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Manuel Rui Costa: il 10 lusitano per eccellenza

Quest’oggi vogliamo omaggiare per i suoi 48 anni uno dei simboli assoluti del calcio targato anni ’90 e inizio 2000: Manuel Rui Costa, il 10 lusitano per eccellenza. È chiaro che parlare calcisticamente di Portogallo ai nostri giorni equivale a monopolizzare il discorso intorno alla figura di Cristiano Ronaldo, indiscusso re del pallone in patria. Prima dell’avvento del talento di Madeira era ovviamente la perla nera Eusebio ad essere l’eroe romantico di un intero paese. Autore di gesta memorabili, eletto Pallone d’oro nel 1965, trascinatore del Portogallo al terzo posto nel mondiale in Inghilterra del 1966 e in grado di segnare 733 gol in 745 partite (Scarpa d’oro 1962 e 1966). Tra i due più forti calciatori della storia portoghese ecco iniziare a calcare i campi di gioco nel 1990 il nostro omaggiato del giorno Manuel Rui Costa. Se Eusebio rappresentava all’epoca la risposta europea a Pelè, e Cristiano Ronaldo veste oggi il ruolo di monarca assoluto dello sport portoghese, Rui Costa è il 10 lusitano per eccellenza. Leggerezza e grazia. Mente e controllo. L’uomo dell’ultimo passaggio per antonomasia.

Gli inizi del Musagete

Rui Manuel César Costa è nato e cresciuto nel distretto di Lisbona di Damaia, quartiere popolare nel comune di Amadora. Figlio unico a causa delle difficoltà economiche in cui versava la sua famiglia di umili origini. Nei dintorni di Damaia si erge il Palácio dos condes da Lousã, dove a cavallo tra Ottocento e Novecento visse Manuel António Gomes, soprannominato “Padre Himalaya” per la sua stazza. Fu prete e scienziato, pioniere dell’energia solare e delle fonti rinnovabili, nonché grande “alma” del distretto. Nel Damaia Ginásio Clube il piccolo Manuel Rui Costa aveva trascorso molto tempo, tra i cinque e i nove anni, quando giocando a calcio, quando a hockey su pista. Dopo di che arrivò la grande svolta. Il Benfica, squadra di cui è sempre stato innamorato sin da tenera età, avrebbe bussato alla sua porta di lì a poco per un provino. Manuel ha nove anni e sente la responsabilità di mostrare il suo valore sotto gli occhi del suo eroe Eusébio, poco al di fuori di una recinzione. Si sta giocando l’opportunità di entrare nelle giovanili del Benfica e lo sta facendo di fronte al più grande calciatore portoghese di sempre (allora). Il provino comincia al fischio dell’arbitro. Rui Costa supera due avversari con un sombrero, nell’azione seguente dribbla tre ragazzini e va in porta da solo. Eusébio ferma la partita, avvicina il piccolo di Damaia. Sono passati dieci minuti: preso.

Benfica

Passano gli anni e gioca nelle formazioni giovanili, facendo il raccattapalle durante i turni di campionato della prima squadra. Per Rui Costa il Benfica è un’ossessione, tanto da scoppiare in lacrime alla notizia della sua cessione in prestito all’AD Fafe, in seconda divisione. Gioca titolare e riesce facilmente ad affezionarsi al luogo. Disputa 38 presenze condite da 6 gol che gli valgono la convocazione per il Mondiale Under 20 che si sarebbe disputato proprio in Portogallo. Rui Costa inizia il mondiale un po’offuscato dai vari Luis Figo e Joao Pinto, giocatori già titolari in Primeira Liga. Tuttavia Manuel scala rapidamente le gerarchie e diventa l’assoluto protagonista del trionfo della Seleção Portuguesa. Segna il gol decisivo contro l’Australia in semifinale e trasforma il rigore della vittoria nella finale contro il Brasile. Lo svedese Sven-Goran Eriksson, l’allora allenatore delle Aquile, lo riaccoglie immediatamente al Da Luz e gli cuce sopra l’intero gioco della squadra. Rui Costa si cala nel ruolo con disinvoltura indossando la sua 10 e dispensando tranquillità mentre controlla il campo con padronanza. Un ventenne che a suon di assist e filtranti geniali si guadagna il soprannome “O Maestro”, il maestro. Con il Benfica in tre anni conquisterà da interprete principale una Coppa del Portogallo nel 1993 e un campionato nel 1994, prima di essere sacrificato per fare cassa. Ad aggiudicarsi le prestazioni del nativo di Damaia fu Cecchi Gori per 11 miliardi di lire e il Maestro si trasferì a Firenze per giocare nel campionato più competitivo del mondo negli anni ’90: la Serie A.

