was successfully added to your cart.

Carrello

Sans-serif

Aa

Serif

Aa

Font size

+ -

Line height

+ -
Light
Dark
Sepia

Il calcio può riscattare se stesso

Sono di questi giorni due notizie riconducibili al mondo del calcio ma che con il calcio giocato, apparentemente, hanno poco a che fare. La prima è che la famiglia Agnelli, proprietaria della Juventus, ha deciso di donare 10 milioni di euro alla Protezione Civile per l’acquisto di respiratori e materiale medico-sanitario da donare agli ospedali che ne necessitano per fronteggiare l’emergenza Covid-19. La seconda è che tre giocatori della stessa società hanno deciso di abbandonare la quarantena cui erano sottoposti in conseguenza della positività al test di un loro compagno e, dopo aver ottenuto la negatività al test stesso, si sono diretti verso le loro nazioni d’origine. 

L’opinione pubblica

A prescindere dai motivi che sono alla base della decisione che hanno spinto questi personaggi ad adottare tal comportamenti, e della cui liceità non si vuole entrare nel merito, resta però l’impatto che queste notizie possono aver avuto sull’opinione pubblica. 

La prima è stata accolta dalla stragrande maggioranza come un gesto di solidarietà nei confronti di un popolo in difficoltà in un momento di emergenza come quello che stiamo vivendo; la seconda al contrario potrebbe invece aver turbato la suscettibilità di quelli che, e sono tanti – dopo aver guardato per anni a questi atleti come dei modelli di riferimento cui ispirarsi (e non sto qui a sindacare se a torto o a ragione) – si sono sentiti traditi o quantomeno delusi dal loro comportamento cosi scarno di sensibilità.

Il contraddittorio

Due notizie dunque completamente contraddittorie tra di loro e che mandano due messaggi diametralmente opposti sebbene provengano dallo stesso mondo. Le ho scelte in quanto riconducibili ad una stessa micro-comunità (una società di calcio, la Juventus) inserita all’interno di una comunità più grande (il mondo del calcio) ed alla quale riconducibili tante altre notizie che, come queste, sono anch’esse ugualmente contraddittorie.

Parlo delle iniziative di diversi calciatori che si sono adoperati, nella maggior parte con donazioni, per offrire il proprio contributo in questa situazione emergenziale; ma parlo anche dell’assemblea della Lega Calcio di Serie A tenutasi alcuni giorni fa alla quale hanno partecipato i rappresentanti delle società iscritte e che hanno  ribadito all’unanimità la volontà di portare a termine il Campionato di Serie A, e di farlo ripartire quanto prima, nonché delle dichiarazioni del Presidente della FIGC Gabriele Gravina:

«Ripresa al 3 maggio? Non c’è alcuna analisi scientifica, queste sono solo ipotesi, ma è ipotizzabile il 10 maggio, il 17, è anche possibile utilizzare i giorni infrasettimanali. É importante però ripartire perché la Lega potrebbe subire un danno di circa 700milioni di euro»

Di notizie del genere se ne potrebbero citare altre ed altre ancora, ma si rischierebbe semplicemente di annoiare il lettore pur di avvalorare la tesi secondo la quale il mondo del calcio, nei confronti di questa emergenza unica – che sta incidendo in maniera significativa nella vita di gran parte della popolazione, che ha già diviso l’Italia tra gli iper-impegnati a svolgere le proprie mansioni e l’esercito degli inattivi che hanno visto il loro lavoro spegnersi solo perché non necessario, e che sicuramente provocherà dei danni economici ingenti all’intera nazione e di cui i maggiori “beneficiari” saranno proprio gli “inoccupati” di oggi – non riesce a dare un’immagine di compattezza.

Una mancanza di voce univoca necessaria

Ecco, di fronte ad una tragedia del genere l’opinione pubblica si augurerebbe, o meglio, necessiterebbe che determinati settori del paese – e più precisamente quelli più floridi economicamente, che hanno una maggior visibilità e dunque un maggior impatto sulla gente comune e che esercitano un ruolo sociale all’interno del paese (ed è indiscutibile che oggi il calcio abbia quel ruolo) – avessero una voce univoca, non procedessero per ordine sparso e riuscissero attraverso decisioni condivise a fare sintesi delle varie anime presenti al loro interno. 

Del resto, la scarsa sensibilità con cui i rappresentati del calcio si sono approcciati sin dall’inizio a questa situazione emergenziale, quando con testardaggine e cecità hanno cercato di procrastinare la decisione apparsa scontata di dover fermare i campionati giungendo fino al punto di deridere un Ministro della Repubblica quando questi aveva semplicemente proposto l’ovvio, è la stessa con la quale ci si arrovella per capire come e quando riaccendere i motori perché “The Show Must Go On” e poco importa se questo lo si fa a discapito di altri interessi o degli interessi degli altri.

