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Il Milan plasmato dal profeta di Fusignano

Quando parliamo del Milan plasmato dal “profeta di Fusignano”, raccontiamo l’epopea degli “immortali”, di una delle squadre più forti, vincenti e spettacolari di sempre, anzi, secondo la Uefa la più grande. È altresì ovvio che le preferenze sono piuttosto soggettive. Chiunque ha un proprio ideale, una filosofia che ha fatto sua o una teoria in sviluppo, insomma dei valori fondanti. Così questi si riflettono sulle scelte personali, così come sulle passioni sportive. Dare un giudizio definitivo appare quindi più che mai superficiale date le culture nazionali così diverse e variopinte. La bellezza tuttavia colpisce e stordisce, come un lampo di notte in mare aperto. Arrigo Sacchi ha dato una scossa alle fondamenta dell’intero sistema, e lo ha fatto tramite la bellezza applicata al risultato. Se Cruijff e il suo Ajax a cavallo tra gli anni sessanta e settanta rappresentarono la rivoluzione del calcio moderno, il profeta di Fusignano e il suo Milan ne sono la naturale evoluzione al quadrato.

“L’unico modo per formare una squadra è mettere insieme giocatori che sappiano giocare l’uno per l’altro. Non puoi fare niente da solo, e anche se ci riesci non dura molto. Spesso cito Michelangelo e dico: ‘Lo spirito guida la mano’”.          Cit. Arrigo Sacchi.

Una scelta azzardata

Nella stagione 1986-87 il destino di Sacchi e quello del Milan si incontrano per la primissima volta. Arrigo seduto sulla panchina del Parma, neopromosso in Serie B, affronta i rossoneri di Silvio Berlusconi (fresco presidente della squadra) in Coppa Italia. La partita giunge alla ribalta delle cronache quando i ducali eliminano il Milan vincendo a San Siro. Il gioco di Sacchi, basato sulla difesa a zona e sul pressing piacque talmente tanto a Berlusconi che lo volle ad allenare i suoi a tutti i costi la stagione seguente. Così nel luglio 1987 iniziò ufficialmente l’intreccio storico con il Milan. Sacchi impose subito il suo metodo di allenamento. Apponendo il concetto di “intelligenza collettiva”, l’allenatore pretese 11 giocatori attivi in tutti i frangenti della gara, tanto in difesa quanto in attacco. Durante gli allenamenti organizzava partite da 90 minuti senza palla, indicando ai giocatori la posizione immaginaria della sfera in modo che potessero schierarsi di conseguenza. All’inizio non venne apprezzato dai suoi stessi giocatori, in particolare da Franco Baresi e Van Basten. Quest’ultimo continuò a mal digerire anche in futuro i metodi del Mister, al punto che tra i due si creerà una frizione per divergenze di vedute culminata nel 1991 con l’addio dell’allenatore. Il Milan nell’ideale di Sacchi deve riuscire a giocare con un 4-4-2 e una difesa a zona, con una distanza tra difensori e centrocampisti mai superiore a 25-30 metri. La retroguardia deve mantenersi alta permettendo ai terzini di sganciarsi e sovrapporsi alle ali, cosa mai vista finora. Infine, un efficiente trappola del fuorigioco a tenere sotto pressione gli avversari non abituati ad una intensità e velocità simile. Tuttavia gli esordi non furono tra i più felici. Il gioco stentava a decollare e i risultati piuttosto deludenti.

“L’inizio fu assai difficile e rischiai davvero di non mangiare il panettone”.        Cit. Arrigo Sacchi

il milan plasmato dal profeta di Fusignano
Sacchi impartisce indicazioni a Van Basten

La nascita di un Mito calcistico

Come detto i primi risultati non furono a favore di Sacchi e del suo Milan. Iniziò l’avventura in campionato collezionando una vittoria contro il Pisa, una sconfitta contro la Fiorentina e con lo Sporting Gijón nei trentaduesimi di finale di Coppa UEFA. Le gare successive non migliorano la situazione, soprattutto in seguito alla sconfitta nei sedicesimi di finale di Coppa UEFA contro l’Espanyol, che eliminò i rossoneri dalla competizione. Sacchi venne attaccato duramente dai suoi tifosi che reclamarono a gran voce le sue dimissioni. Berlusconi, tuttavia, continuò a difendere il suo allenatore facendo presente alla squadra stessa l’intenzione di voler continuare fino a fine stagione con lui. D’altronde il neo presidente milanista aveva allestito una squadra ricolma di talento e fuoriclasse per “vincere e convincere attraverso il giuoco in Italia, in Europa e nel Mondo”. Tra i nuovi acquisti Ruud Gullit, prelevato dal PSV Eindhoven per la cifra record di 13 miliardi di lire, e soprattutto il futuro tre volte Pallone d’oro Marco Van Basten, arrivato dall’Ajax con meno clamori rispetto al connazionale. Rimessa la barra a dritta grazie alle parole del presidente “Lui resta, voi non so”, in campionato il Milan concluse il girone di andata al secondo posto. Al termine della stagione 1987-88 Sacchi con il suo gioco riuscì a imporsi sul Napoli capolista grazie a una vittoria per 3-2 nello scontro diretto giocato al San Paolo il 1 maggio, e a conquistare il primo scudetto dell’era Berlusconi.

