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Ronaldinho Gaucho: ritorno al Joga Bonito

Ci sono sportivi che vanno al di là delle vittorie di squadra, dei riconoscimenti personali, delle classifiche all time redatte da intenditori: Ronaldinho Gaucho ha rappresentato il ritorno al Joga Bonito. Non che non possa essere inserito nelle categorie sopracitate, avendo lui vinto tutto ciò che si possa vincere su un campo di calcio. Il suo impatto, tuttavia, ha lasciato un segno assai più profondo sulla cultura calcistica, e non solo, conquistando i cuori e la fantasia di ogni ragazzino con un pallone in giro per il mondo. Ronaldinho, il circense vincente, fulcro inamovibile della rinascita blaugrana, amato dai rivali, applaudito dagli avversari negli stadi più importanti del mondo, incarnazione del numero 10. Mai prima si erano viste cose simili su un campo professionistico. La chiara percezione che si stesse davvero divertendo in ogni partita era palpabile, e il Gaucho, consapevole del nostro divertimento osava ancora e ancora, mostrandoci che un gioco è tale solo quando si può sorridere. E come molti altri brasiliani nel corso del tempo Ronaldinho ha dovuto plasmare il suo sorriso per strada, tra la povertà e il pericolo sempre in agguato. La “Ginga”, un qualche tipo di palla e la fortuna lo hanno sottratto da un destino che sarebbe potuto essere difficile. Oggi ha compiuto 40 anni, in Paraguay, da detenuto, insieme col fratello-agente, con l’accusa di passaporto falso e riciclaggio. Il bisogno di divertirsi con gli altri e con la palla anche nel cortile penitenziario tuttavia non lo ha mai smarrito, al contrario della strada maestra, adesso più che mai incerta. Che sia la strada, un campo professionistico o un cortile di un carcere, date a Ronaldinho una palla e lasciate che la gioia si spanda.

Sulle orme del Fenomeno

La prima occasione in cui Ronaldo de Assis Moreira ebbe modo di farsi notare dal mondo avvenne in occasione dei mondiali under 17 disputatisi in Egitto nel 1997. Vestiva la maglia verdeoro numero 7 e portava sulle spalle il suo nome di battesimo, lo stesso del fenomeno fresco vincitore del pallone d’oro. L’apporto del giovane Gaucho, così chiamato per la sua zona di provenienza, fu assolutamente determinante per il successo della Selecao in quella competizione. Dimostrò a tutti gli osservatori presenti di essere di una categoria potenzialmente differente rispetto tutti i suoi coetanei, divertendo il pubblico e trascinando i suoi compagni. La chiamata della nazionale maggiore non si sarebbe fatta attendere dopo prestazioni del genere. E così fu, quando il 26 giugno 1999 esordì contro la Lettonia, partita vinta 3-0. Nel medesimo anno fece parte della spedizione vittoriosa in Coppa America, presentandosi alla competizione con il nome di Ronaldinho e un gol mirabolante contro il Venezuela. Ronaldo e il Gaucho fecero risplendere di fantasia, tecnica e potenza quella nazionale, nettamente favorita sulle storiche rivali Argentina e Uruguay. Sempre nel 1999 fu selezionato per giocare la seconda edizione della Confederations Cup in cui mostrò segni di una definitiva maturazione. Trascinò la Selecao in finale vincendo la classifica dei cannonieri e venendo eletto miglior giocatore del torneo. Purtroppo dovette arrendersi al Messico, padrone di casa, e a un Blanco in stato di grazia.

Ronaldinho, ritorno al joga bonito
Ronaldo e Ronaldinho, Copa America 1999.

Un’eredità pesante

Dopo il terribile doppio infortunio che ha devastato per sempre la carriera di Ronaldo tra il novembre 1999 e l’aprile 2000, sembrava che qualcosa di magico si fosse spento per sempre. Il fenomeno, il più forte giocatore del mondo, e probabilmente il più grande attaccante di tutti i tempi, sarebbe poi risorto come un’araba fenice nel mondiale del 2002 vinto insieme al Gaucho. Noi tuttavia non potevamo saperlo allora, e il calcio aveva disperatamente bisogno di eroi. E il caso ha voluto che proprio un altro Ronaldo si elevasse a modello da fantasticare. Il nome sulle spalle divenne definitivamente Ronaldinho, l’Europa era pronta ad accoglierlo e lui far schizzare gli occhi fuori dalle orbite ai figli del vecchio continente. Il 17 gennaio 2001 il Paris Saint-Germain annunciò l’acquisto del Gaucho suscitando le polemiche del Grêmio, che non aveva dato l’approvazione per il trasferimento. Sulla questione si pronunciarono sia i tribunali brasiliani sia la FIFA, che impose ai francesi un risarcimento di 6,4 milioni di euro per il club brasiliano. Per via di tale disputa Ronaldinho, che aveva già firmato per il Paris Saint-Germain nel maggio del 2001, non poté essere tesserato dalla società francese prima del mese di agosto, quando la stessa FIFA diede il benestare al tesseramento provvisorio del giocatore in attesa del transfer della CBF. Dopo la vittoria del mondiale 2002, e un paio d’anni complicati con il club, nel 2003 fece trasparire chiaramente la propria volontà di lasciare il Paris Saint-Germain. Il desiderio di Ronaldinho scatenò le offerte dei maggiori club europei come Manchester Utd e Barcellona. Fu la società catalana a puntarla e il resto è storia.

Ronaldinho, ritorno al joga bonito
Ronaldo e Ronaldinho ai mondiali del 2002.