Avrei preferito per esempio, parlando da tifoso ed appassionato di calcio, che invece di concludere i campionati nazionali si fosse preferito far disputare quelli europei in programma questa estate che avrebbero potuto stimolare un sentimento di aggregazione e di unità nazionale di cui si sente il bisogno oggi. 

J’accuse

In questo “J’accuse” nessuno si senta escluso poiché, in questo mondo fatato ed irreale, tutti – dal primo dirigente della società più blasonata all’ultimo dei calciatori della squadra meno acclamata – dichiarano in modo consapevole di sentirsi fortunati di far parte di questo ambiente, ma sono incapaci di sviluppare uno sguardo che riesca ad andare al di là del proprio micro-universo. 

Registriamo la notizia di un incontro tra la Lega Calcio e l’Associazione Calciatori per discutere della possibilità da parte delle società di ridurre gli emolumenti ai propri stipendiati nella misura del 20/30%. Immaginiamo, nonostante le dichiarazioni di distensione e disponibilità di entrambe le parti, quanto controversa possa essere la questione e con quanta ostinazione ognuno difenderà le proprie posizioni per non veder lesi i propri diritti/privilegi.

Come restituire ciò che si è avuto?

Non sarebbe invece il caso che, alla luce di ciò che è stato detto sinora e proprio per fornire finalmente un’immagine diversa da quella che è arrivata fin qui e che non fa certo onore ai protagonisti, ci si sedesse intorno ad un tavolo (virtuale chiaramente) per discutere di come, dopo aver ricevuto tanto in termine di affetto, popolarità e gratificazioni economiche, si possa insieme restituire almeno parte di tutto ciò a quel popolo di appassionati che settimanalmente affollano stadi, si abbonano a Tv a pagamento ed acquistano milioni di merchandising alimentando così un’industria (quella del calcio) che non ha conosciuto battute d’arresto nemmeno durante l’ultima (ahimè ancora per poco) crisi del 2008? 

É stato calcolato che nella stagione calcistica attuale 2019/20 il totale del monte ingaggi dei soli calciatori di Serie A superi il miliardo e trecento milioni di euro. E sommato a quello degli allenatori arriva tranquillamente al miliardo e mezzo.

Sarebbe così assurdo ipotizzare che in un ambiente in cui tutti si sentono miracolati di farne parte, e alcuni di questi provengono da realtà sociali difficili ma in cui il talento inteso come dote innata ha più valore del merito o che quantomeno senza il primo il secondo conta ben poco, si possa decidere di destinare parte dei propri guadagni alle esigenze del proprio pubblico?

E se a quel miliardo e mezzo sommassimo i profitti di tutti gli addetti ai lavori (presidenti, dirigenti, procuratori, giusto per citarne alcuni) a che numeri giungeremmo e una percentuale anche minima (diciamo il 10%) di questa cifra che contributo si offrirebbe al nostro paese in termini di assistenza alle persone e approvvigionamento di beni necessari?

Un mondo che senza di noi non esisterebbe

Dopo anni in cui si è riusciti nell’impresa titanica di dare, a livello di immagine, il peggio di sé e, nel tempo, di superare sé stessi al punto tale da chiedersi per quale recondito motivo questo sport attiri ancora tanti proseliti, questo rappresenterebbe quanto meno uno spot pubblicitario enorme (per ragionare con i loro stessi strumenti) e potrebbe contribuire a risolvere qualche problema al pubblico che ne fruisce, quello senza il quale questi signori semplicemente non esisterebbero.

Per una volta i commedianti pagherebbero il biglietto ai loro spettatori e ciò gioverebbe sicuramente alla loro reputazione e forse allo spettacolo stesso. 

Altro particolare non trascurabile è la circostanza che questo atteggiamento potrebbe diventare virale e tale da contagiare altri micro-universi dorati e per una volta potremmo far il tifo per un virus affinché questo si diffonda alla stessa velocità di quello che stiamo combattendo in modo che il primo possa lenire le ferite mortali dell’altro. 

In un momento in cui – a tutti i livelli – il presente è pieno di difficoltà e il futuro appare incerto, occorre che i valori sani che sono alla base di questo sport riescano a prevalere sulle paure di questi tempi che ci ingabbiano in schemi mentali, che ci rendono sordi se non alla voce dei nostri bisogni e che ci lasciano un’unica prospettiva di veduta: la nostra. 