“Giocare contro Maradona è come giocare contro il tempo perché sai che, prima o poi, o segnerà o farà segnare”.        Cit. Arrigo Sacchi

il milan plasmato dal profeta di Fusignano
Celebrazione dello scudetto numero 11

Alla conquista della storia

Solamente l’anno successivo arrivò il terzo tulipano olandese, Frank Rijkaard, anche lui dall’Ajax. Con il suo acquisto, e la promozione in pianta stabile dal settore giovanile di talenti come Paolo Maldini, Demetrio Albertini e Alessandro Costacurta, si può dire completata la definizione di una rosa pressoché perfetta. Dopo aver conquistato l’undicesimo scudetto, come richiesto dal presidente l’asticella doveva alzarsi e gran parte delle energie vennero riversate nella corsa alla Coppa Campioni. In campionato infatti il Milan concluse terzo alle spalle di Inter e Napoli, tuttavia non fallirono l’appuntamento con il destino in Europa strappando il testimone al Real Madrid in quella storica semifinale. Poiché i blancos venivano considerati imbattibili in casa, i tifosi pensarono che i rossoneri potessero accontentarsi di una sconfitta di misura al Santiago Bernabéu, ma Sacchi aveva altri propositi. La sua squadra dopo aver subito lo svantaggio iniziale prese l’iniziativa e pareggiò con Van Basten (gol di testa da cineteca), addirittura con qualche rimpianto sul finale. La gara di ritorno fu l’apoteosi. Il Milan di Sacchi mise in ginocchio il Real Madrid a San Siro con un roboante 5-0. I marcatori di quella partita rappresentano lo specchio dell’ideale del “profeta di Fusignano” fuso con la visione Berlusconiana. Apre Ancelotti, proseguono Rijkaard e Gullit nel primo tempo. Nella ripresa cala il poker Van Basten e Donadoni chiude la mattanza. È con questo successo, probabilmente, che la squadra rossonera fece un ulteriore salto in avanti nella propria storia, forgiando quella che diventerà la loro forza: la mentalità vincente. La consapevolezza acquisita tramite le sfide di essere i più forti e poter quindi incutere timore nell’avversario. Per Arrigo la conferma che le sue idee potessero funzionare non solo a livello italiano, ma anche in campo internazionale, contro i più forti in assoluto. La finale con lo Steaua Bucarest al Camp Nou di Barcellona sotto gli occhi di 90.000 tifosi rossoneri, giunti in esodo per il grande evento, fu poco più di una formalità. Gullit, Van Basten, Gullit e Van Basten. Sembra un ritornello felice destinato a ripetersi per anni. E così sarà. Tripudio al novantesimo, la Milano rossonera è ai piedi di Sacchi e i suoi ragazzi adesso.

“La partita contro il Real Madrid in Coppa dei Campioni è stata forse la più importante per il Milan quell’anno, perché fece vedere quelle che erano le nostre possibilità all’Europa, fu il nostro biglietto da visita”.        Cit. Adriano Galliani su Milan-Real Madrid 5-0

il milan campione 1989
Il Milan conquista la terza Coppa Campioni nel 1989

Back to Back dalle grandi orecchie

La stagione 1989-1990 si apre subito con il successo in Supercoppa UEFA contro il Barcellona in una doppia sfida terminata 1-1 al Camp Nou e 1-0 a San Siro per il Milan. Ma è in dicembre che si corona il sogno del presidente Berlusconi. Dopo lo scudetto in Italia e la Coppa Campioni in Europa, con la vittoria della Coppa Intercontinentale a Tokyo sui colombiani dell’Olimpia Asunciòn, il mondo si tinge di rossonero. Proprio come aveva promesso ai tifosi il presidente alla sua nomina.

il milan campione intercontinentale
Sacchi e Baresi stringono la Coppa Intercontinentale 1989

