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Alla ricerca di Cavani

Per capire fino in fondo la natura di Edison Cavani è fondamentale fare un passo indietro e delegittimare i suoi successi – ottenuti principalmente vestendo la casacca del Paris Saint Germain – al fine di ottenere un’immagine quanto più pura delle sue doti calcistiche.

L’obiettivo deve essere quello di scandagliare il suo passato per gettare luce su quel miscuglio di assonanze che – nel periodo che va dall’estate del 2010 all’estate del 2013 – hanno reso l’uruguagio un idolo, per i napoletani e non.

 

“Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio”

– Albert Camus

 

Le parole di Camus tuonano, e hanno tuonato, grevemente nell’animo di tutti quelli che hanno ricordo delle mirabili gesta di Edinson Cavani con la maglia del Napoli, perché il suo è un ricordo logorante ma dolce. Il paradosso per eccellenza.

Lo sguardo di Canova

Un metro e 84 centimetri di altezza, 71 chili di peso, una lunga chioma castana, la compostezza dei movimenti, l’armonia delle parti. Questo potrebbe essere tranquillamente l’identikit di un adone greco – come Perseo – raffigurato in pietra da Antonio Canova, massimo rappresentante del filone artistico del Neoclassicismo.

Il richiamo al Neoclassicismo, che a sua volta si rifà a quei canoni estetici greci fondati sulla razionalità e sull’armonia, nell’uruguagio è palpabile. Edinson è il prodotto dello sguardo melanconico dei contemporanei ai canoni di bellezza greci.

Perseo trionfante, Antonio Canova

 

Edinson Cavani con la maglia dell’Uruguay

La sua grecità trasuda anche, e soprattutto, dal suo stile di gioco. Il suo senso della posizione, le sue incredibili doti balistiche, le sue lunghe cavalcate in fase di ripiego, i virulenti strappi tra il centrocampo e la trequarti avversaria, la sua infinita resistenza, il suo senso del dovere e del sacrificio sono l’emblema del trionfo della razionalità.

E la sua prestazione contro il Dnipro in Napoli – Dnipro il 4 a 2 ne è la prova provata.

A contatto con Kandinskij

Cosa avranno mai in comune Edinson Cavani e Vasilij Kandinskij? Quale sarà il filo rosso che tiene stretti in una morsa il calciatore uruguagio e l’artista russo? Che cosa c’è da capire di Cavani che ci è sfuggito e che in qualche modo ci riconduce a Kandinskij?

L’irrazionalità.

L’irrazionalità del vissuto dei due condizionerà fortemente il loro modo di approcciarsi al mondo. Infatti, sebbene i vissuti siano di natura diametralmente opposta, entrambi saranno ricordati ai posteri per la realtà razionale in cui erano gettati (il Napoli di Mazzarri di uno e lo scenario storico a cavallo tra la prima e seconda guerra mondiale di un’altro) e il loro modo irrazionale di rispondere ad essa.

Nel caso di Kandinskij – in un’era dominata dalla tecnica e dalla de-umanizzazione dell’uomo al solo scopo di alleggerire il carico moralistico incombente sulle nostre coscienze – l’artista russo decide di essere l’iniziatore di un movimento culturale che riuscirà a far centrale l’esperito, l’irrazionalità del sentire dei singoli individui. Il punto d’approdo è proprio l’astrazione, la non-figuratività. Questa visione che Kandinskij propone ad un mondo appena uscito devastato dalla Grande Guerra, che riduce la natura a delle forme primarie, scarne, che a volte si scontrano tra loro, come quello che era successo tra le potenze mondiali qualche anno prima.

 

Vaselij Kandinskij
Senza titolo, Vasilij Kandinskij

 

La risposta irrazionale

Per quanto riguarda Cavani, egli era parte di una realtà (il Napoli di Mazzarri) che era la quintessenza dell’irrazionalità nella razionalità. Seppur possa sembrare contraddittorio, il Napoli era proprio questo: una risposta irrazionale ad una realtà fin troppo razionale. La squadra partenopea aveva una rosa di giocatori dal valore di appena 200 milioni di euro ed era comunque riuscita a fronteggiare (e ben figurare), anno dopo anno, avversari del calibro del Manchester City, del Bayern Monaco e del Chelsea, senza dimenticare la strenua lotta per il titolo nazionale che ogni anno la coinvolgeva in minima o larga parte.