I veri valori del calcio

Per continuare ad essere lo sport più bello e seguito in Italia, il calcio necessita di tornare a trasmettere quei principi per i quali è diventato così popolare ed ha bisogno di farlo soprattutto nella sua espressione più rappresentativa, evitando di delegare questo compito ai soli settori dilettantistici. 

Nel momento storico in cui il movimento mondiale calcistico nel suo insieme va fermandosi (e di episodi simili questo sport ne ricorda pochi e tutti legati a conflitti bellici) ed i riflettori si spengono, una luce sinistra sembra svelare le sue intimità più scabrose. 

Il re è nudo e invecchiando ha cambiato pelle.

Il denaro è il sangue che scorre nelle sue vene, l’avidità ha preso il posto della passione e tutti noi, con profonda delusione, scopriamo ogni giorno il lato più oscuro dei nostri eroi. 

Ancora la Juventus

In questo quadro a tinte fosche registriamo una notizia che solo apparentemente sembra andare controtendenza rispetto a quanto descritto sinora e che trova come interpreti gli stessi protagonisti citati all’inizio dell’articolo. 

La Juventus ed i suoi calciatori hanno raggiunto un accordo nella disputa di cui abbiamo parlato precedentemente – e cioè la riduzione degli ingaggi che prevede sostanzialmente la decurtazione di una parte significativa del loro stipendio salvo poi modifiche laddove il campionato dovesse riprendere.

L’accordo che già di per sé appare rilevante, in quanto certifica per la Juventus un risparmio di circa 90 milioni di euro almeno nel suo bilancio in corso e si pone come apripista di una strada tutta ancora da percorrere e piena di asperità visto i tentennamenti con cui la Lega Calcio e l’AIC fanno un passo avanti e due indietro, tuttavia, a leggerla bene, dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che a distanza di quasi un mese dalla sospensione del campionato e dopo un tempo apparso infinito, riempito da annunci di possibili accordi, smentite, pause di riflessione e addirittura dichiarazioni di presidenti pronti a far riprendere gli allenamenti delle proprie squadre negando l’evidenza della realtà – quasi come se vivessero su un altro pianeta – come per l’ennesima volta il calcio non sia riuscito a parlare all’unisono e a trovare il giusto compromesso tra gli interessi in campo. 

É imbarazzante registrare come in questa partita a scacchi, dove i protagonisti sembrano temporeggiare perché convinti che colui che farà la prima mossa avrà la peggio e l’immobilismo la fa da padrona, non ci sia la benché minima percezione di un interesse generale più alto che andrebbe salvaguardato e di di gran lunga preferito a quelli particolari così animatamente difesi. 

E la controprova sta nel fatto che tutto ciò sia passato quasi inosservato agli occhi della pubblica opinione e trattato con una certa enfasi solo dai media sportivi specializzati, che tra l’altro si son ben guardati dal proporre un approccio più lungimirante. 

E ancora una realtà scollegata

Forti della consapevolezza che fino a pochi giorni un infortunio di Ronaldo destasse maggiori preoccupazioni dell’esito di un Consiglio dei Ministri ed anzi quasi rimasti ancorati a questa certezza, i padroni del calcio sembrano essersi scollegati dalla realtà che nel frattempo corre veloce verso un futuro oscuro che li spaventa a tal punto che pur di non affrontarlo appare più confortevole rinchiudersi in logiche che improvvisamente denotano tutta la loro valenza anacronistica. 

E nemmeno le ultime dichiarazioni del Ministro dello Sport, che ha affermato di voler destinare gran parte delle risorse previste per il calcio alla base del movimento e non al vertice ed ha invitato gli addetti ai lavori, alla luce del fatto che nulla sarà più come prima e che la Serie A ha vissuto negli ultimi anni al di sopra delle proprio possibilità, a ridimensionarsi in modo da poter raggiungere un nuovo equilibrio che risulti compatibile con le risorse economiche di cui questo mondo dispone. 

Se è vero che, scrive lo storico israeliano Harari nel suo saggio Sapiens – Da animali a Dei, la storia non è deterministica bensì caotica, anche la più minima variazione nell’intensità di tali forze o il modo in cui queste interagiscono tra di loro può produrre enormi differenze di risultato, allora possiamo dedurne che nulla è ancora perso e c’è ancora una remota possibilità che il calcio possa riscattare sé stesso a patto che assuma la consapevolezza di ciò che è stato sinora, degli enormi cambiamenti a cui dovrà sottoporsi e del ruolo che nel mondo del post-epidemia è chiamato a dover ricoprire. 

Lascia un commento