa nemmeno ai supplementari. Bobi Mihailov, portiere e capitano di quella Bulgaria, ai rigori si prende la scena e ne para tre, portando i compagni a giocarsi i quarti con i campioni iridati della Germania.

Il calcio, vero oppio dei popoli

La sfida con i teutonici è senza dubbio il punto più alto mai raggiunto dal calcio bulgaro e il peso della sfida grava palesemente sulle gambe e sui pensieri degli undici in campo.

Il primo tempo è scialbo, ma nella ripresa Letchkov al terzo minuto atterra Klinsmann: è rigore. Matthaeus non sbaglia. I bulgari sembrano non averne e più: al minuto 25’ Voeller imbecca di tacco Helmer che sciupa, poi c’è la rete di Voeller, annullata per fuorigioco. Un fuorigioco che è una scintilla. Un minuto più tardi il Genio, Hristo Stoichkov, calcia una punizione magistrale è 1 a 1.

I campioni sono increduli, escono dalla partita. Tanto basta ai baciati da Dio, Lankov mette in mezzo, Letchkov va in tuffo: la Bulgaria è in vantaggio, ci resterà. È una giornata storica, che entra di diritto negli annali. La gente impazzisce e festante invade le strade per restarci tutta la notte. Il calcio, ancora una volta, ha cancellato per un po’ tutti i problemi: oppio dei popoli.

Sacchi, e l’imparzialità di Dio

La semifinale è con l’Italia di Sacchi, la sensazione è che anche questa volta si passerà. Gli undici bulgari sono all’apice della condizione psicofisica, si sentono invincibili, perché hanno Hristo, perché al fatto che Dio sia bulgaro oramai hanno preso l’abitudine.

I primi minuti ci raccontano di una gara bloccata: la Bulgaria aspetta, lasciando il pallino del gioco agli azzurri, Baggio è marcato a uomo da Iankov. Dopo venti minuti di niente c’è l’intuizione. Il Divin Codino vince un contrasto con Iankov sulla sinistra, salta Houbtchev e pennella un destro a rientrare, Mikhailov non può nulla.

L’Italia in vantaggio è una squadra orgogliosa e impetuosa. Dopo nemmeno un minuto Albertini prima c’entra un palo, servito da Baggio, e poi sfiora un gol con lo scavetto. Non è finita. Donadoni allarga ancora per Albertini, questa volta cerca lui Baggio. Il 10 si smarca, va in torsione, diagonale: 2 a 0.

I bulgari sono annichiliti, come chi si sente tradito. Gli azzurri superiori in tutto non riescono a mettere tre lunghezze tra loro e gli avversari. Capita così che Balakov si inventa la giocata della vita: salta mezza difesa italiana e viene atterrato da Pagliuca. Rigore. Stoichkov non sbaglia, con sei reti diventerà capocannoniere del torneo ma il resto è storia. Il sogno finale non si realizzerà. La generazione d’oro del calcio bulgaro all’oro non ci arriverà mai.

Al ritorno in patria i giocatori sono accolti come degli eroi e assorbiti da un vortice di sentimenti. La gioia forse già svanita, la gratitudine, durerà per sempre, la malinconia nata dalla consapevolezza che quegli eroi sono solo uomini, che Hristo è solo un nome e che Dio non ha nazionalità.

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