Joga Bonito Imperat

Il Ronaldinho di Barcellona ha impresso le istantanee più memorabili della carriera, quelle dove realmente soverchia i confini dell’impossibile, tra follia e lucido pensiero. Con una squadra infarcita di talenti al suo servizio, e lui a illuminare con l’imprevedibile necessità di stupire pubblico, compagni e avversari, divertendosi a divertire. In panchina a giostrare il tutto la leggenda olandese Frank Rijkaard, ex lanciere e invincibile rossonero, approdato in blaugrana insieme nell’estate 2003 dopo aver portato l’Olanda in semifinale a Euro 2000. Il gioco spagnolo basato sulla tecnica e sul possesso palla si abbinarono perfettamente con lo stile funambolico del neo numero 10 del Barcellona. La “Ginga” era libera di essere espressa e il Gaucho ne fu ambasciatore memorabile. La ginga non è solo uno stile di gioco. É un modo di essere. É bandiera, fischietto, musica, danza, favela, corsa, risata, carioca. É la radice. Reinterpretata dal circense del Camp Nou al ritmo 2000 lo slogan nasce presto grazie alla Nike: Joga Bonito. L’azienda americana intende farne l’erede di R9 lanciando il marchio R10, e per certi versi non potrebbe esserci testimonial migliore. Si diffondono pubblicità fake che lasciano il dubbio sulla veridicità degli spot, come le quattro traverse colpite da Ronaldinho in allenamento. La spettacolarizzazione dell’impossibile che diventa possibile. La “Ginga” non può essere insegnata. È nell’approccio, nello scorrere del sangue, nella velocità in cui il pensiero si traduce in azione. La Ginga è quell’abilità, quell’istinto, che permette di entrare in sintonia con un’azione.

«Il mio gioco è basato sull’improvvisazione. È l’istinto che dà gli ordini».        Cit. di Ronaldinho Gaucho

Cos’è il genio?

Al termine della prima stagione il Barcellona arrivò secondo in campionato, alle spalle del Valencia di Rafa Benitez. Il vento però stava cambiando in quel del Camp Nou. Con Ronaldinho in campo, il Barca non perse per 17 consecutive. Il Gaucho segnò 15 gol in Liga, conditi con altri 4 in Coppa Uefa e 3 in coppa del Re. A fine anno Ronaldinho vinse il Fifa World Player e il Barcellona sfondò quota 125.000 soci. La stagione successiva fu il preludio dell’apogeo con la conquista del campionato ma dovendosi arrendere al Chelsea agli ottavi di finale. Ciononostante vogliamo ricordare la perla di Ronaldinho a Stamford Bridge, che fece schizzare in piedi tutti i tifosi in un applauso collettivo. Il brasiliano riceve palla da Iniesta al limite dell’area di rigore, circondato da 4 avversari. È fermo, sembra non avere alcuna opzione. E allora, “Ginga”. In quella rapida serie di finte Ronaldinho prende le misure, è un geometra, e di fatto quel gesto tecnico è un calcolo geometrico, che richiede una mente fuori dal comune per trovare qualcosa che nessuno, nella sua posizione, poteva vedere. Ma è soprattutto istinto, ricerca dell’imprevedibile che sconvolge l’ordinario. Per citare “Amici Miei” di Mario Monicelli: «Cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione». Collina che arbitrava quella partita dirà in seguito «la rete più incredibile mai vista».

Ronaldinho, ritorno al joga bonito
Goal da giocatore di biliardo di Ronaldinho contro il Chelsea nel febbraio 2005.

Annus Mirabilis

Poi l’Annus Mirabilis 2005-2006. Nominato Pallone d’Oro per plebiscito, nonostante la mancata vittoria finale in Champions League, nel 2005, al Bernabéu, mette in scena la recita migliore della carriera. Si gioca la dodicesima giornata di Liga. In testa al campionato c’è l’Osasuna, ma era risaputo che, una volta di più, sarebbe stata una questione a due tra Barça e Madrid. Il primo gol. Presa palla esattamente sulla metacampo, saltato con imbarazzante facilità, Ramos. Helguera preso in controtempo oscilla all’indietro mentre Roberto Carlos si ritrova sdraiato a terra. Casillas immobile. Sono storditi. Casillas s’infuria con i suoi, ma i compagni di squadra lo guardano, poi si guardano come a dire: e cosa diavolo avremmo potuto fare. Secondo gol. Lo sviluppo del gol è abbastanza simile, sempre sulla sinistra, ma stavolta il brasiliano supera Ramos innestando le ridotte in area di rigore. In mezzo, c’è Helguera che non sa dove andare, se scappare verso di lui o verso la porta. Casillas, stavolta non proferisce parola. Sguardo nel vuoto, scuote la testa, borbotta qualcosa tra sé e sé. Semplice onnipotenza. Prima i calciatori del Real, poi i tifosi. Lo applaudono, si alzano in piedi. Il Bernabéu ai piedi di un calciatore del Barcellona, capita solo con i grandissimi. Come Maradona, 22 anni prima. A fine partita, la gente ha ancora addosso la sciarpa del Real, o la camiseta blanca. E dice: «Non divento del Barcellona, questo no. Ma di Ronaldinho sì». Al termine della stagione solleverà anche la coppa dalle grandi orecchie, riuscendo ad avere la meglio sull’Arsenal in finale, e venendo nominato miglior giocatore della competizione.

In seguito gioco anche per il Milan per due stagioni e mezzo, prima di tornare in Brasile nel gennaio 2011. Il giocatore approdato a Milano non era più probabilmente motivato come lo era precedentemente, e nonostante ottime prestazioni il ricordo di ciò che fu iniziò a farsi più dolce della realtà nei tifosi. Per questo motivo vogliamo concludere qui il nostro omaggio al genio di Porto Alegre, nel suo momento più fulgido e alto, quando il Bernabéu si inchinò davanti alla bellezza della “Ginga Gaucha”.

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