Rui Costa il 10 lusitano per eccellenza

Fiorentina

Con i viola trascorse sette stagioni. “Non è giocare per un club, è giocare per una città” continuerà a dire a distanza di anni. Vinse due coppe Italia e una Supercoppa italiana. Probabilmente poco per la qualità che aveva quella squadra, ma le corazzate di Serie A non lasciavano troppo in tavola. Eppure il calore sa restituire molto altro. L’affiatamento con Batistuta viveva di vita propria e naturale, mai raggiunta con nessun altro, per ammissione dello stesso Manuel. Lo spartito era semplice e chiaro: Rui inventa, Gabriel finalizza. Batigol conquistò la classifica cannonieri nella stagione 1995 grazie anche e soprattutto agli assist del lusitano. L’eleganza e la tecnica di Rui Costa in campo è disarmante. Tanto chi ama la fantasia quanto chi vuole pragmatismo non poteva non coniugarsi nel 10 della Fiorentina. I tacchi, i tocchi d’esterno, la suola usata mo’ di guanto erano sempre funzionali. Estetica funzionale. In 7 anni e 215 partite mette a segno 38 gol ma, da autentico trequartista, confeziona un numero elevatissimo di assists. Firenze idolatra Manuel, che risponde trascinando la Fiorentina verso uno dei periodi più competitivi della Viola. Con i gigliati il destino volle che Rui Costa dovette affrontare anche il “suo” Benfica, nel 1997, quarti di Coppa delle Coppe. Dirà successivamente alla partita che quello fu uno dei momenti più duri della sua carriera. In seguito alla cessione di Batistuta alla Roma nell’estate del 2000, eredita la fascia di capitano e diventa il simbolo indiscusso della Fiorentina, seppur per un solo anno. Infatti nel 2001 a causa della pesante situazione debitoria della Viola, il presidente Cecchi Gori fu costretto a vendere anche il suo ultimo gioiello. Per Rui Costa dover salutare Firenze è stato un colpo devastante. Manuel ha amato ed è stato amato profondamente da Firenze, e il ricordo ancora oggi è onesto e dolce, come quello di un figlio maturo costretto ad abbandonare casa.

“Mi sono spesso chiesto se si può essere felici quando si corre dietro ad un pallone. No, non può bastare; però se a questo si aggiunge che la salute è buona, che accanto si hanno una donna splendida e un bambino meraviglioso, che i tuoi genitori ti sono sempre stati vicini e che le tue città si chiamano Lisbona e Firenze, allora è impossibile non essere felici”.                                                      Estratto da l’autobiografia “Il mio 10 per Firenze” (AN.MA. & San Marco Sport Events, 1998).

Rui Costa il 10 lusitano per eccellenza

Milan

A 29 anni Manuel Rui Costa, dopo il tentativo del Parma, sembrava destinato alla Lazio, ma la telefonata al patron Cecchi Gori di Galliani spariglia le carte in tavola e fa saltare il banco. 85 miliardi di lire (acquisto più oneroso della storia del Milan), che provano a salvare la società di Cecchi Gori dalla bancarotta, senza riuscirci tra l’altro. Tant’è, comunque, che l’offerta non può essere rifiutata, e il Maestro si trasferisce al Milan, dove oltre a far parte di una squadra pronta a rinascere e a conquistare il mondo trova un nuovo soprannome: il Musagete. È Carlo Pellegatti a cucirgli addosso il nuovo appellativo, ispirato dalla mitologia greca, per indicare l’estrema facilità con cui il lusitano ispira il gioco in campo. Nelle cinque stagioni in rossonero sfornerà 65 assists conditi da soli 4 gol, una vera maledizione quella delle realizzazioni per il Rui milanista. Ciò non toglie il resto, che poi è quasi tutto. In questo nuovo contesto non ha troppo spazio per brillare come un solitario, la squadra ha molti più fuoriclasse rispetto alla Fiorentina. Tuttavia, così come era riuscito a trovare l’intesa con Batistuta e si era esaltato al servizio di una stella, così Rui Costa riesce a inquadrarsi nel Milan. In cinque stagioni e quasi 200 partite, si stabilisce un rapporto importante con i tifosi, a dispetto della natura policentrica della squadra, facendo percepire il valore dell’uomo Manuel ai supporters. Quando Rui torna da avversario con la maglia del Benfica, l’abbraccio che San Siro gli riserva negli ultimi 10 minuti di partita, e finita la gara, racconta l’intensità di quel periodo assieme. Indossando la sua numero 10 ha deliziato e vinto tutto con il Milan. Nel 2003 vinse Champions League, Coppa Italia, Supercoppa Europea, e nel 2004 il campionato di Serie A e la Coppa Italia.

Rui Costa il 10 lusitano per eccellenza

Il cerchio si chiude a Lisbona, dove si era aperto

Poi l’arrivo di un giovane brasiliano di nome Ricardo Izecson dos Santos Leite, meglio conosciuto come Kakà, lo portarono a retrocedere nelle gerarchie della squadra. Stesso ruolo, ma più giovane, più veloce. L’ambientamento del brasiliano nel calcio italiano è qualcosa di incredibile. Nessuno sembra poterlo fermare, segna, risolve le partite quasi da solo. Ancelotti non vorrebbe rinunciare a nessuno dei due, quindi vara e utilizza spesso l’alberto di Natale. Un 4-3-2-1, che prevede la coesistenza di due trequartisti. Ma il Deus Ex Machina in presidenza non gradisce lo schema. Tra Rui e Kakà si sviluppa subito un ottimo rapporto, alla faccia della competizione disonesta, e il portoghese dirà in seguito che la relazione tra loro era come tra professore e alunno. Appariva comunque chiaro che a 34 anni era giunto il momento di lasciare spazio a questo giovane talento esplosivo e tornare a casa, per chiudere il cerchio dove si era aperto. Per altri due anni giocò con il Benfica, fino a che l’11 maggio 2008 disputò la sua ultima partita con la maglia delle Aquile, ritirandosi così ufficialmente dall’attività agonistica e divenendo direttore sportivo del club. Le proprie origini hanno per Manuel un’importanza che va al di là dell’appartenenza, qualcosa di più intimo e profondo che lo ha sempre tenuto legato a Damaia. Tanto da acquistare la sua casa d’infanzia, simbolo delle sue umili radici.

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