In questa stagione, dopo essere stati ad un passo dal vincere tutte le competizioni disponibili,  dovettero cedere il campionato al Napoli di Maradona. Giornata 33, 22 aprile 1990, mentre i partenopei vinsero a Bologna, il Milan venne sconfitto a Verona in un incontro arbitrato da Rosario Lo Bello, autore di quattro espulsioni dei milanisti: proprio Sacchi al 63′, Rijkaard all’83’, Van Basten all’87’ e Costacurta all’89’. A un minuto dal termine dell’incontro il Verona realizza il gol della vittoria, che consegna di fatto lo scudetto al Napoli. La “Fatal Verona” colpisce ancora, come già nel 1973 avvenne. Le polemiche su quella partita furono furenti per giorni, mesi, anni. Poco dopo la gara incriminata il Milan perse anche la finale di Coppa Italia contro la Juventus. Una stagione iniziata come meglio non ci si poteva aspettare sembrava stesse collassando in una disfatta amara da digerire. Tutti i traguardi sfumati ad un passo, vuoi per un motivo o per un altro. Restava la redenzione. L’unico trofeo che avesse potuto avere l’effetto di cambiare le sorti di questo 1990. La coppa dalle grandi orecchie. A Vienna si incontrano nuovamente dopo 27 anni Milan e Benfica in finale. Il primo tempo trascorre senza troppe emozioni, si tratta di una partita tattica giocata senza che le due squadre si scoprano troppo. All’intervallo il parziale recita 0-0. La ripresa si apre con una squadra rossonera decisamente più arrembante, che subito trova la porta con Marco Van Basten, tiro parato da Silvino Louro. Al 67′ arriva il gol che decide la partita. Ancora l’asse olandese, stavolta a parti invertite: il cigno di Utrecht dà una palla in profondità a Rijkaard il quale si invola a rete e batte il portiere lusitano. Da qui alla fine le Aquile allenate da Sven Goran Eriksson tentano timidamente di ristabilire la parità, ma i Diavoli controllano agevolmente. Per il secondo anno consecutivo il Milan si siede sul trono d’Europa. Insieme al Grande Real (5 trionfi consecutivi e attuale record), il Benfica di Eusebio e l’Inter di Herrera, adesso anche il Milan di Sacchi entra a far parte del club del Back to Back.

“Noi al Milan coniugavamo tre verbi: vincere, convincere, divertire. La Juventus ne coniuga uno: vincere. È una debolezza. Si dirà: ma in Italia continua a vincere. E io dirò: anche il Rosenborg vince sempre lo scudetto in Norvegia. Ma cosa conta è la Champions League e in Europa la Juventus fatica”.                      Cit. Arrigo Sacchi

milan campione 1990
Il Milan fa il bis nel 1990

Si spegne la luce su Arrigo a Marsiglia

Sulle vetrine internazionali brilla il meglio del Milan. Ma sul fronte interno, laddove più pressanti affondano le modalità della routine quotidiana, il gruppo si imbizzarrisce qua e là come un purosangue che rifiuta l’ostacolo. È il prezzo che Sacchi paga alla durezza del carattere e dei modi, indispensabili soprattutto all’inizio per imporsi a campioni di fama internazionale. Le sue urla, i suoi feroci rimproveri riecheggiano nell’aria brinosa del mattino di Milanello. Ma quando le circostanze proiettano gli allenamenti di Sacchi in mezzo al pubblico, sono dolori. La cura ossessiva per il lavoro sfiora il sadismo. Il suo motto è “i giocatori guadagnano troppo per pretendere di divertirsi col calcio”. Finché un giorno il culto della sofferenza diventa troppo pesante per tutti. A bocca asciutta in campionato per tre stagioni consecutive, Berlusconi nella primavera del 1991 non è più così sicuro del suo pupillo. Arrigo prese parte al poco edificante ritiro della squadra dal match col Marsiglia in Coppa dei Campioni per l’avaria delle luci. Un autogol clamoroso che oltre a ledere l’immagine del Milan in Europa mandò la UEFA su tutte le furie. Il prezzo che i rossoneri dovettero pagare fu molto caro: un anno di esclusione dalle coppe europee. Al termine della stagione Berlusconi, che non volle abbandonare in mezzo a una strada l’artefice della rinascita milanista, lo “sostenne” nella candidatura alla Federcalcio per il ruolo di commissario tecnico. Persuaso il presidente Matarrese che si trattava della soluzione ideale per il dopo-Vicini, Sacchi approdò all’azzurro, proponendo fin dal primo giorno la sua “rivoluzione culturale”. L’utopia del progetto non si è mai congiunta con la realtà. Un po’ per impossibilità oggettiva, poiché i radi contatti con il gruppo dei giocatori non permettono ciò che l’assiduità del lavoro quotidiano consente. Un po’ a causa della mentalità di Sacchi, troppo perfezionista per negarsi il gusto di provare giocatori all’infinito, a costo di non cementare un gruppo ben definito nei suoi 14-15 elementi di riferimento. La finale dei Mondiali Usa 94 persa ai rigori contro il Brasile ha rappresentato il suo apice in azzurro. Raramente la sua Nazionale ha avuto un volto preciso, e sono ancora meno le volte in cui ha entusiasmato. Anzi, l’ossessione per gli schemi ha finito col prevalere sugli estri individuali. Così come accade ad un matematico, che talmente immerso nei suoi calcoli a volte dimentica lo scopo dell’equazione.

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