Tuttavia, il tabellino di marcia del Napoli era anche zeppo di debacle (o di prove ad alto rischio sportivo) di un certo livello contro squadre notoriamente più “piccole”. Basti pensare come il Napoli, appena non riusciva a trovare nella trazione offensiva alcuno sbocco promettente, andasse in panne e rischiasse di essere preda di contropiede fulminei che il trio difensivo partenopeo – Cannavaro/Aronica/Campagnaro – difficilmente riusciva a contenere. E questo capitava soprattutto con squadre di bassa lega che facevano del catenaccio all’italiana la loro filosofia di gioco.

L’irrazionalità di quel Napoli – e di tutti quelli che ne facevano parte (i quali erano passibili di un tramutamento da eroi delle serate di Champions a brocchi della domenica) – è un paradosso inspiegabile. I più devoti ad uno sguardo onirico potrebbero additare questa risposta irrazionale ad un rapporto simbiotico – quasi compulsivo – creatosi con la tifoseria e la città tutta, che avrebbe spinto i singoli giocatori (e Cavani soprattutto) a over-performare.

La partita Napoli – Lecce del 19 Dicembre 2010 è in questo caso esemplificativa.

 

Il dionisiaco come elemento di salvezza

Nella prima opera da lui pubblicata, La nascita della tragedia, Friedrich Nietzsche ci dà un’immagine del popolo greco mai vissuta prima d’ora. Solo apparentemente, infatti, il popolo greco sarebbe un popolo sereno, lo è stato solo e sicuramente per quelli che hanno dimenticato l’Edipo accecato e il Prometeo, il cui fegato veniva mangiato dall’avvoltoio. Bisogna aver dimenticato la tragedia – la sua origine e la sua verità – per pensare che il popolo greco fosse un popolo sereno, prettamente razionale (figlio di quella immagine che artisti come Fidia ci hanno tramandato con le loro opere).

Fin dall’inizio l’opera incomincia con l’analisi di due importanti istinti e principi: l’apollineo e il dionisiaco. L’apollineo e il dionisiaco sono due tendenze contrapposte, come sono due opposti il maschio e la femmina. Questi due opposti hanno anche per oggetto differenti tipologie di arte. Legate all’apollineo sono la scultura e la pittura (il razionale), mentre al dionisiaco la musica e la danza (l’irrazionale). Mentre l’apollineo è figurativo, il dionisiaco non lo è affatto. Esso è stato di ebbrezza e unione con la natura.

La nascita della tragedia ha come scopo quello di mostrare l’importanza dell’elemento dionisiaco (l’irrazionale), visto che l’elemento apollineo (il razionale) era già stato ampiamente  riconosciuto.

Sebbene questa prima dicotomia possa – maldestramente – imputare al dionisiaco un ruolo di preminenza, l’obiettivo finale di Nietzsche è un altro: rivelare come il popolo greco – il popolo della fierezza ed espressione del massimo splendore – non sia altro che il frutto della commistione di questi due impulsi.

Perché l’uomo altro non è che la sintesi del razionale e dell’irrazionale.

 

Edinson Cavani, la parte irrazionale del razionale

Ed Edinson Cavani, nella sua esperienza napoletana, altro non è stato che il rimando attivo a quel nuovo concetto di grecità, che Nietzsche ha tanto voluto affermare con veemenza e crudeltà abbattendo tabù e dando preminenza al sovvertimento dei valori riconosciuti.

Un eroe dalla doppia personalità (l’immagine di Prometeo, semidio condannato a patire come gli uomini ma non con gli uomini, è calzante) intrappolato tra un vissuto personale troppo irrazionale – il divorzio inspiegabile dalla tanto amata Soledad – e una ricerca spasmodica di razionalità (il suo essere ligio al dovere) che non si risolve in altro che una risposta irrazionale.

Tra la razionalità dell’essere e l’irrazionalità dell’essenza, Cavani altro non è che un eroe greco, che più greco non può essere.

 

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